La romanticizzazione dello sfruttamento ne Il diavolo veste Prada

Il diavolo veste Prada e la romanticizzazione dello sfruttamento

Dal momento in cui sul vetro appannato di un bagno newyorchese si specchia una giovane donna con l’intera vita davanti a sé, sulle note di Suddenly I See di KT Tunstall,  sappiamo di stare per affrontare un viaggio meraviglioso. Il diavolo veste Prada, arrivato nelle sale italiane ben quindici anni fa, con la regia di David Frankel, è ben più di quello che mostra in superficie, ma d’altronde abbiamo avuto quasi un ventennio per bearcene, lo sappiamo bene. Quindi, perché continuare a parlarne?

Andrea Sachs (Anne Hathaway), appena uscita dall’università, è pronta ad entrare nel mondo del lavoro per seguire il suo sogno e diventare una giornalista. Per disdetta o per fortuna, la sua prima esperienza sarà con “Runway”, la rivista di moda condotta nell’oceano editoriale da Miranda Priestley (Meryl Streep), un lavoro per cui un milione di ragazze ucciderebbe (a quanto pare).

Essere l’assistente di Miranda, insieme ad Emily Charton (Emily Blunt), significa acquisire numerose abilità, prime fra tutte quella della sopravvivenza. Arrivata in un luogo a lei completamente estraneo, che considera sciocco e superficiale, Andy viene lentamente trascinata da un Virgilio su tacchi a spillo (Jimmy Choo, ovviamente), girone dopo girone, nelle grinfie di Miranda.

Molti sono gli spunti di riflessione che risultano attualissimi. Seppure il 2006 sia stato un anno diverso da quello che viviamo ora, in esso già esisteva il germe dell’attualità: il 2006 è infatti l’anno in cui viene fondato il movimento del #MeToo, esploso nel 2016 con il caso Weinstein, ma già da un decennio attivo per la difesa della donna sul posto di lavoro; è anche l’anno che ha aperto la catastrofe (o almeno una delle tante dell’ultimo ventennio): la crisi economica del 2007.

Nella New York de Il diavolo veste Prada, le donne sono arrivate in cima, anche se per farlo hanno dovuto assumere un’aura diabolica. Quando il mondo è popolato dagli uomini, la perfidia sembra l’unico modo per emergere. Ma è proprio la questione del posto di lavoro che mi preme affrontare: cosa è cambiato dal 2006 a oggi? Forse il fatto che il lavoratore sia diventato più forte dei suoi diritti? 

Orari impossibili, salario basso, iper-sfruttamento del dipendente: tutti elementi che ci suonano fin troppo familiari, basta farsi un giro su una qualsiasi bacheca di Facebook per essere assaliti da una quantità imbarazzante di storie di persone la cui dignità viene messa in discussione quotidianamente. Andy è alla piena mercè di Miranda, pena il ritrovarsi nella valle delle opportunità inesistenti che era per lei il mondo del lavoro. La problematica più grande sta, però, nella romanticizzazione di queste azioni. In un film che vorrebbe perpetrare la nozione del “se sei speciale ce la fai”, dell’uno su un milione, della ragazza che riesce ad ottenere un lavoro per cui il precedente milione ucciderebbe, ci troviamo davanti ad una filosofia che in un mondo post-2007 non può più esistere.

Andy è una ragazza semplice, acqua e sapone potremmo dire: le sue caratteristiche vengono esaltate dal paragone con la collega Emily, il suo esatto opposto nonché proiezione dell’immediato futuro. Dopo una delle classiche scene da commedia americana degli anni 2000, dove la protagonista subisce un restyling completo, Andrea diventa, inconsapevolmente, un’altra persona. In poche parole si adatta al mondo che la circonda.  

Il quindicesimo anniversario de Il diavolo veste Prada

Un mondo patinato dentro cui scorge qualcosa di più, qualcosa che è però altrettanto illusorio: dietro le sfilate, le cene e i party, la realtà è che si trova in un ambiente dove vince il diavolo dalle grinfie più affilate. Un luogo in cui Miranda tradirà il suo più fedele collaboratore, Nigel (Stanley Tucci), pur di non perdere il suo posto; la stessa cosa che Andy farà con Emily quando la sostituirà nel viaggio a Parigi.

La protagonista si maschera più volte dietro il non avere scelta: pur di non perdere il posto, nel quale resiste già solo per la promessa di un futuro lavorativo migliore, sopporta le più assurde pretese, in un atteggiamento di puro servilismo nei confronti del suo capo, Andy accetta a testa bassa la sua de-umanizzazione. Ed eccoci arrivare al fattore romantico: nonostante le assurdità vissute, Andy, una volta lasciata “Runway”, trova il lavoro dei suoi sogni e la stessa Miranda ne elogia le competenze… a modo suo. Il che significa che sì, ne è valsa la pena, facendo passare il messaggio che se la necessaria gavetta si trasforma in tortura va bene lo stesso.

Ne Il diavolo veste Prada c’è sicuramente un altro elemento in gioco: nell’ideologia americana, una vita fatta di lavoro e di consumo è auspicabile, perché diventa segno di un’elezione divina (di stampo puritano), che nella crescente laicizzazione del mondo contemporaneo si trasforma in compimento di un destino (manifesto, direbbero gli studiosi dell’immaginario statunitense).[1]

Ma giungiamo al punto: cosa c’entra con il 2021 e cosa c’entra con noi? Non è certamente un mistero il fatto che l’Italia sia fortemente influenzata dal suddetto immaginario e dalla filosofia del lavoro/consumo, se non fosse che ci troviamo in un momento storico di disequilibrio, di eccesso di poli opposti, dove il lavoro è protagonista, soprattutto nella sua assenza. La pandemia che viviamo da un anno e mezzo non ha fatto altro che esaltare il problema. L’aspirante lavoratore in quanto in necessità di sopravvivenza si ritrova ad accettare le stesse condizioni di Andy, se non peggiori, ma soprattutto prive di speranze future. Niente contratti, niente certezze. Il trauma pandemico ha risvegliato nelle persone il senso della fugacità di una vita che non può essere fatta di sfruttamento né della sua romanticizzazione.

Il diavolo veste Prada è un film che è impossibile non amare: la scrittura arguta rende le quasi due ore di pellicola fluide e godibili. È la storia di una donna che per ritrovare sé stessa (o per scoprirla) deve prima perdersi. Una donna che dal mondo ordinario, fatto di maglioni cerulei scelti con poca coscienza, passa ad un mondo staordinario di haute couture, per poi ritornare al suo mondo con un senso della moda più acuito, nel pieno dei dettami della third wave feminism[2], pronta alla vecchia nuova vita.

Lo scopo della cinematografia americana è quello di una rinascita, un viaggio catartico per lo spettatore che esce dalla visione carico per affrontare il mondo esterno. Questo film poteva agire in questo senso nella società pre-2007. È ora diventato un promemoria stampato su pellicola di come il mondo non dovrebbe essere.


[1] E. Ilardi, F. Tarzia, Spazi (S)confinati. Puritanesimo e frontiera nell’immaginario americano, La Talpa, Castel San Pietro Romano 2015.

[2] Fase del movimento femminista che vede combinarsi indipendenza personale e lavorativa alla rivalutazione della propria immagine estetica e alla riappropriazione della propria femminilità (svalutata, invece, nella seconda ondata).

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