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	<title>Cédric Kahn Archivi &#8226; DassCinemag</title>
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	<description>Università degli studi di Roma Sapienza</description>
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	<title>Cédric Kahn Archivi &#8226; DassCinemag</title>
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		<title>#Venezia83: 15/18 (A Place to Heal), la recensione del film di Cédric Kahn</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Frida Fornaciari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Sep 2026 13:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Festival]]></category>
		<category><![CDATA[Mostra del cinema di Venezia]]></category>
		<category><![CDATA[#Venezia83]]></category>
		<category><![CDATA[15/18 A Place to Heal]]></category>
		<category><![CDATA[Cédric Kahn]]></category>
		<category><![CDATA[Malou Khebizi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>15/18 (A Place to Heal), la recensione del film di Cédric Kahn presentato in Concorso alla 83esima Mostra del Cinema di Venezia.</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/09/1518-A-place-to-heal.jpeg"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/09/1518-A-place-to-heal-1024x576.jpeg" alt="" class="wp-image-43094" srcset="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/09/1518-A-place-to-heal-1024x576.jpeg 1024w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/09/1518-A-place-to-heal-300x169.jpeg 300w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/09/1518-A-place-to-heal-768x432.jpeg 768w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/09/1518-A-place-to-heal.jpeg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Un reparto di psichiatria per adolescenti diventa, nel nuovo film di <strong>Cédric Kahn</strong>, <strong><em>15/18 (A Place to Heal)</em></strong>, il luogo in cui confluiscono le fratture della famiglia e della società. Abusi sessuali, disturbi alimentari, disforia di genere, transizione, violenza e incomunicabilità attraversano le storie dei protagonisti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Presentato in concorso all’83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il film segue Lucia (interpretata da <strong>Malou Khebizi</strong>), una diciassettenne già conosciuta dalla struttura, e un gruppo di ragazzi tra i quindici e i diciotto anni alle prese con la loro riabilitazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Kahn sceglie di non trasformare queste sofferenze in etichette. Quasi nessuno dei ragazzi riceve una diagnosi esplicita, <em>15/18</em> racconta le persone prima ancora delle patologie. <strong>La malattia rimane spesso sullo sfondo, mentre in primo piano c’è la difficoltà di dire ciò che accade e, soprattutto, di essere ascoltati</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Durante i colloqui con i medici, la macchina da presa rimane costante sui volti degli adolescenti. I dottori fanno domande e intervengono ma il loro volto resta spesso fuori campo. <strong>Il controcampo viene così negato, costringendo lo spettatore a rimanere dalla parte di chi racconta, osservando ogni esitazione, ogni silenzio, ogni cambiamento dello sguardo</strong>. Sono sequenze lunghe, prive di stacchi evidenti, nelle quali la durata diventa uno strumento di tensione emotiva. Anche l’assenza quasi totale di musica contribuisce a questa impressione di realtà, che rende il film un tipo di cinema molto vicino al realismo documentario. Del resto, Kahn ha sviluppato il <em>15/18</em> dopo un periodo di immersione nei reparti di psichiatria adolescenziale, osservando la vita quotidiana dei pazienti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>15/18</em> si espone anche con una critica al mondo adulto che circonda i giovani in struttura. Una madre durante un colloquio con i medici finisce per parlare esclusivamente di se stessa, quasi dimenticando che al centro dovrebbe esserci la figlia, alle prese con un disturbo alimentare. <strong>Emerge quindi l’incapacità delle famiglie di riconoscere la sofferenza dei propri figli senza ricondurla a un capriccio, a una fase o a un problema generazionale</strong>. Padri distanti, genitori disorientati e adulti incapaci di comunicare compongono così un’altra forma di solitudine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il reparto diventa una sorta di microsocietà, in cui i ragazzi sono alle prese con la loro interiorità. E così anche lo spettatore, che osserva e studia a lungo i loro volti.</p>
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		<title>#RendezVousXIV: Le Procès Goldman, la recensione del film di Cédric Kahn</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Di Giulio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Apr 2024 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Festival]]></category>
		<category><![CDATA[Rendez Vous]]></category>
		<category><![CDATA[Arieh Worthwalter]]></category>
		<category><![CDATA[Artur Harari]]></category>
		<category><![CDATA[Cédric Kahn]]></category>
		<category><![CDATA[Le Procès Goldman]]></category>
		<category><![CDATA[Rendez Vous Festival del Nuovo Cinema Francese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione del film Le Procès Goldman, diretto da Cédric Kahn e presentato in anteprima nazionale al Rendez Vous Festival del Nuovo Cinema Francese.</p>
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<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><a href="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2024/03/le-proces-goldman.jpg"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2024/03/le-proces-goldman-1024x576.jpg" alt="Recensione del film Le Procès Goldman, diretto da Cédric Kahn e presentato in anteprima nazionale al Rendez Vous Festival del Nuovo Cinema Francese." class="wp-image-31141" srcset="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2024/03/le-proces-goldman-1024x576.jpg 1024w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2024/03/le-proces-goldman-300x169.jpg 300w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2024/03/le-proces-goldman-768x432.jpg 768w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2024/03/le-proces-goldman.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Pierre Goldman è “un figlio della Shoah”</strong>. Nato il 22 giugno del 1944 a Lione, da genitori ebrei polacchi e sostenitori attivi della Rivoluzione francese. Intellettuale di sinistra, disertore dell’esercito e aspro oppositore dei sessantottini parigini – per lui un branco di ragazzini che al calar del tramonto tornavano al riparo dai propri genitori -, viaggerà negli anni Sessanta per conoscere a stretto contatto le realtà cubane e venezuelane. Verrà arrestato nel 1970 con l’accusa di aver commesso quattro rapine e un duplice omicidio tra il dicembre del 1969 e il gennaio 1970 a Parigi, tra il quinto e l’undicesimo <em>arrondissement</em>. Dopo aver scontato cinque anni di detenzione, nei quali porterà a termine la stesura della sua autobiografia <em>Souvenirs obscurs d&#8217;un juif polonais né en France</em> (Memorie oscure di un ebreo polacco in Francia), il tribunale di Amiens, con un processo che inizierà il 26 aprile del 1976 e si concluderà il 4 maggio dello stesso anno, si esprimerà definitivamente sulle accuse che pendono sul suo capo. <em><strong>Le Procès Goldman </strong></em>(<a href="https://www.youtube.com/watch?v=d7gnGQ1Wrao" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><span style="text-decoration: underline;">trailer</span></a>) è un <em>legal drama </em>che ri-mette in scena alcune udienze di quel famoso processo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Sono innocente perché sono innocente», sosterrà sin dall&#8217;inizio Pierre Goldman, che a una settimana dalla prima udienza ha scelto di scaricare il suo legale Georges Kiejman. <strong>Il rapporto tra Goldman e il suo legale è altamente conflittuale</strong>, tanto che Kahn dedica l’<em>incipit </em>della sua pellicola proprio a questo momento. I motivi per questo licenziamento preventivo (che non avrà nessun effetto perché Kiejman continuerà a difendere Goldman) sono due: l’imputato sente di poter reggere da solo l’accusa; Kiejman è un ebreo borghese che ce l’ha fatta, che non appartiene più ad una comunità oppressa («Non c’è differenza tra ebrei e neri», dirà a tal proposito Goldman).</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Per l’imputato è una questione ontologica la sua innocenza</strong>: non avrebbe mai potuto ammazzare due persone indifese, tantomeno colpendole alle spalle. Se proprio dovessimo inquadrare questo processo, secondo la sua logica, allora la questione diventerebbe politica. La polizia parigina è solamente razzista ed egli un personaggio scomodo, da eliminare più per le sue idee che per gli atti che ha commesso. Ed effettivamente Goldman riscuote molti consensi presso il pubblico alle sue spalle, lo fomenta (c’è da notare, a tal proposito, quanto la causa di Goldman venne sostenuta anche da intellettuali come Simone Signoret e Jean-Paul Sartre). Proprio lui, che non avrebbe mai voluto rendere spettacolari queste udienze.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><a href="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2024/03/le-proces-goldman_1.jpg"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2024/03/le-proces-goldman_1-1024x576.jpg" alt="Recensione del film Le Procès Goldman, diretto da Cédric Kahn e presentato in anteprima nazionale al Rendez Vous Festival del Nuovo Cinema Francese." class="wp-image-31140" srcset="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2024/03/le-proces-goldman_1-1024x576.jpg 1024w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2024/03/le-proces-goldman_1-300x169.jpg 300w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2024/03/le-proces-goldman_1-768x432.jpg 768w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2024/03/le-proces-goldman_1.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Cédric Kahn, assieme alla sceneggiatrice Nathalie Hertzberg, sceglie di non uscire mai da quell’aula di tribunale</strong>, così piccola ma allo stesso tempo densa di vite ed esperienze che riassumono la storia di un paese in un decennio così movimentato. Lì dove non arrivano le parole dei testimoni, del giudice, degli avvocati o dell’imputato, arrivano le didascalie. Nessun commento musicale. Tre macchine da presa registrano l’azione in simultanea, in un valzer di punti macchina che pone al suo centro lo scranno del giudice. Kahn, infatti, sembra invitare lo spettatore ad immedesimarsi nel ruolo di quest’ultimo per stabilire il proprio punto di vista. Il copione da seguire è stato affidato alle sole parti chiamate in causa, mentre ai figuranti è stato chiesto di seguire il ritmo della sceneggiatura (il film è stato girato rispettando l’ordine della scaletta) e scegliere liberamente per chi parteggiare. D’altronde, uno dei punti del film è proprio questo: l’aula di tribunale per Kahn è un luogo dove, in situazioni del genere, è necessario ascoltare qualsiasi individuo che prenderà parola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi, le interpretazioni. Se da una parte il disegno mimetico di Kahn risulta efficace, in grado di allontanare qualsiasi sguardo retorico, posticcio e anacronistico della macchina da presa, dall’altra parte <strong>l’apporto fornito dagli attori risulta decisivo per il confezionamento di un legal drama solidissimo</strong>. <strong>Arieh Worthwalter </strong>incarna alla perfezione, tramite il suo perenne sguardo imbronciato, la fisicità di un personaggio complesso come Pierre Goldman, senza il bisogno di over-performare nei momenti in cui gli scambi si fanno più concitati. <strong>Arthur Harari</strong>, interprete di Georges Kiejman, rende al meglio delle sue possibilità le difficoltà di un legale diviso tra un cliente che lo rifiuta e un processo ostico, quasi totalmente privo di prove o alibi a sostegno delle sue ipotesi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Le Procès Goldman</em> è, dunque, un film decisamente riuscito</strong>, in grado di ricordare al proprio pubblico sia una pagina dimenticata della nostra storia recente (se non sconosciuta, soprattutto al di fuori dei confini francesi) sia come gestire uno spazio angusto attraverso una sceneggiatura ben scritta e un lato tecnico in grado di esaltare i pregi dei propri interpreti.</p>
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		<title>#Venezia80: Making of, la recensione del film di Cédric Kahn</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia Mazzoneschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Sep 2023 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Festival]]></category>
		<category><![CDATA[Mostra del cinema di Venezia]]></category>
		<category><![CDATA[#Venezia80]]></category>
		<category><![CDATA[Cédric Kahn]]></category>
		<category><![CDATA[Making Of]]></category>
		<category><![CDATA[Mostra Internazionale d&#039;Arte Cinematografica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Making Of, la recensione del film del regista francese Cédric Kahn presentato fuori concorso al festival di Venezia.</p>
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<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><a href="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2023/09/makingof.png"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2023/09/makingof-1024x576.png" alt="Making of recensione" class="wp-image-28277" srcset="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2023/09/makingof-1024x576.png 1024w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2023/09/makingof-300x169.png 300w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2023/09/makingof-768x432.png 768w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2023/09/makingof.png 1280w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Un uomo alla guida di un’auto sfonda i cancelli di una fabbrica, irrompendo al suo interno e, insieme ad un gruppo di operai rivoltosi, la dichiara occupata. Così inizia il nuovo film di <strong>Cédric Kahn</strong>, <em><strong>Making of</strong></em>,  e dello stesso protagonista, anch’esso un regista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Kahn, infatti, dopo aver presentato quest’anno al festival di Cannes <em>Le Procès Goldman</em>, arriva adesso all’<strong>80° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia </strong>con <strong><em>Making of</em></strong>, fuori concorso. Questo film meta-cinematografico porta lo spettatore all’interno di tre storie, perfettamente interconnesse l’una con l’altra: una sul regista Simon (<strong>Denis Podalydès</strong>), alle prese con la realizzazione del suo film, una di rivolta operaia in cui i personaggi tentano di impedire la delocalizzazione della fabbrica in cui lavorano, e una sul <em>making of</em> di tale film, affidato ad un giovane aspirante regista (<strong>Stefan Crepon</strong>). Il lavoro di Simon, tuttavia, non procede certo senza ostacoli: problemi di produzione, mancanza di fondi e litigi sul set mettono a rischio la realizzazione del film, tanto da costringere la troupe a decidere se proseguire o meno le riprese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La pellicola non può che rientrare nella categoria dei “film sui film”, di cui si può certamente ricordare fra tutti il celebre <em><span style="text-decoration: underline"><a href="https://www.dasscinemag.com/effetto-notte-50-anni-del-capolavoro-cinefilo-di-truffaut/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Effetto notte</a></span></em> di François Truffaut. Tuttavia, mentre quest’ultimo è un viaggio alla scoperta della finzione cinematografica, <strong><em>Making of</em> è più interessato ai suoi protagonisti e ai problemi sociali che essi vivono, alle loro storie e ai loro desideri, lasciando il cinema sullo sfondo</strong> (ma non troppo). Kahn costruisce dunque una commedia tagliente, orientando il focus sull’industria dello spettacolo e la sua relazione con la società. Non è un caso quindi che il gruppo di operai ideato da Simon possa essere sempre più progressivamente accostato alla troupe che lavora con lui: vengono riprese le divisioni interne, la speranza di poter effettivamente trovare una soluzione e difendere il loro futuro e i problemi personali di ciascuno. Un set cinematografico, dopotutto, può essere visto come una sorta di microcosmo in cui riscontrare le differenze e i problemi della società.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nonostante la premessa interessante, il film di Cédric Kahn non convince del tutto.</strong> Costruito come un ibrido tra commedia e dramma, non riesce ad essere incisivo su nessuno dei due aspetti: poche battute di spirito – salvo, forse, gli scambi tra Simon, la produttrice Viviane (<strong>Emmanuelle Bercot</strong>) e il produttore esecutivo (<strong>Xavier Beauvois</strong>), in perfetto stile <em><span style="text-decoration: underline"><a href="https://www.dasscinemag.com/boris-4-recensione-serie-disney/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Boris</a></span></em> – e una scarna immedesimazione nei personaggi. A questo aspetto va aggiunta l’eccessiva durata dell’opera, divisa in tre atti (riprendendo il modello classico della struttura narrativa cinematografica) e articolata in due ore, ma che, tuttavia, esaurisce presto il suo messaggio, lasciando il resto del film ad un ritmo troppo lento per far sì che lo spettatore riesca a mantenere il proprio interesse fino alla fine.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Un’occasione sprecata, forse, per il regista francese</strong>, che, nonostante abbia voluto presentare temi e personaggi molto profondi, non riesce a trovare la ricetta giusta per un grande film.&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.dasscinemag.com/venezia80-making-of-la-recensione-del-film-di-cedric-kahn/">#Venezia80: Making of, la recensione del film di Cédric Kahn</a> proviene da <a href="https://www.dasscinemag.com">DassCinemag</a>.</p>
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