Heart of the Beast, la recensione: la fedeltà come ultima forma di casa

Heart of the Beast, la recensione a cura di DassCinemag

Bastano un uomo, un cane e una natura che non fa sconti a nessuno per raccontare qualcosa di importante: è la scommessa di David Ayer con Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio (trailer), survival thriller Paramount che segna la seconda collaborazione tra il regista e Brad Pitt dopo Fury (2014). Il film arriva nelle sale italiane il 24 settembre, un giorno prima dell’uscita americana.

Prima ancora di raccontare la sopravvivenza, il film si prende il tempo di raccontare un legame che viene da lontano. James Belmont ha alle spalle anni di missioni con le Forze Speciali dell’Esercito, un passato che Brad Pitt stesso ha definito quello di “un’anima tormentata”: la guerra non lo ha mai davvero lasciato andare. Odin è il suo compagno di sempre, un pastore tedesco addestrato per i teatri operativi più duri, portato in salvo insieme a lui in missioni che il film lascia intuire più che mostrare; le cicatrici sul suo corpo raccontano quella storia meglio di qualsiasi dialogo. È un rapporto già consolidato quando il film si apre, un legame più vicino a quello tra due commilitoni che a quello tra padrone e animale da compagnia.

Ed è proprio il corpo di Belmont a innescare la vicenda: un infarto lo coglie a bordo dell’elicottero mentre sorvolano l’Alaska insieme a Odin, il velivolo perde quota e precipita nel cuore della natura selvaggia. Da quel momento il film diventa un cammino verso la civiltà che si allunga di ostacolo in ostacolo, e ogni prova pesa il doppio su un cuore già compromesso: la tempesta di neve li costringe a cercare riparo per non morire assiderati, una cascata da guardare con l’acqua alla gola mette a rischio le poche provviste rimaste, un orso bruno li sorprende lungo il cammino e la fuga costa a Belmont uno sforzo che il suo fisico può a stento sostenere. Il momento più intenso arriva con il branco di lupi che stana la coppia nel cuore della notte. Odin si mette tra i lupi e Belmont, pronto a combattere prima ancora che l’uomo riesca a reagire, un istinto immediato, che racconta più di qualsiasi dialogo la reciprocità di quel legame. L’unico incontro umano arriva a metà racconto, con Watkins, un cercatore d’oro interpretato da J.K. Simmons: una parentesi breve ma densa, che per qualche minuto spezza l’isolamento assoluto dei due protagonisti. Anna Lambe completa il cast con un ruolo più defilato.

Heart of the Beast, la recensione a cura di DassCinemag

Chi si aspetta la ferocia asciutta di Fury o End of Watch troverà qui un Ayer sorprendentemente più intimo: il regista sceglie campi lunghi e tempi dilatati, lascia che sia il paesaggio a raccontare la storia ed eleva l’Alaska a vero e proprio terzo protagonista. La fotografia restituisce un’immensità che schiaccia i personaggi e li costringe, allo stesso tempo, a un confronto interiore che il racconto lascia decantare con calma. Brad Pitt, ormai in una fase della carriera in cui la sottrazione è diventata il suo strumento più efficace, costruisce un Belmont fatto di silenzi più che di battute, un uomo che porta addosso il peso di una carriera vissuta sui fronti più rischiosi e che ritrova un senso di scopo attraverso una relazione che non richiede parole. È un’interpretazione trattenuta, quasi sussurrata, che rischia la monotonia in un film dove per gran parte del minutaggio l’unico interlocutore è un pastore tedesco ma regge, perché Pitt lascia che sia il corpo, più del volto, a portare il peso della storia.

Odin, interpretato dal cane Uber, diventa presto un co-protagonista a tutti gli effetti, capace di reggere intere scene senza una battuta: il loro legame si costruisce sulla reciprocità, con Belmont che protegge il cane nei momenti di pericolo e Odin che, altrettanto spesso, lo guida, lo scalda, lo tiene sveglio nelle notti più fredde. J.K. Simmons dà a Watkins la stessa presenza scenica che porta da anni anche nei ruoli minori.

Qualche scelta di sceneggiatura convince meno: la rapidità con cui Belmont torna in piedi dopo l’infarto, o le provviste che restano miracolosamente asciutte dopo un tuffo nell’acqua gelata, tradiscono un’ingenuità di scrittura che stona con l’ambizione di realismo del film. Sono dettagli che un pubblico più esigente noterà, anche se difficilmente scalfiscono la tenuta emotiva del racconto.

Iscritto nella tradizione dei racconti di sopravvivenza che va da Jack London a The Revenant fino a The Grey, Heart of the Beast resta fedele alle regole del genere e le attraversa con un’onestà emotiva rara. Alla fine dei 101 minuti, resta la sensazione di aver assistito a qualcosa di più di un semplice survival movie: una storia d’amore, nel senso più ampio del termine, tra un uomo e il suo cane.

In sala.

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