
Presentato alla ventunesima edizione della Festa del Cinema di Roma nella categoria Grand Public Elsinore, il nuovo film di Simon Stone, con protagonisti Andrew Scott, Olivia Colman e Billie Piper.
Scott è Ian Charleson, qui ritratto nell’ultimo periodo della sua vita, impegnato nella lotta contro l’AIDS e nella costruzione della sua performance conclusiva, Amleto. Nel momento in cui ci viene presentato, Charleson ha già scoperto di essere malato e ogni mattina esamina il proprio corpo alla ricerca di segni di aggravamento. Tra una visita e l’altra, rincorre la sua vecchia fama prendendo parte a provini deludenti. Si muove nella Londra di fine anni ‘80, dove la paura della malattia serpeggia per le strade insieme al pregiudizio. La sua situazione cambia radicalmente quando Daniel Day Lewis abbandona improvvisamente l’allestimento di Amleto al National Theatre e lui viene scelto per sostituirlo. È una nuova luce, il miglior ruolo nel miglior teatro, un motivo per aggrapparsi ancora un po’ alla vita. Per un amaro scherzo del destino, il primo giorno di prove compare sul suo viso una macchia, primo segno del suo peggioramento. L’orologio inizia a ticchettare. Da questo momento, Ian vive tra ospedale e palcoscenico e, mentre lui muore, Amleto prende vita.
In Elsinore troviamo diversi temi, tutti raccontati con profonda sincerità. Innanzitutto, c’è il teatro, l’ultimo luogo in cui l’umano non viene fatto a pezzi (a differenza di quanto accade nel cinema, a detta di Ian). Il teatro diventa anche un modo per esorcizzare la morte “imparando a morire”. Come lo stesso Simone Stone ha dichiarato, vedere la morte in scena è una sorta di sollievo per lo spettatore, e lo è ancora di più vedere i cadaveri che si alzano sorridenti per ricevere l’applauso. La forza della rappresentazione della fine sta proprio in questo eterno ritorno che il regista ha preso in prestito dallo spettacolo dal vivo per riportare in vita, in qualche modo, anche Ian stesso. Negli ultimi giorni di Charleson, la sovrapposizione tra attore e personaggio è completa, soprattutto grazie al montaggio che, abbandonate le lunghe inquadrature della prima parte del film, diventa serrato, quasi compulsivo, al punto che al primo piano di Ian che guarda Patsy, la sua migliore amica, corrisponde il controcampo di Orazio che guarda Amleto, in una perfetta commistione tra scena e realtà. Il teatro, inoltre, è entrato prepotentemente anche nella realizzazione pratica del film: innanzitutto quasi tutte le personalità coinvolte avevano lavorato sul palco, a cominciare da Andrew Scott che era stato un Amleto formidabile e lo stesso Stone, che aveva messo in scena la stessa opera. Per la ricostruzione delle scenografie sono state utilizzate le immagini d’archivio della pièce in cui aveva recitato Charleson e, nel film, compaiono persino alcuni costumi originali.
Un altro dei temi che fanno da sottofondo a tutto il film è, ovviamente, la malattia. Questa però non viene spettacolarizzata o raccontata attraverso stereotipi. L’intento principale era quello di rappresentare in modo veritiero una situazione drammatica, troppo a lungo ignorata e omaggiare tutte le persone scomparse che, oltre all’AIDS, avevano dovuto affrontare la stigmatizzazione da parte della società. Guardando Elsinore, si percepisce l’impegno di un gruppo di persone innamorate del teatro che hanno deciso di fare un film per celebrare l’arte e gli artisti scomparsi. Questo è particolarmente evidente in alcune scene in cui sono stati coinvolti anche degli amici di Ian Charleson.
Un altro punto di forza dell’opera di Stone è rappresentato dal cast, nel quale Andrew Scott spicca per la sua performance assolutamente magnifica, di una naturalezza disarmante che già fa parlare di Oscar. A tal proposito Simon Stone ha dichiarato di aver lasciato totale libertà all’attore: Scott non era al corrente di nessuna delle scelte di regia e non riceveva indicazioni o commenti sul suo lavoro.
Elsinore è quindi un film che può essere descritto solo come vero, capace di raccontare l’arte per quello che è: ciò che resta quando tutto scompare, bellezza pura, quello per cui siamo umani e la spinta a essere qualcosa di più.

