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	<title>Mitchell Cole Archivi &#8226; DassCinemag</title>
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		<title>It Ends, la recensione: ai confini del presente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Chiani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Oct 2026 09:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un futuro in folle e una generazione sempre in corsa. La recensione di It Ends, l'opera prima di Alexander Ullom </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.dasscinemag.com/it-ends-la-recensione-ai-confini-del-presente/">It Ends, la recensione: ai confini del presente</a> proviene da <a href="https://www.dasscinemag.com">DassCinemag</a>.</p>
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<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img data-recalc-dims="1" fetchpriority="high" decoding="async" width="715" height="402" src="https://i0.wp.com/www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/It-Ends-1024x576.jpg?resize=715%2C402&#038;ssl=1" alt="It Ends, la recensione a cura di DassCinemag" class="wp-image-43662" srcset="https://i0.wp.com/www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/It-Ends.jpg?resize=1024%2C576&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/It-Ends.jpg?resize=300%2C169&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/It-Ends.jpg?resize=768%2C432&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/It-Ends.jpg?w=1280&amp;ssl=1 1280w" sizes="(max-width: 715px) 100vw, 715px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">«You know, Billy…we blew it». Dice un disilluso Peter Fonda a un silenzioso Dennis Hopper nell’ultimo bivacco notturno in <em>Easy Rider</em>. È l’epitaffio di un’epoca, la fine di un’illusione – o, meglio ancora, la fiera delle illusioni che furono gli anni &#8217;60 della controcultura e del sogno hippy –. Allora si falliva per eccesso di utopia, pagando a caro prezzo il rifiuto perentorio delle regole del gioco. Un fuoco spento nel deserto che, lasciato in eredità, non poteva che consumarsi ulteriormente, <strong>consegnando alle generazioni future le macerie di un domani nato morto</strong>. Un domani che per decenni ha significato spuntare le caselle di una <em>roadmap</em> – la laurea, la stabilità salariale, il nucleo affettivo, il totem della proprietà privata – e che oggi, per la Gen Z, non può che regredire allo status di una <em>borghesotta</em> via crucis ridotta a simulacro, fantasma di una promessa mai mantenuta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Giriamo a vuoto, infatti. E di questo <strong>Alexander Ullom</strong> ne è consapevole nel suo quintessenziale <strong><em>It Ends</em></strong> (<a href="https://www.youtube.com/watch?v=dDA7kHRa67U" data-type="link" data-id="https://www.youtube.com/watch?v=dDA7kHRa67U"><span style="text-decoration: underline;">trailer</span></a>). Lo sono i suoi quattro protagonisti neolaureati, rinchiusi nell’asfissiante abitacolo di una Jeep Cherokee bianca e costretti a percorre una strada senza ritorno né destinazione. Lo è il road movie, l’orizzonte su cui l’immaginario americano ha proiettato i suoi sogni di fuga, qui ridotto a un soffio di vita: il movimento, infatti, non è più il veicolo di un rinnovamento (o piuttosto di un risorgimento, reso necessario da chi, prima di noi, ha fatto terra bruciata), bensì un ultimo e disperato atto di resistenza. <strong>Bisogna continuare a correre perché fermarsi coincide con la fine</strong>. <em>It Ends</em>, appunto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Emulazione” e “sabotaggio” diventano allora i binari di questo viaggio. “Consapevolezza” la parola chiave. Quella di un’opera inevitabilmente derivativa, figlia dello scacco matto di Easy Rider quanto delle stranianti prospettive di <em>Strada a doppia corsia</em>. Perché il road movie è da sempre una stanza dei bottoni, il punto di scontro tra ideologie ed emancipazione, il perimetro entro cui mettere a nudo la propria idea di libertà. Perfino in un vicolo cieco, la strada rimane un atto di secessione cosciente, una via di fuga da un destino già scritto. E per Ullom ci sono le persone, ovviamente. C’è la lamiera della sua Jeep. C’è il paesaggio sbiadito che scorre artificiale. C’è lo stare insieme, certo, ma l’approdo è depennato. Cancellato. Non esiste più un altrove da colonizzare, la vecchia frontiera (americana e non) è evaporata: lo spazio non è che replica di un medesimo segmento, copie e copie di un reale consumato che si sposta in avanti con la stessa, identica velocità del contachilometri. <strong>La transizione allora si fa perpetua e il finale eternamente procrastinato</strong>. &nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="715" height="402" src="https://i0.wp.com/www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/It-Ends-1.jpg?resize=715%2C402&#038;ssl=1" alt="It Ends, la recensione a cura di DassCinemag" class="wp-image-43663" srcset="https://i0.wp.com/www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/It-Ends-1.jpg?resize=1024%2C576&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/It-Ends-1.jpg?resize=300%2C169&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/It-Ends-1.jpg?resize=768%2C432&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/It-Ends-1.jpg?w=1280&amp;ssl=1 1280w" sizes="(max-width: 715px) 100vw, 715px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I nostri neolaureati, d&#8217;altronde, non sono nient’altro che giovani ragazzi terrorizzati dal dopo e in balia dello stare al passo con i tempi</strong>. L’orrore, dopotutto, non sta nell’assurdità del loop in cui girare a vuoto, ma nella duplicazione in vitro di un’alienazione già metabolizzata dall’esterno. Uno spazio-tempo paradossale, sbiadito, in cui è labile il confine tra ordinario e straordinario e il trauma si amministra canticchiando con la feroce ironia del meme. Questo è l’unico cliché familiare, mimesi di un nichilismo che mimetizza la disperazione in riso. Ullom allora lascia che il film fluttui solo per poco nell’interspazio di un horror <em>on the road</em> modello <em><a href="https://www.dasscinemag.com/passenger-la-recensione-orride-presenze-nel-viaggio-americano/" data-type="link" data-id="https://www.dasscinemag.com/passenger-la-recensione-orride-presenze-nel-viaggio-americano/"><span style="text-decoration: underline;">Passenger</span></a></em>. Ma non appena l’orrore diventa la norma – neanche fosse un postulato <em>barkeriano</em>, con la sua stessa <em><a href="https://www.dasscinemag.com/obsession-la-recensione-nefasti-incantesimi-damore/" data-type="link" data-id="https://www.dasscinemag.com/obsession-la-recensione-nefasti-incantesimi-damore/"><span style="text-decoration: underline;">Obsession</span></a></em> per la Gen Z –, il viaggio “smette” di produrre narrazione e l’attesa del piacere diventa essa stessa il piacere. È qui che – come confessato dallo stesso Ullom – Linklater <em>docet</em> nella sua declinazione più sadica: i quattro neolaureati sono letteralmente <em>dazed and confused</em>, storditi e confusi, al contempo motori e asfissiati dal più spietato degli hangout movie. Un vagabondaggio che si contrae in un Kammerspiel su quattro ruote, dove l’abitacolo della Jeep è il non-luogo liminale – d&#8217;altronde, siamo o non siamo nell’anno di grazia delle <em><a href="https://www.dasscinemag.com/backrooms-la-recensione-il-primo-film-di-kane-parson/" data-type="link" data-id="https://www.dasscinemag.com/backrooms-la-recensione-il-primo-film-di-kane-parson/"><span style="text-decoration: underline;">Backrooms</span></a></em>? – di un inusuale horror da camera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In virtù di questo, a sbigottire è proprio il presentimento che questo presente possa durare per sempre. Un’angoscia sempreverde per la Gen Z e messa a nudo dal James di <strong>Phinehas Yoon</strong>: l’unico alla disperata ricerca di un senso, quasi fosse <em>metacinematograficamente</em> l’ultimo appiglio per una narrazione aristotelica. Gli altri, al contrario, scelgono di non lottare contro i mulini a vento, trovando invece riparo in quel che fu ordinario: una chiacchiera, il fare fronte comune. <strong>Vivere, insomma</strong>.<strong> E non sopravvivere</strong>. E non esiste differenza tra chi cede e chi lotta, ma solo tra chi accetta o meno le contraddizioni del presente. Perché non c’è svolta. Nessun terzo atto arriverà a tirare le somme. C’è solo un’intera generazione sempre in corsa, con il pieno fatto e il futuro in folle. &nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>In sala</em> <em>dal 28 ottobre</em></p>
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