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	<title>Stanley Tucci Archivi &#8226; DassCinemag</title>
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	<description>Università degli studi di Roma Sapienza</description>
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	<title>Stanley Tucci Archivi &#8226; DassCinemag</title>
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		<title>Il Diavolo veste Prada 2, la recensione: declino o ridefinizione di un&#8217;icona?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sonia Spera]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 08:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ne Il Diavolo veste Prada 2 la rinascita di Miranda Priestly rappresenta una profonda ridefinizione della propria immagine. </p>
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<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><a href="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/04/1762973533-dvp.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="512" src="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/04/1762973533-dvp-1024x512.jpg" alt="Il Diavolo veste Prada 2 Recensione DassCinemag" class="wp-image-41110" srcset="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/04/1762973533-dvp-1024x512.jpg 1024w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/04/1762973533-dvp-300x150.jpg 300w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/04/1762973533-dvp-768x384.jpg 768w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/04/1762973533-dvp.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Se l’aura avesse un volto, sarebbe quello di Miranda Priestly.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2006, l’arte cinematografica incontra l’universo della moda in un&#8217;opera di successo. <strong>Vent’anni dopo, il pubblico è invitato ad un nuovo <em>date</em> all’insegna del glamour</strong>.<strong> David Frankel </strong>dirige il <strong><em>Diavolo veste Prada 2</em></strong> (<span style="text-decoration: underline"><a href="https://www.youtube.com/watch?v=zmBg3eo3PKM" target="_blank" rel="noreferrer noopener">trailer</a></span>) con la stessa cura per il dettaglio che ha caratterizzato il primo film, costruendo un approccio sempre più realistico e fedele alla realtà del mondo editoriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Meryl Streep</strong> <strong>torna ad interpretare Miranda Priestly, entrando in scena con un abito degno della gloria che le appartiene</strong>. Eppure, fin da subito, la narrazione mostra un sistema radicalmente cambiato, destinato ad imporsi aggressivamente sulla direttrice di <em>Runway</em>. In un contesto giornalistico che mira ad evolversi rapidamente, Miranda appare alquanto diversa. La sua freddezza professionale continua a dominare la sua personalità, eppure la digitalizzazione del giornalismo e la presenza di figure legate al mondo della consulenza e della pubblicità, sembrano toglierle potere e controllo. L’editoria di oggi non riconosce più in lei una persona la cui opinione risulta determinante. Seppur sembri surreale, Miranda inizia a perdere progressivamente centralità nel settore dove la carta stampata è in declino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Miranda e Nigel, interpretato dal brillante <strong>Stanley Tucci</strong> che torna nelle vesti di direttore artistico di <em>Runway</em>, restano sorpresi dall’arrivo di un viso familiare nell’ufficio della direttrice. L’entusiasta Andy Sachs, personaggio della talentuosa <strong>Anne Hathaway</strong>, rivolge un caloroso saluto ai due, eppure un’esilarante Miranda non la riconosce. Il pubblico si diverte, ma la verità è che non si tratta di alcun tipo di sarcasmo. La donna non ricorda Andrea, eppure rimembra una voce presente nella sua mente: quella ragazza, prima o poi, farà qualcosa di grande. Andy viene licenziata dal suo vecchio lavoro, ma inaspettatamente, riceve una chiamata da <em>Runway</em> per lavorare come <em>Feature Editor</em>. Alcuni erano a conoscenza del suo ritorno, probabilmente quasi tutti. Tutti tranne Miranda. Un altro vertice aveva deciso per lei.</p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><a href="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/04/Immagine-2026-04-24-132536.jpg"><img decoding="async" width="1024" height="497" src="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/04/Immagine-2026-04-24-132536-1024x497.jpg" alt="Il Diavolo veste Prada 2 Recensione DassCinemag" class="wp-image-41129" srcset="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/04/Immagine-2026-04-24-132536-1024x497.jpg 1024w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/04/Immagine-2026-04-24-132536-300x146.jpg 300w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/04/Immagine-2026-04-24-132536-768x373.jpg 768w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/04/Immagine-2026-04-24-132536.jpg 1271w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Miranda decide di riprendere Andy, ma una sua dipendente ne paga le conseguenze, venendo immediatamente licenziata. <strong>Un gesto che mostra</strong> <strong>nuovamente quanto sia fragile il sistema gerarchico all’interno di una redazione</strong>. Nel settore giornalistico, è fondamentale far sentire la propria voce, ma ciò non significa assumere atteggiamenti scorretti o sleali verso gli altri. Semplicemente, vuol dire che il mondo editoriale è ricco di persone ambiziose, per questo bisogna avere il coraggio di esporsi. I sogni non cadono dal cielo. Andy Sachs lo sa bene e così, dispiaciuta per il licenziamento di una ipotetica collega, decide di andare avanti per raggiungere i suoi obiettivi. Scelta discutibile? Per un pubblico qualsiasi, forse sì. Per chi appartiene ad una realtà redazionale e sostiene la carriera di Andy dal 2006, decisamente no.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La direttrice di <em>Runway</em>, la nuova <em>Features Editor</em> e il direttore artistico della rivista provano a chiedere aiuto ad un’altra icona del film, <strong>Emily Blunt</strong> che torna ad interpretare l’impassibile Emily Charlton. La donna ha vissuto una profonda evoluzione caratteriale: nel primo film, il pubblico la ricorda come una giovane ragazza che annullava ogni suo stato d’animo pur di accogliere le richieste di Miranda. Ad oggi, il <em>character</em> di Blunt, è ai vertici di <em>Dior</em>. Gli spettatori potrebbero essere emotivamente manipolati dall’inaspettata gentilezza con cui Emily proverà ad aiutare Miranda. Eppure, sembra essere soltanto apparenza.</p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><a href="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/04/Immagine-2026-04-24-131953.jpg"><img decoding="async" width="1024" height="562" src="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/04/Immagine-2026-04-24-131953-1024x562.jpg" alt="Il Diavolo veste Prada 2 Recensione DassCinemag" class="wp-image-41126" srcset="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/04/Immagine-2026-04-24-131953-1024x562.jpg 1024w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/04/Immagine-2026-04-24-131953-300x165.jpg 300w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/04/Immagine-2026-04-24-131953-768x422.jpg 768w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/04/Immagine-2026-04-24-131953.jpg 1288w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Tra colpi di scena e un’eccellente sincronizzazione tra la sfera emotiva dei personaggi e quella del pubblico, la struttura narrativa del <em>sequel</em> risulta ben sviluppata. Uno spettatore affezionato, però, avrebbe desiderato una maggior evoluzione di un legame in particolare. Emily e Andy, infatti, trovano una sintonia che probabilmente, cercavano da tempo. Eppure, la sceneggiatura decide di inserire il riconciliamento verso la parte finale del terzo atto. Osservare maggiormente la loro acquisita complicità sarebbe stato coinvolgente, magari ideando contesti e scenari in cui potersi finalmente mostrare come un team leale. Nonostante ciò, la narrazione risulta molto elaborata, rivelandosi capace di intrecciare e ben stratificare linee narrative differenti e intriganti. Dal punto di vista sentimentale, la scelta di non concentrarsi ampiamente su una nuova conoscenza di Andy risulta più che giusta. <strong><em>Il Diavolo veste Prada</em> non è amore, non è sentimentalismo, è l&#8217;ascesa di una carriera</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal punto di vista registico, sono stati inseriti svariati riferimenti al primo film sia in termini di battute che inquadrature, elementi che innegabilmente creano una forte commozione nello spettatore. <strong>La regia di Frankel predilige piani medi, al fine di relazionare i personaggi con il contesto circostante</strong>, una scelta sicuramente legata al registro formale della storia, dove domina una distanza visiva alquanto controllata. Il coinvolgimento visivo viene realizzato anche attraverso un movimento molto fluido, nonché dinamico, della macchina da presa, optando per carrellate rapide come nel caso dell’introduzione di Emily nel film. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La fotografia appare levigata e moderna. Il focus non viene posto su una saturazione di toni e costumi, anzi, la palette risulta ben equilibrata, sicuramente elegante e lussuosa, ma con quella classe che caratterizza un’estetica chic. Difatti, anche il lavoro stilistico contribuisce alla realizzazione di una componente visiva sobria, tranne per qualche gloriosa eccezione. L’universo <em>Runway</em> non ha mai rappresentato eccentricità. Non ne necessita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per quanto riguarda la <em>soundtrack</em>, lo spettatore non può far a meno di commuoversi davanti ad alcune meravigliose melodie riprese dal primo film: <em>Suite From The Devil Wears Prada </em>di Theodore Shapiro e <em>Vogue</em> di Madonna dominano l’esperienza immersiva del film, dando vita ad un vero coinvolgimento sensoriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra piccoli momenti di condivisione emotiva tra i personaggi come la stima di Miranda per Andy, il riconoscimento della direttrice di <em>Runway</em> per Nigel e la serenità raggiunta tra Andrea ed Emily, <strong>il sequel invita il pubblico ad assistere alla sfilata narrativa più emozionante e dominante di sempre</strong>. Il primo film resta iconico nella sua capacità di unire il <em>fashion system</em> ad un complesso e gerarchico sistema editoriale. Eppure, attraverso il <em>sequel</em>, lo spettatore verserà una lacrima di emozione per Meryl, Anne, Emily e Stanley: leggende che oggi, come vent’anni fa, restano più iconiche che mai.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Al cinema dal 29 aprile. </em></p>
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		<title>#RomaFF19: Conclave, la recensione del film di Edward Berger</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo Mariano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Oct 2024 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Festa del Cinema di Roma]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Conclave, la recensione del film di Edward Berger con Ralph Fiennes, presentato alla Festa del Cinema di Roma in Grand Public</p>
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<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><a href="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2024/10/conclave.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2024/10/conclave-1024x576.jpg" alt="Conclave, recensione del film con Ralph Fiennes" class="wp-image-34155" srcset="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2024/10/conclave-1024x576.jpg 1024w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2024/10/conclave-300x169.jpg 300w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2024/10/conclave-768x432.jpg 768w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2024/10/conclave.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Proprio quando la 19° edizione della <strong>Festa del Cinema di Roma</strong> sembra volgere al termine, ecco che fa il suo ingresso uno dei film più attesi del festival, presentato nella sezione <em>Grand Public</em>, la stessa dove sono apparsi gli altrettanto attesissimi <a href="https://www.dasscinemag.com/romaff19-the-dead-dont-hurt-recensione-film-viggo-mortensen/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em><span style="text-decoration: underline;">The Dead Don’t Hurt</span></em> </a>(di Viggo Mortensen) e <em>Modi – Three Days on the Wing of Madness</em> (di Johnny Depp). Stiamo parlando di <em><strong>Conclave</strong></em> (<a href="https://www.youtube.com/watch?v=sKl42x4d8Ps&amp;t=1s" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><span style="text-decoration: underline;">trailer</span></a>).</p>



<p class="wp-block-paragraph">La storia ha inizio con la morte di un pontefice. La notizia giunge nella notte alla persona che fra tutte era la più vicina al santo padre, il cardinal Thomas Lawrence (<strong>Ralph Fiennes</strong>), ma è già in questo primissimo fatto che ci imbattiamo in un’inquietante incongruenza. Il protagonista, infatti, non è stato informato immediatamente del decesso: il suo arrivo di fronte alla salma è stato ritardato dal cardinal Tremblay (<strong>John Lithgow</strong>), che si rivela essere anche l’ultima persona ad aver parlato con il papa prima della morte. È in questo clima teso, ribollente di dubbi e diffidenza, che si deve decidere il futuro della Chiesa: serve convocare il conclave per eleggere un nuovo papa. E ad occuparsi dell’organizzazione, ma soprattutto della supervisione e conciliazione dei 118 cardinali più potenti della chiesa cattolica, sarà proprio il decano Thomas.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’intreccio della storia proseguirà con la presentazione dei quattro cardinali più vicini alla conquista del trono papale e sì, di &#8220;conquista&#8221; si deve parlare, perché, per quanto possa sembrare antitetico, al Vaticano avrà luogo una vera e propria guerra. O forse più esattamente una partita a scacchi, proprio come quelle che soleva vincere il papa con i propri amici più intimi. I nomi dei candidati che echeggeranno fra le mura della Cappella Sistina, durante gli innumerevoli scrutini, saranno quelli del cardinal Tremblay, del cardinal Bellini (<strong>Stanley Tucci</strong>), del cardinal Tedesco (<strong>Sergio Castellitto</strong>) e del cardinal Adeyemi (<strong>Lucian Msamati</strong>). Ad influenzare non soltanto la sorte della Chiesa, ma anche l’animo già afflitto di Thomas, saranno una serie di scoperte, segreti, alleanze, colpi di scena e scandali.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Conclave</em> è un’opera magistralmente sinfonica. Ogni singolo reparto della realizzazione del film sorprende nella sua efficacia e maestria. Andando in ordine: la sceneggiatura è stata adattata da <strong>Peter Straughan</strong> (candidato premio Oscar per <em>La talpa</em>) dall’omonimo romanzo best seller di <strong>Robert Harris</strong>, un’operazione che da un lato sembra averne tutelato la fedeltà originale e che dall’altro si adatta al grande schermo senza neanche una sbavatura. Per tutte le due ore della proiezione, sembra inevitabile tenere gli occhi sbarrati, incollati allo schermo, per quanto comunque si tratti di un film potenzialmente storico, su un argomento circoscritto e già visto nella storia del cinema. La sequenza narrativa di colpi di scena si inserisce in una perfetta armonia e consequenzialità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In secondo luogo, il fascino del film si deve alla direzione di <strong>Edward Berger </strong>(autore di diverse serie e del pluripremiato <em><a href="https://www.dasscinemag.com/niente-di-nuovo-sul-fronte-occidentale-recensione-film-netflix/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><span style="text-decoration: underline;">Niente di nuovo sul fronte occidentale </span></a></em> agli Oscar 2023). La regia instaura uno stretto rapporto fra i personaggi e l’ambiente. Ogni inquadratura rivela una prospettiva mai casuale, che si tratti di rapporti di subordinazione ed interdipendenza fra cardinali o di claustrofobia con le spesse mura degli edifici vaticani. La regia dialoga con una scenografia imponente, fedele nel riprodurre la monumentalità degli ambienti vaticani; da tale incontro scaturisce una teatralità della rappresentazione scenica, dove ogni movimento, posizionamento e spazio simula una scacchiera o l’isolamento del protagonista.</p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><a href="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2024/10/Conclave1.jpeg"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="594" src="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2024/10/Conclave1-1024x594.jpeg" alt="Conclave, recensione del film con Ralph Fiennes" class="wp-image-34156" srcset="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2024/10/Conclave1-1024x594.jpeg 1024w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2024/10/Conclave1-300x174.jpeg 300w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2024/10/Conclave1-768x446.jpeg 768w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2024/10/Conclave1.jpeg 1380w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Parlando degli attori, oltre ai già citati nomi, troviamo anche <strong>Isabella Rossellini</strong> nel ruolo secondario ma cruciale di una suora vicina ai cardinali. <strong>Cast dunque d’eccezione, un dato che tuttavia non ha impedito a Ralph Fiennes di restituire una delle sue più ammirevoli performance di sempre</strong>, spiccando magistralmente come attore protagonista degno, si spera finalmente, di un meritatissimo primo premio (l’attore non ha mai ricevuto un Oscar, Golden Globe o altri riconoscimenti oltre al Bafta). Non soltanto la recitazione dell’attore rappresenta limpidamente l’animo turbato di un uomo di Chiesa in crisi di fede, ma con <em>Conclave</em> abbiamo l’occasione unica di vedere l’attore britannico parlare italiano (forse meglio di Castellitto) e latino, un motivo più che sufficiente per vedere al cinema la versione originale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Avvicinandoci alle conclusioni, ancora due aspetti vanno considerati. Il primo: aggiungere all’elenco dei comparti che rendono onore a <em>Conclave</em> la colonna sonora. Composta dal premio Oscar <strong>Volker Bertelmann</strong>, essa crea un rapporto di straordinaria tensione fra quello che dovrebbe essere un ambiente inviolabile, sacro, conciliante e il dramma che invece esso ospita. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Infine, va considerata la natura della narrazione e il suo rapporto con la Storia</strong>. Da quello che possiamo intuire da alcuni particolari, la vicenda si svolge negli anni Duemila, ma è chiaro che riferimenti certi ed esatti alla storia contemporanea non possano essere fatti, per mancanza di informazioni o per eventi mai accaduti. Ci sono tuttavia dei segnali che sarebbe sbagliato non cogliere come riferiti ad eventi ufficiali. Primo fra questi, la morte di un papa per arresto cardiaco, ma non solo: un mistero sull’autopsia, sulle cause decisive della morte e su un probabile insabbiamento di prove. In secondo luogo, la presenza di attentati terroristici, di cui l’Italia ha vissuto almeno 3 matrici diverse, ognuna con la propria storia di irresoluzione. Infine, un’inquietante somiglianza del cardinal Bellini con quello che è stato uno dei maggiori criminali della Storia: Papa Pio XII.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Conclave</em> riunisce in due ore un’opera titanica, sia per elementi cinematografici che per Storia. <strong>La sua narrazione espone radicalmente la crisi contemporanea della chiesa cattolica: avvalendosi della finzionalità, non si preoccupa di toccare corde che sembrano inviolabili</strong>. Ma ciò che sorprenderà ancora di più sarà il finale: un tocco inaspettato che, anche se conferma inequivocabilmente la finzione dell’opera, rappresenta ciò di cui il mondo contemporaneo (religioso e non) avrebbe estremamente bisogno.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Al cinema dal 19 dicembre</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.dasscinemag.com/romaff19-conclave-recensione-film-edward-berger/">#RomaFF19: Conclave, la recensione del film di Edward Berger</a> proviene da <a href="https://www.dasscinemag.com">DassCinemag</a>.</p>
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		<title>Jolt, la recensione del film su Amazon Prime Video</title>
		<link>https://www.dasscinemag.com/jolt-il-nuovo-action-movie-di-amazon-prime-video/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Rita Cavallaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Aug 2021 07:00:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Tanya Wexler]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Jolt, recensione del nuovo action movie firmato Amazon Prime Video già disponibile dal 23 luglio in streaming sulla piattaforma.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><a href="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2021/08/coverlg_home-e1629103417932.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2021/08/coverlg_home-1024x576.jpg" alt="Jolt recensione film Amazon Prime Video" class="wp-image-17934"/></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Jolt</em></strong> (<a href="https://www.youtube.com/watch?v=wzRKqeVKsSE" target="_blank" rel="noreferrer noopener">trailer</a>) è il nuovo action movie firmato <strong>Amazon Prime Video</strong>, già disponibile dal 23 luglio di quest’anno in streaming sulla piattaforma. Assieme alla regia di <strong>Tanya Wexler</strong> troviamo un cast alquanto interessante composto da nomi come <strong>Kate Beckinsale</strong> (<em>Underworld, Van Helsing, Pearl Harbor</em>) nei panni&nbsp; della protagonista Lindy, <strong>Jai Courtney</strong> in quelli di Justin, uno strabiliante <strong>Stanley Tucci</strong> in quelli del Dr. Ivan Munchin e altri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come già anticipato, il film si presenta come un <em>action movie</em> tipico hollywoodiano, al quale si aggiunge la leggerezza della commedia e la versatilità del film di supereroi. Infatti, la protagonista è affetta da un disturbo che la porta a far esplodere la propria rabbia violentemente sempre più di frequente. Tale disturbo è percepito dallo spettatore come una sorta di potere e viene ribadito più volte che in tali momenti Lindy possiede una forza e una velocità al di fuori del normale. Naturalmente, in questi casi, la giovane donna non può non essere vittima di esperimenti. In più, non può mancare nemmeno la figura dello psichiatra e una nuova tecnologia in grado di controllare il superpotere. Tutti questi aspetti ci rimandano chiaramente ad eroi, tra gli altri, come <strong>Hulk</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>All’<em>action movie</em>, man mano, si intreccia anche la <em>love story</em> e, soprattutto, la <em>crime story</em></strong>. Il potere di Lindy, considerato sino ad allora come qualcosa di estremamente sbagliato e letale, viene utilizzato adesso per una buona causa, sebbene si tratti di un fatto di vendetta. Entrano quindi in scena la polizia, i detective, mafiosi ed esplosioni, conferendo un’energia significativa all’intero lungometraggio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sotto diversi aspetti,<strong> la sceneggiatura non sembra essere estremamente originale</strong>, anzi, talvolta risulta anche fin troppo scontata e alcuni punti della storia vengono lasciati in sospeso o comunque non sono ben sviluppati. Nonostante ciò <em>Jolt</em> è comunque in grado di coinvolgere lo spettatore e di fare in modo che prosegui la visione. Ciò è dovuto anche e soprattutto al ritmo frenetico dell’azione e del montaggio; sono davvero rari i momenti in cui ci si prende una pausa e si respira. Inoltre, l’interpretazione di una Beckinsale particolarmente nella parte risulta essere brillante e conforme allo stile del film e ciò contribuisce di certo a catturare l’attenzione del pubblico. Indubbiamente degna di nota è anche la presenza di Stanley Tucci, il quale conferisce un’ulteriore nota di comicità al prodotto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il film gioca maggiormente sulla fotografia, elemento essenziale e mozzafiato attenzionato con particolare cura. Le diverse panoramiche che corrono su Manhattan sono caratterizzate da colori scuri, freddi e mostrano grattacieli come se fossero ricoperti da una patinatura. <strong>Si ha l’impressione che sia perennemente notte</strong>. Le palette di colori sono estremamente uniformi, caratterizzate da colori adiacenti, talvolta freddi, talvolta caldi. Inevitabile la presenza di luci a neon che creano una sorta di contrasto piacevole con l’oscurità tipicamente <em>street</em> newyorkese. Tale tipo di illuminazione combinato con un montaggio scattante, effetti speciali palesemente finti e un brano musicale rock oppure hip hop, <strong>rende esplicita la volontà di voler imitare il video clip oppure lo spot pubblicitario</strong>. Un altro dei motivi per cui il film conquista lo spettatore. </p>



<p class="wp-block-paragraph">In conclusione, <em>Jolt</em> non sembra essere poi così male. E’ vero, ci sono limiti e pecche che, se sviluppate meglio, avrebbero potuto conferire alla pellicola una qualità maggiore, ma in generale il film è piacevole e scorrevole. <strong>Non un capolavoro, ma degno di almeno una visione</strong>, soprattutto se si è in cerca di un film non troppo lungo e leggero. </p>
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		<title>Captain America &#8211; Il primo Vendicatore dieci anni dopo: il deposito drammaturgico del supersoldato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eugenio Sommella]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Jul 2021 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Ricorrenze]]></category>
		<category><![CDATA[Captain America - Il primo Vendicatore]]></category>
		<category><![CDATA[Chris Evans]]></category>
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		<category><![CDATA[disney+]]></category>
		<category><![CDATA[Hayley Hatwell]]></category>
		<category><![CDATA[Hugo Weaving]]></category>
		<category><![CDATA[Il Viaggio dell&#039;Eroe]]></category>
		<category><![CDATA[Joe Johnston]]></category>
		<category><![CDATA[Marvel Cinematic Universe]]></category>
		<category><![CDATA[Sebastian Stan]]></category>
		<category><![CDATA[Stanley Tucci]]></category>
		<category><![CDATA[Tommy Lee Jones]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per il decennale di Captain America si riflette sul particolare viaggio dell'eroe di Steve Rogers, il nostro supersoldato preferito.</p>
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<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><a href="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2021/07/FB_Captain_America_il_primo_vendicatore.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2021/07/FB_Captain_America_il_primo_vendicatore-1024x683.jpg" alt="https://www.dasscinemag.com/avengers-infinity-war-la-fine-e-arrivata-davvero/" class="wp-image-17565" srcset="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2021/07/FB_Captain_America_il_primo_vendicatore-1024x683.jpg 1024w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2021/07/FB_Captain_America_il_primo_vendicatore-300x200.jpg 300w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2021/07/FB_Captain_America_il_primo_vendicatore-768x512.jpg 768w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2021/07/FB_Captain_America_il_primo_vendicatore.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Radicatasi oramai nell’immaginario collettivo come nuova epica supereroistica, la grande saga dei <strong>Vendicatori Marvel</strong> si è consolidata nel corso del tempo come un autentico fenomeno intermediale dalla portata planetaria. Frantumato in film e serie TV sempre più articolati e complessi, il franchise più famoso della storia ha generato un faticoso e continuamente aggiornato multiverso on-demand nato nel buio delle sale cinematografiche. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Disney+, Netflix e Amazon Prime Video accolgono pezzi di un catalogo eroico, concepito dalle menti di Kevin Feige e Avi Arad, che fin da <em>Iron Man</em> (2008) di Jon Favreau sognava di riavvicinare l’umano al divino, ridisegnando di conseguenza storia, mito, letteratura e leggenda. L’uomo di latta di Robert Downey Junior, il mostro verde di Edward Norton, il dio del tuono di Chris Hemsworth e il soldato “viaggiatore del/nel tempo” di <strong>Chris Evans</strong> portano rispettivamente su schermo il sogno di Leonardo da Vinci di far volare l’uomo, l’incubo del dottor Jekyll di tramutarsi in mister Hyde, la perdita dei valori divini e il percorso della loro riacquisizione, e l’integrità patriottica derivante dall’impostazione umana dei confini nazional-geografici. <strong>Il Marvel Cinematic Universe (MCU) raccoglierà dunque l’eredità fumettistica dell’immortale Stan Lee e pianterà sul suolo vergine del nuovo millennio l’albero “visuale” di una nuova mitologia</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em><strong>Captain America – Il primo Vendicatore</strong></em> (2011, <a href="https://www.youtube.com/watch?v=SLAOydzIbpo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">trailer</a>) di <strong>Joe Johnston</strong>, <em>Iron Man</em> (2008), <em>L’incredibile Hulk</em> (2008) di Louis Leterier e <em>Thor</em> (2011) di Kenneth Branagh costituiscono le inossidabili fondamenta (Fase 1 dell’MCU) di un puzzle supereroistico incontaminato, in cui è possibile rilevare le qualità archetipiche degli eroi in azione e tematiche sotterranee mai scontate che emergeranno vibranti nei sequel. Ai percorsi di redenzione, controllo e accettazione di Tony Stark (Downey Junior), Bruce Banner (Norton) e Thor (Hemsworth), seguirà l’avventurosa rivalsa del “piccolo grande uomo” Steve Rogers (Evans), possente per la sua immancabile capacità di non voltare mai le spalle ad amici e pericoli ed esplicitamente determinato al &lt;&lt;<em>do the right thing whatever it takes</em>&gt;&gt; (fare la cosa giusta a qualunque costo). </p>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia il viaggio dell’eroe di Cap non è il medesimo dei colleghi Avengers: nel caso di Iron Man e Thor esso si configura come un’uscita dall’arroganza di genio e dio, in favore di una sofferta eppure terapeutica liberazione da inammissibili colpe e presunte superiorità; nel caso di Hulk il viaggio è la dolorosissima strada della comprensione e controllo dell’Ombra caotica e distruttiva. Il commerciante d’armi, il dio emozionalmente immaturo e il dottore maledetto affronteranno dunque una lirica accettazione delle facoltà elementari e recondite attraverso una necessaria sintesi col corpo-macchina, con il lato oscuro da non coprire con velo pietoso ma da vedere e accogliere, e col potere dei fulmini e la successiva riconquista del martello dei martelli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Purtroppo, o per fortuna, la strada del Capitano è invece già decisa in partenza e questo è forse tra i motivi per i quali il film a lui dedicato non gode completamente delle fasi da viaggio classico dell’eroe come Star Wars con Luke Skywalker o come i film “di presentazione” Marvel con gli altri eroi Avengers. <strong>Ciò non significa che il primo film su Steve Rogers sia meno funzionante delle altre opere Marvel, ma si avverte comunque una narrazione molto più stantia rispetto alle altre storie supereroistiche del nuovo millennio.</strong> La falla, se così volessimo chiamarla, risiede in un protagonista motivato fin dall’inizio ad agire e, quindi, già unicamente nato e compiuto. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Infatti la Chiamata dell’eroe all’avventura in <em>Captain America – Il primo Vendicatore </em>(il dottor Abraham Erskine interprettao da <strong>Stanley Tucci</strong>) trova in Rogers l’uomo perfetto per l’esperimento sul siero del supersoldato) non aggiunge altro alla morale e all’etica del futuro capo dei Vendicatori. <strong>L’integrità e la coerenza coi propri ideali sono già profondamente radicate nel cuore e nella mente di Steve Rogers</strong> – &lt;&lt;<em>I can do this all day</em>&gt;&gt; (posso continuare tutto il giorno) e &lt;&lt;<em>I don’t like bullies</em>&gt;&gt; (non mi piacciono gli spacconi) sono le dichiarazioni-chiave di un eroe già stoico di per sé – ma queste necessitano anche di un <em>perfect body</em> che possa “sostituire” il fisico rachitico di un ragazzo di Brooklin e che possa colpire con velocità e forza ostinate il nemico nazista. <em>Captain America – Il primo Vendicatore</em> diventa così <strong>la parabola dell’uomo nato moralmente superbo</strong>, le cui imperturbabilità e incorruttibilità stoiche devono necessariamente avere una controparte bodybuilder da bilanciare.</p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><a href="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2021/07/captain-america-il-primo-vendicatore.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2021/07/captain-america-il-primo-vendicatore-1024x576.jpg" alt="https://www.dasscinemag.com/avengers-infinity-war-la-fine-e-arrivata-davvero/" class="wp-image-17566" srcset="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2021/07/captain-america-il-primo-vendicatore-1024x576.jpg 1024w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2021/07/captain-america-il-primo-vendicatore-300x169.jpg 300w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2021/07/captain-america-il-primo-vendicatore-768x432.jpg 768w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2021/07/captain-america-il-primo-vendicatore.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In questo primo film il cammino del soldato americano per eccellenza è un viaggio eroico che risulta parzialmente scremato</strong>, a causa della mancanza di una Chiamata volta a porre l’individuo stesso sotto analisi approfondita e lanciarlo nell’Avventura delle avventure. Paradossalmente questa “falla” nel classico sistema eroico di Christopher Vogler non mina lo svilupparsi della drammaturgia di Steve Rogers nella narrazione <em>tout court</em> del franchise, specie quando vediamo un Capitan America logorarsi nella delusione e/o nel fallimento in <em>Captain America: The Winter Soldier</em> (2014), in <em>Captain America: Civil War</em> (2016), in <em><a href="https://www.dasscinemag.com/avengers-infinity-war-la-fine-e-arrivata-davvero/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Avengers: Infinity War</a> </em>(2018) e in <a href="https://www.dasscinemag.com/avengers-endgame-recensione/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Avengers: Endgame</em> </a>(2019). </p>



<p class="wp-block-paragraph">Questi ultimi film erediteranno quelle caratteristiche di imperturbabilità stoica, fermezza morale e perseveranza etica che costituiscono l’archetipo eroico del ragazzo di Brooklin e che ci sono state presentate proprio in <em>Captain America – Il primo Vendicatore</em>, ma esploderanno soprattutto quei punti deboli dell’Avenger esposti nel suo primo film. Il colpevolizzarsi per la perdita dell’amico James “Bucky” Barnes (<strong>Sebastian Stan</strong>) e l’impossibilità di rivedere Peggy Carter (l’amore della sua vita interpretato da <strong>Hayley Hatwell</strong>) sono momenti di ineffabile splendore e sofferenza che colorano il quadro del personaggio, disegnano alcune tra le tante linee tematiche degli altri film e si sposano con il “cosa significa essere eroi oggi”: Capitan America è disposto ad andare anche contro i suoi compagni di vita se questo significa proteggere un amico caro o una causa più grande di lui, come ci farà vedere Civil War.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Captain America – Il primo Vendicatore</em> è a tutti gli effetti deposito drammaturgico del nostro supersoldato preferito che ripercorre un relativamente anomalo Viaggio dell’Eroe. Anche se la famosa Chiamata all’Avventura non frappone un prima e un dopo dell’etica/moralità di Steve Rogers quanto un prima e un dopo sorprendentemente fisico, in questo primo capitolo il cammino del Cap ripercorre comunque i momenti salienti del tragitto delineato da Vogler: l’Ingresso nella Caverna più profonda è l’infiltrazione nel castello di Teschio Rosso (<strong>Hugo Weaving</strong>), quando Rogers libera gli alleati e dimostra al capitano Phillips (<strong>Tommy Lee Jones</strong>) di non essere un fenomeno da baraccone; la Morte dell’Eroe e il suo Risveglio sono probabilmente tra i momenti più inestimabili di questo gioiellino “d’epoca”, così potenti da incorporare le tracce più drammatiche e profonde di quello che oggi è la memoria del Cap. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il ricordo di un appuntamento saltato e il rialzarsi sempre, nonostante le ferite, di fronte ad una ampia schiera di malvagi sono ciò che meglio contraddistingue la fermezza di un eroe dagli altri e questo non ce lo ha negato <em>Avengers: Endgame</em>. In conclusione <em>Captain America – Il primo Vendicatore</em>, assieme agli altri film di “presentazione” dei supereroi Marvel, è l’inizio di un’epica incontaminata e forte, specialmente per la sua capacità di imprimersi nell’immaginario collettivo e intermediale.</p>
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		<title>La romanticizzazione dello sfruttamento ne Il diavolo veste Prada</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudia Amelia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Jun 2021 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Ricorrenze]]></category>
		<category><![CDATA[Anne Hathaway]]></category>
		<category><![CDATA[David Frankel]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il diavolo veste Prada compie quindici anni, così come l'anacronistica romanticizzazione dello sfruttamento sul posto di lavoro.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.dasscinemag.com/la-romanticizzazione-dello-sfruttamento-ne-il-diavolo-veste-prada/">La romanticizzazione dello sfruttamento ne Il diavolo veste Prada</a> proviene da <a href="https://www.dasscinemag.com">DassCinemag</a>.</p>
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<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><a href="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2021/06/MV5BMTk3Mzg4NTM1M15BMl5BanBnXkFtZTcwNzAyNzgyMw@@._V1_-e1624828733599.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="679" src="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2021/06/MV5BMTk3Mzg4NTM1M15BMl5BanBnXkFtZTcwNzAyNzgyMw@@._V1_-1024x679.jpg" alt="Il diavolo veste Prada e la romanticizzazione dello sfruttamento" class="wp-image-17078"/></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Dal momento in cui sul vetro appannato di un bagno newyorchese si specchia una giovane donna con l’intera vita davanti a sé, sulle note di <em>Suddenly I See</em> di KT Tunstall,&nbsp; sappiamo di stare per affrontare un viaggio meraviglioso. <strong><em>Il diavolo veste Prada</em></strong>, arrivato nelle sale italiane ben quindici anni fa, con la regia di <strong>David Frankel</strong>, è ben più di quello che mostra in superficie, ma d’altronde abbiamo avuto quasi un ventennio per bearcene, lo sappiamo bene. Quindi, perché continuare a parlarne?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Andrea Sachs (<strong>Anne Hathaway</strong>), appena uscita dall’università, è pronta ad entrare nel mondo del lavoro per seguire il suo sogno e diventare una giornalista. Per disdetta o per fortuna, la sua prima esperienza sarà con “Runway”, la rivista di moda condotta nell’oceano editoriale da Miranda Priestley (<strong>Meryl Streep</strong>), un lavoro per cui un milione di ragazze ucciderebbe (a quanto pare).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Essere l’assistente di Miranda, insieme ad Emily Charton (<strong>Emily Blunt</strong>), significa acquisire numerose abilità, prime fra tutte quella della sopravvivenza. Arrivata in un luogo a lei completamente estraneo, che considera sciocco e superficiale, Andy viene lentamente trascinata da un Virgilio su tacchi a spillo (Jimmy Choo, ovviamente), girone dopo girone, nelle grinfie di Miranda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molti sono gli spunti di riflessione che risultano attualissimi. Seppure il 2006 sia stato un anno diverso da quello che viviamo ora, in esso già esisteva il germe dell’attualità: il 2006 è infatti l’anno in cui viene fondato il movimento del <em><strong>#MeToo</strong></em>, esploso nel 2016 con il caso Weinstein, ma già da un decennio attivo per la difesa della donna sul posto di lavoro; è anche l’anno che ha aperto la catastrofe (o almeno una delle tante dell’ultimo ventennio): la crisi economica del 2007.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nella New York de <em>Il diavolo veste Prada</em>, le donne sono arrivate in cima, anche se per farlo hanno dovuto assumere un’aura diabolica</strong>. Quando il mondo è popolato dagli uomini, la perfidia sembra l’unico modo per emergere. Ma è proprio la questione del posto di lavoro che mi preme affrontare: cosa è cambiato dal 2006 a oggi? Forse il fatto che il lavoratore sia diventato più forte dei suoi diritti?&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Orari impossibili, salario basso, iper-sfruttamento del dipendente: tutti elementi che ci suonano fin troppo familiari, basta farsi un giro su una qualsiasi bacheca di Facebook per essere assaliti da una quantità imbarazzante di storie di persone la cui dignità viene messa in discussione quotidianamente. Andy è alla piena mercè di Miranda, pena il ritrovarsi nella valle delle opportunità inesistenti che era per lei il mondo del lavoro. <strong>La problematica più grande sta, però, nella romanticizzazione di queste azioni</strong>. In un film che vorrebbe perpetrare la nozione del “se sei speciale ce la fai”, dell’uno su un milione, della ragazza che riesce ad ottenere un lavoro per cui il precedente milione ucciderebbe, <strong>ci troviamo davanti ad una filosofia che in un mondo post-2007 non può più esistere</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Andy è una ragazza semplice, acqua e sapone potremmo dire: le sue caratteristiche vengono esaltate dal paragone con la collega Emily, il suo esatto opposto nonché proiezione dell’immediato futuro. Dopo una delle classiche scene da commedia americana degli anni 2000, dove la protagonista subisce un <em>restyling</em> completo, Andrea diventa, inconsapevolmente, un’altra persona. In poche parole si adatta al mondo che la circonda. &nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><a href="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2021/06/MV5BMTY0ODgxODg2OV5BMl5BanBnXkFtZTcwNjEyNzgyMw@@._V1_-e1624829506244.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="679" src="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2021/06/MV5BMTY0ODgxODg2OV5BMl5BanBnXkFtZTcwNjEyNzgyMw@@._V1_-1024x679.jpg" alt="Il quindicesimo anniversario de Il diavolo veste Prada" class="wp-image-17081"/></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Un mondo patinato dentro cui scorge qualcosa di più, qualcosa che è però altrettanto illusorio</strong>: dietro le sfilate, le cene e i party<em>, </em>la realtà è che si trova in un ambiente dove vince il diavolo dalle grinfie più affilate. Un luogo in cui Miranda tradirà il suo più fedele collaboratore, Nigel (<strong>Stanley Tucci</strong>), pur di non perdere il suo posto; la stessa cosa che Andy farà con Emily quando la sostituirà nel viaggio a Parigi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La protagonista si maschera più volte dietro il non avere scelta: pur di non perdere il posto, nel quale resiste già solo per la promessa di un futuro lavorativo migliore, sopporta le più assurde pretese, <strong>in un atteggiamento di puro servilismo nei confronti del suo capo, Andy accetta a testa bassa la sua de-umanizzazione</strong>. Ed eccoci arrivare al fattore romantico: nonostante le assurdità vissute, Andy, una volta lasciata “Runway”, trova il lavoro dei suoi sogni e la stessa Miranda ne elogia le competenze… a modo suo. Il che significa che sì, ne è valsa la pena, facendo passare il messaggio che se la necessaria gavetta si trasforma in tortura va bene lo stesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ne <strong><em>Il diavolo veste Prada</em> </strong>c&#8217;è sicuramente un altro elemento in gioco: <strong>nell’ideologia americana, una vita fatta di lavoro e di consumo è auspicabile, perché diventa segno di un’elezione divina</strong> (di stampo puritano), che nella crescente laicizzazione del mondo contemporaneo si trasforma in compimento di un destino (manifesto, direbbero gli studiosi dell’immaginario statunitense).<a href="#_ftn1">[1]</a></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma giungiamo al punto: cosa c’entra con il 2021 e cosa c’entra con noi? Non è certamente un mistero il fatto che l’Italia sia fortemente influenzata dal suddetto immaginario e dalla filosofia del lavoro/consumo, se non fosse che <strong>ci troviamo in un momento storico di disequilibrio, di eccesso di poli opposti, dove il lavoro è protagonista, soprattutto nella sua assenza</strong>. La pandemia che viviamo da un anno e mezzo non ha fatto altro che esaltare il problema. L’aspirante lavoratore in quanto in necessità di sopravvivenza si ritrova ad accettare le stesse condizioni di Andy, se non peggiori, ma soprattutto prive di speranze future. Niente contratti, niente certezze. Il trauma pandemico ha risvegliato nelle persone il senso della fugacità di una vita che non può essere fatta di sfruttamento né della sua romanticizzazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Il diavolo veste Prada</em> è un film che è impossibile non amare: la scrittura arguta rende le quasi due ore di pellicola fluide e godibili. <strong>È la storia di una donna che per ritrovare sé stessa (o per scoprirla) deve prima perdersi</strong>. Una donna che dal mondo ordinario, fatto di maglioni cerulei scelti con poca coscienza, passa ad un mondo staordinario di <em>haute couture</em>, per poi ritornare al suo mondo con un senso della moda più acuito, nel pieno dei dettami della <em>third wave feminism<a href="#_ftn2"><strong>[2]</strong></a></em>, pronta alla vecchia nuova vita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo scopo della cinematografia americana è quello di una rinascita, un viaggio catartico per lo spettatore che esce dalla visione carico per affrontare il mondo esterno. Questo film poteva agire in questo senso nella società pre-2007. È ora diventato un promemoria stampato su pellicola di come il mondo non dovrebbe essere.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="#_ftnref1">[1]</a> E. Ilardi, F. Tarzia, <em>Spazi (S)confinati. Puritanesimo e frontiera nell’immaginario americano</em>, La Talpa, Castel San Pietro Romano 2015.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="#_ftnref2">[2]</a> Fase del movimento femminista che vede combinarsi indipendenza personale e lavorativa alla rivalutazione della propria immagine estetica e alla riappropriazione della propria femminilità (svalutata, invece, nella seconda ondata).</p>
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		<title>#ROMAFF15: Supernova, la recensione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lavinia Flavi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Oct 2020 06:19:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Festa del Cinema di Roma]]></category>
		<category><![CDATA[Festival]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È l’intimità di un letto matrimoniale ad aprire Supernova (trailer) di Harry Macqueen, un letto nel quale Sam (Colin Firth) si aggrappa a Tusker</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="577" src="http://https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2020/10/supernova_01-1024x577.jpg" alt="supernova" class="wp-image-12034" srcset="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2020/10/supernova_01-1024x577.jpg 1024w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2020/10/supernova_01-300x169.jpg 300w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2020/10/supernova_01-768x432.jpg 768w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2020/10/supernova_01-1536x865.jpg 1536w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2020/10/supernova_01.jpg 2000w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">È l’intimità di un letto matrimoniale ad aprire <strong><em>Supernova</em></strong> (<a href="https://www.youtube.com/watch?v=70Bt5pIxLPw&amp;ab_channel=MovieclipsTrailers">trailer</a>) di <strong>Harry Macqueen</strong>, un letto nel quale Sam (<strong>Colin Firth</strong>) si aggrappa a Tusker (<strong>Stanley Tucci</strong>), il compagno di una vita che soffre di demenza precoce, una malattia che lo spinge a voler intraprendere un viaggio in camper, durante il quale, sembrerebbe, poter ritrovare vecchi amici e con loro ricordare i momenti passati insieme, prima che questi siano completamente offuscati. È la strada infatti ad irrompere nel campo visivo dello spettatore subito dopo la scena iniziale, che qualifica sin dall&#8217;inizio <em>Supernova</em> come <strong>un road movie dal carattere nostalgico e malinconico</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un road movie particolare seppur con tutti gli elementi topici del genere &#8211; dal camper, alle musiche anni sessanta e settanta &#8211; &nbsp;ma nel quale <strong>la strada spesso cede il passo agli spazi interiori</strong>, sia perché è all’interno che si trova la macchina da presa per gran parte del film, sia perché il viaggio al centro di <em>Supernova</em> non si compie su un percorso che la lente è in grado di mostrare. È un viaggio che è soprattutto <strong>lotta contro il tempo</strong> per i due protagonisti, sebbene in maniera diversa: Sam, esattamente come si aggrappava a Tusker nella prima scena, si aggrappa ai ricordi di un passato che tenta di ripercorrere con il camper, che diventa quindi la sua macchina del tempo; per Tusker invece il reale obiettivo è quello di fermarlo il tempo, ed ecco che quindi lo stesso camper, la strada, la casa diventano dei luoghi sospesi, irreali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Malgrado con il termine “supernova” si faccia riferimento all’esplosione di una stella morente, il film in questione non esplode mai.<strong> Lo spettatore osserva con distacco il dramma di un amore braccato dalla malattia</strong>, a causa di una freddezza percepibile per la maggior parte della pellicola, data anche dalle interpretazioni di Firth e Tucci, che mettono in scena due amanti al termine della notte: due uomini che sono il ricordo di loro stessi, ai quali non resta che l’altro; due artisti che da tempo hanno abbandonato il proprio lavoro e si rifugiano nelle opere del compagno.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il film tenta di far leva sul non-detto e sul fuori campo, ma senza riuscirci del tutto</strong>: a mancare è soprattutto un equilibrio tra ciò che si tace e ciò che si comunica, giacché si alternano momenti in cui si dice troppo o troppo poco, oscillando tra la ridondanza e la banalità. In definitiva il film di Macqueen risulta al limite dello scolastico, con dell’energia potenziale rimasta inespressa, soppressa quasi sotto il peso della mediocrità. &nbsp;</p>
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		<title>The Silence, la recensione del film su Netflix</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessio Zuccari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 May 2019 13:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In piattaforma]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[2019]]></category>
		<category><![CDATA[Kiernan Shipka]]></category>
		<category><![CDATA[Netflix]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sul fatto che dietro i volti dei boss di Netflix si celino in realtà rettiliani desiderosi di veder bruciare la Terra non ci sono</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.dasscinemag.com/su-netflix-the-silence/">The Silence, la recensione del film su Netflix</a> proviene da <a href="https://www.dasscinemag.com">DassCinemag</a>.</p>
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<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="http://https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/05/The-Silence-1024x576.jpg" alt="The Silence" class="wp-image-5149" srcset="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/05/The-Silence-1024x576.jpg 1024w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/05/The-Silence-300x169.jpg 300w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/05/The-Silence-768x432.jpg 768w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/05/The-Silence.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Sul fatto che dietro i volti dei boss di Netflix si celino in realtà rettiliani desiderosi di veder bruciare la Terra non ci sono più dubbi. <em>Annihilation</em>, <em>La Fine</em>, <em>Bird Box</em>, <em>Io</em> sono infatti solo alcuni tra i film a tema post-apocalittico promossi dalla piattaforma di streaming statunitense (senza andare a contare anche le serie). Nelle scorse settimane, a questi si è aggiunto <em>The Silence</em> (<a href="https://www.youtube.com/watch?v=EYh5j0ttfM8">qui</a> il trailer), che conta tra le sue fila <strong>Stanley Tucci</strong> e <strong>Kiernan Shipka</strong>, la giovane streghetta di <em>Le Terrificanti Avventure di Sabrina</em> che in questo film ritrova anche Miranda Otto. Appare quindi sin da subito evidente la volontà di Netflix di sfruttare il successo del reboot della Sabrina degli anni ’90, inserendosi nella scia di divismo che la Shipka sta vivendo in questo momento. Perché preso sotto qualsiasi altra ottica The Silence risulta fatalmente fuori tempo. Protagonista sorda che assieme ai suoi familiari ha come unico mezzo di sopravvivenza il silenzio, mentre una minaccia “aliena” sta facendo collassare l’umanità. Ci ricorda qualcosa? Sì, l’intrigante <em>A Quiet Place</em> (2018) di cui già Bird Box era una sorta di negativo legato alla cecità forzata. Serve a poco sapere che questo The Silence è tratto da un libro uscito prima del film di Krasinski, ma okay, nella logica del “pizza&amp;Netflix” è un prodotto che si inserisce perfettamente e senza troppe pretese. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Però è un peccato che questa mancanza di coraggio (o più probabilmente di volontà produttiva) lo conduca a passare così inosservato, poiché la pellicola presenta spunti interessanti che in potenza la rendono senza dubbio più godibile di altri suoi cugini sulla piattaforma. Basti pensare alle implicazioni sugli estremismi religiosi che emergono lungo tutto il corso del film, fino a sfociare nella comparsa di un vero e proprio mini-villain (a qualcuno potrà balzare in mente qualche sapore del sottovalutato <em>Silent Hill</em> del 2006). Inspiegabilmente questo aspetto non viene approfondito, ma solamente sfiorato e risolto nel giro di poche scene. Se il film si fosse preso del tempo in più (dura solamente 90 minuti) per sviluppare e rodare certe dinamiche, forse staremmo parlando di un prodotto ben più singolare. Ahinoi così non è stato, e finiamo per ritrovarci nello sterminato catalogo Netflix l&#8217;ennesimo prodotto castrato, seppur apprezzabile se preso con la cautela necessaria.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.dasscinemag.com/su-netflix-the-silence/">The Silence, la recensione del film su Netflix</a> proviene da <a href="https://www.dasscinemag.com">DassCinemag</a>.</p>
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