Incroci sentimentali, la recensione: il cinema d’autore sul tema dell’infedeltà

Incroci sentimentali recensione film francese claire denis

Incroci sentimentali (Avec amour et acharnement in originale; trailer) arriva in Italia con in tasca un Orso d’argento vinto all’ultima berlinale e un discreto risultato al box office francese. Già dal principio pervadono i fotogrammi con la loro presenza decisamente fisica, sensuale malgrado il declino degli anni, due grandi star francesi, Juliette Binoche e Vincent Lindon, a loro agio nel lavorare con una regista come Claire Denis, già frequentata in lavori precedenti, ma mai in coppia, come alcuni spettatori s’auspicavano di vedere, ed è un piacere costatare la felice riuscita di tale connubio.

Jean e Sara si amano. L’estate è finita e l’autunno, gelido e grigio, viene implacabile a soffiare sulla fronte dei due amanti sinistri pensieri. Jean, ormai fuori di prigione, riceve un’offerta di lavoro da un suo vecchio amico, François (Grégoire Colin), con cui Sara aveva una relazione e verso il quale prova ancora dei sentimenti. Il passato ritorna e dà origine al classico triangolo amoroso fatto di adulterio, gelosia e tanti rimorsi. Messa così, non c’è storia più banale. Per fortuna chi ce la racconta conosce l’arte di trasfigurare il quotidiano in attimi di rara poesia.

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Ventidue anni fa, a Broadway, Binoche andava in scena con Tradimenti, di Harold Pinter. Chissà quanto della Emma di allora deve aver messo nel personaggio di Sara. Intrecci diversi, stesso dramma: il tormento di un eros che ha la forza di elevare l’esperienza umana quanto quella di prostrarla fino all’annientamento. E però non c’è destrutturazione, il dramma non è scandito a ritroso da eventi sparsi negli anni, come un ritorno all’innocenza. Muove da questa, ne vede la progressiva corruzione, monta la catastrofe pezzo per pezzo, selezionando accuratamente, tralasciando tutto quanto vi è di superfluo.

Il narrare della Denis inquadra il reale nel suo flusso implacabile, virando quasi verso una tranche de vie, una riproduzione di materia viva su cui l’autrice non vuole e non deve esprimere giudizi, ritratto fedele di un’esteriorità che è sempre segno di una verità altra che non si può filmare, che non si può contenere, ma solo evocare. Il grande pregio di questo cinema è di non essere cinema politico. Quello della Denis va considerato l’esatto opposto, ovvero cinema tragico, e perciò focalizzato su conflitti di cui non vede soluzione. Ella lascia ai moralisti i toni di denuncia per darsi a una lucida, dolorosa – e quanto mai liberatoria – esposizione dell’immanente.

Un profilo sonoro da perfetto thriller guida la tensione in un crescendo d’inspiegabile turbamento, d’angoscia sommersa, insinuando l’attesa dello schianto drammatico sempre imminente. Il realismo psicologico lo si deve al talento di un’altra donna, Christine Angot: scrittrice che nel ’99 fece scandalo col romanzo L’incesto, dove tratta del rapporto incestuoso – autobiografico o presunto tale – avuto nell’adolescenza con il padre. Alcuni la tacciarono di fare della pornografia. Nel 2018, dopo svariate pubblicazioni, dà alle stampe Un tournant de la vie, e presto ne trae una sceneggiatura assieme alla Denis. Il risultato non è una pellicola rivoluzionaria, che non cerca e non attira lo scandalo (almenoché non la si legga in chiave politica, ovvero sociologica: parrebbe un film terribilmente misogino) e tuttavia lascia intuire quanto la scrittrice non abbia timore a mettere le mani nel fango per portare alla luce le realtà più obbrobriose dell’animo umano. Davanti all’amore per la realtà, per quanto ripugnante arrivi ad essere, altro non può destarsi nelle coscienze mature che un grave sentimento di riverenza.

Al cinema dal 17 novembre.

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