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	<title>Orphan Archivi &#8226; DassCinemag</title>
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	<description>Università degli studi di Roma Sapienza</description>
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		<title>#Venezia82: Orphan, la recensione del film di László Nemes</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Protano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Aug 2025 09:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Festival]]></category>
		<category><![CDATA[Mostra del cinema di Venezia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Orphan, la recensione del film di László Nemes in concorso all'ottantaduesima edizione della Mostra del Cinema di Venezia</p>
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<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><a href="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2025/08/Orphan-1.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="497" src="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2025/08/Orphan-1-1024x497.jpg" alt="Orphan recensione" class="wp-image-37490" srcset="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2025/08/Orphan-1-1024x497.jpg 1024w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2025/08/Orphan-1-300x146.jpg 300w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2025/08/Orphan-1-768x373.jpg 768w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2025/08/Orphan-1.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Si immagini fosse possibile scegliere di chi essere figli. Riuscire, con la sola forza ardente del proprio desiderio, a risalire all’origine dei propri giorni e a mutare i connotati di colui che ha contribuito a generarci. Rimanendo noi sempre gli stessi, ma guadagnando la consapevolezza di derivare dal bene. Perché, <strong>se da buoni derivassimo dal male, dovremmo, nonostante la nostra bontà, riconoscerci come un’anomalia, o, ancora peggio, come un inganno</strong>, per noi stessi e per gli altri. Saremmo ossessionati dal timore che il seme del male in noi, prima o poi, germoglierebbe, tradendoci dall’interno. È questa insostenibile paura a spingere il giovane protagonista (<strong>Bojtorján Barabas</strong>) di <strong><em>Orphan</em></strong>, di fronte all’effettiva e frustrante irrealizzabilità dello scenario sopradescritto, a volere in alternativa la perdita del proprio genitore, per poter dimenticare che questi sia mai esistito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Presentato in <strong>Concorso </strong>all’<strong>ottantaduesima edizione </strong>della <strong>Mostra del Cinema di Venezia</strong>, <em>Orphan </em>è il terzo lungometraggio diretto e co-sceneggiato dell’ungherese <strong>László Nemes</strong>, che, ancora una volta, adotta un’ambientazione storica. Supera le atrocità del Secondo conflitto mondiale al centro dell’opera che ne ha decretato lo status di prominente autore contemporaneo, <em>Son of Saul</em> (2015) – Grand Prix al sessantottesimo Festival di Cannes –, e approda ad una Budapest postbellica, teatro di miseria diviso tra la realtà della disillusione e la fantasia insita nel ricordo di ciò che era prima che tutto cambiasse, la vaga, ingannevole e distruttiva speranza di un ritorno a tale stato di cose. <strong>Sia l’<em>árva</em></strong> (in ungherese, appunto, ‘orfano’) <strong>del film di Nemes che la Budapest entro cui il giovane si muove rifiutano di riconoscersi in ciò che è</strong>, affannandosi inutilmente a trattenere ciò che è stato o ciò che avrebbe potuto essere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Riservare al flusso delle immagini che compongono <em>Orphan </em>un giudizio incerto costituirebbe, da parte di chiunque, un attestato di inattendibilità. <strong>L’opera di Nemes è, senza alcuna esagerazione, un <em>capolavoro visivo</em>, un piatto prelibato da gustare con gli occhi</strong>, merito anche del direttore della fotografia <strong>Mátyás Erdély</strong> (già dietro a <em><span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.dasscinemag.com/the-warrior-the-iron-claw-la-recensione-i-fantasmi-del-machismo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">The Iron Claw</a> </span>– </em>Sean Durkin, 2023 –, uno tra i titoli A24 meglio riusciti degli ultimi anni, nonché al sopramenzionato <em>Son of Saul</em>). La macchina da presa gioca magistralmente con la presenza, nelle varie location, di cornici e di filtri naturali o artificiali, all’interno delle quali o attraverso i quali inquadrare l’armonioso ed espressivo volto del giovane attore, esso stesso elemento ripetutamente valorizzato dal sensibile sguardo di Nemes. Mentre lo spettatore in sala è di riflesso abbagliato delle tinte oro che inondano le immagini di <em>Orphan</em>, il suo protagonista è, senza via di scampo, costantemente posto a distanza dalla bellezza che inarrendevole persegue.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La spiccata rilevanza che l’opera del cineasta ungherese raggiunge nella messa in scena non è, tuttavia, attribuibile anche all’aspetto narrativo. <strong>L’intrigante caratterizzazione del personaggio principale</strong>, di cui Nemes fa emergere sapientemente le luci e le ombre, <strong>non è sufficiente a salvare una trama dal carattere sommariamente stereotipato e prevedibile</strong>. È questo l’errore imperdonabile all’<em>Orphan </em>di Nemes, che, sin dal suo principio e senza mai trovare riparo, annoia, per poi inesorabilmente perdere, uno spettatore che, memore dei tempi d’oro di <em>Son of Saul</em>, era entrato in sala con aspettative decisamente troppo elevate. Da estimatori delle pregiate doti registiche dell’autore ungherese è solo a malincuore che si può affermare come la sua ultima opera sia la forma impeccabile di una sostanza deludente.</p>
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