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	<title>Gongfu Archivi &#8226; DassCinemag</title>
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	<title>Gongfu Archivi &#8226; DassCinemag</title>
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		<title>Intervista al regista cult canadese Lee Gordon Demarbre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Iencarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Apr 2021 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Incontri]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lee Gordon Demarbre, regista di b-movies, ci parla delle sue ispirazioni cinematografiche e ci racconta alcuni aneddoti dai suoi set.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.dasscinemag.com/intervista-al-regista-cult-canadese-lee-gordon-demarbre/">Intervista al regista cult canadese Lee Gordon Demarbre</a> proviene da <a href="https://www.dasscinemag.com">DassCinemag</a>.</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><a href="http://www.dasscinemag.com/wp-content/uploads/2021/04/Lee-Demarbre.jpg"><img decoding="async" src="http://www.dasscinemag.com/wp-content/uploads/2021/04/Lee-Demarbre-1024x576.jpg" alt="Regista cult Demarbre" class="wp-image-15007"/></a></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lee Gordon Demarbre</strong>, regista canadese di b-movies, tra cui i cult <em><strong>Jesus Christ Vampire Hunter</strong></em> (<a href="https://www.youtube.com/watch?v=4LRIypcaIX4" target="_blank" rel="noreferrer noopener">trailer</a>) e <em><strong>Smash Cut</strong></em> (<a href="https://www.youtube.com/watch?v=NmvMkoSwD0M" target="_blank" rel="noreferrer noopener">trailer</a>), ci parla delle sue ispirazioni cinematografiche e ci racconta alcuni aneddoti dai suoi set.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>È risaputo come tu sia un grande cinefilo: nelle tue opere si intravede l’impronta stilistica di registi cult come <a href="https://www.dasscinemag.com/leredita-di-corman-5-grandi-personalita-lanciate-da-roger-corman/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Roger Corman</a> e Lloyd Kaufman e del genere <em>gongfu</em>. C’è stato qualche film o cineasta in particolare che ha influenzato il tuo stile registico?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Certo, in particolare mi ispiro molto ai film sulle arti marziali. Da ragazzo ho studiato quattro anni alla Film School di Ottawa. Ogni giorno impiegavo circa un’ora per arrivarci e nel tragitto attraversavo sempre la strada principale di Chinatown. Sovente mi fermavo per affittare qualche film nelle videoteche del quartiere. Così, mentre alla scuola studiavo la Nouvelle Vague e l’avanguardia russa, riflettevo sul fatto che i professori, per mantenere l’attenzione di noi studenti, avrebbero fatto meglio a mostrarci i film d’azione di Hong Kong, perché spesso notavo come gli argomenti che stavamo studiando si ritrovassero in queste opere. Voglio dire: io amo <em>La corazzata Potëmkin</em> e Ėjzenštejn, ma nessun altro ne parlava al di fuori della scuola. Specialmente i film di <strong>Jackie Chan</strong> hanno avuto un grosso impatto sul mio modo di fare cinema. Guardandoli mi accorsi che in qualche ruolo secondario c’era sempre un uomo grassottello e buffo e pensai che fosse un suo amico. Più tardi scoprì che era lui, <strong>Sammo Hung</strong>, il regista e il coreografo di tutti quei film e che, in qualche modo, era mentore di Jackie. Scoprì le sue teorie sulle scene di lotta, che utilizzo tutt’ora nei miei film. Quindi, per rispondere alla tua domanda, direi che, oltre a Hung, bisogna citare <strong>Herschell Lewis</strong> tra i miei maestri. Per me i film di Lewis sono il miglior esempio di cinema d’exploitation. Quando girava film in Florida, verso la fine degli anni &#8217;50, inventò un genere dopo l’altro. Dato che non poteva permettersi di lavorare con le star di Hollywood, cercò altri escamotage per attrarre il pubblico al cinema. E così inventò il gore e lo splatter. <strong>Lloyd Kaufman</strong> invece non è mai stato tra la rosa dei miei preferiti, per quanto riguarda la regia, ma è di sicuro tra le mie ispirazioni relativamente alla promozione dei film. Sono stato due volte al Festival di Cannes con lui e ho avuto modo di notare come sia un tipo veramente creativo sotto questo punto di vista. Poi un’altra grande influenza è ovviamente <strong>Russ Meyer</strong>, soprattutto per quanto riguarda il montaggio. Meyer, grazie alla sua esperienza coi filmati di guerra, utilizzava un ritmo molto veloce e dinamico nelle sue opere. Ciò senza però risultare troppo intermittente, errore tipico dei film-maker di oggi, che provengono dal video musicale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tu hai realizzato il montaggio di <em>Smash Cut</em>, mentre hai collaborato a quelli degli altri film.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Esatto. Nei miei ultimi due, <em><strong>Stripped Naked</strong></em> (<a href="https://www.youtube.com/watch?v=_waW1kyTunY" target="_blank" rel="noreferrer noopener">trailer</a>) e <em><strong>Summer’s Moon</strong></em> (<a href="https://www.youtube.com/watch?v=vVPQ2F2ve0s" target="_blank" rel="noreferrer noopener">trailer</a>), inizialmente ho realizzato un montaggio provvisorio, ma non piaceva al mio produttore Pierre David, che decise di fare inserire i <em>master shot</em> che mi aveva fatto girare. Ma io odio i <em>master</em>, è come vedere una sitcom: quindi se ne vedi uno in un mio film, non è lì per mia volontà. Probabilmente il miglior esempio di quello che tento di fare attraverso l’editing si trova nel cortometraggio <em><strong>Harry Knuckles and the Treasure of the Aztec Mummy</strong></em> (<a href="https://www.youtube.com/watch?v=XnZJXGLEJGs" target="_blank" rel="noreferrer noopener">film completo</a>). La scena in cui Harry combatte contro la mummia è veramente breve, ma è la mia preferita. Per girarla ho rubato molti dei movimenti di camera che avevo visto in <em>Pedicab Driver</em> di Hung: rapidi ma non confusionari. Per il montaggio quindi ho riutilizzato la tecnica del <em>cut on action</em>, che consiste nell’effettuare il taglio prima che termini l’azione, ad esempio prima che il pugno colpisca l’avversario.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><a href="http://www.dasscinemag.com/wp-content/uploads/2021/04/Lee-Gordon-Demarbre-2.jpg"><img decoding="async" src="http://www.dasscinemag.com/wp-content/uploads/2021/04/Lee-Gordon-Demarbre-2-1024x768.jpg" alt="Smash Cut di Lee Gordon Demarbre" class="wp-image-15012"/></a></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nei tuoi film sembri concentrarti molto più sull’aspetto visivo, estetico: spesso fai ridoppiare le battute agli attori. Credi che separare l’immagine dall’audio ti sia d’aiuto per rendere il film più simile a quello che era il tuo progetto originale, o si tratta solamente di una soluzione logistica?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Per girare le mie prime pellicole (la saga di Harry Knuckles e <em>Jesus Christ Vampire Hunter</em>), utilizzavo una camera Bolex da 16 mm. Era veramente troppo rumorosa, e perciò non potevo registrare il suono. Così pensammo di ridoppiare tutto come succedeva nei film italiani, ad esempio con Sergio Leone, e in quelli di Hong Kong, tra cui le pellicole di Sammo Hung. E secondo me una delle grandi forze di questi cineasti era proprio questa: non dovendo badare al suono, potevano concentrarsi meglio sulle inquadrature, mantenendo comunque un ritmo costante nel lavoro. Una volta, durante la fase di pre-produzione di un film che purtroppo non andò in porto, mi trovavo in Jamaica, dove passavo un sacco di tempo con Fred Williamson, che sarebbe dovuto essere il protagonista del lungometraggio. Parlando della sua carriera passata mi disse che era stato lui, negli anni 70, a mostrare ai registi italiani come girare i film col suono in presa diretta. Così io gli risposi: «Quindi sei stato tu a rovinare il cinema italiano!». Perché da quando Bava, Fulci, Lenzi e gli altri iniziarono a girare col <em>sync-sound</em>, i loro film diventarono noiosi: anziché avere dieci strepitose inquadrature in una scena, ce n’erano una o due. E adesso che sto girando il mio nuovo film (<em><strong>Enter the Drag Dragon</strong></em>), mi fa strano dover riprendere il suono in presa diretta. Mi sento come se dovessi ritornare alle mie vecchie modalità.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Un’altra cosa che ho notato è come, specialmente nei film scritti da Ian Driscoll, tuo collaboratore di vecchia data, un elemento molto importante sia l’ironia. Utilizzi questo ingrediente soltanto per rendere il film più divertente, come succede nelle produzioni della Troma, o hai altre intenzioni, ad esempio la critica sociale, come succede in Carpenter, Romero e Hooper?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Credo che il miglior esempio di questa nostra vena ironica si possa trovare nel film <em>Jesus Christ Vampire Hunter</em>. Quando io e Ian abbiamo iniziato a pensare alla storia, ci siamo chiesti chi fossero i lebbrosi dei giorni nostri. Duemila anni fa Gesù destava scalpore perché ascoltava i lebbrosi, ma quando abbiamo girato la pellicola, nel 2000, ad essere ignorata e talvolta zittita era la comunità gay, tanto che temevamo che inserirli nel film avrebbe trattenuto la gente dal venire al cinema. Ma in un certo qual modo, io ero più preoccupato di offendere la comunità LGBT+ che quella cristiana. Per fortuna però ciò non successe, anzi: le associazioni gay apprezzarono molto il film, tanto che girammo tutti i festival a tema. A San Francisco in particolare venimmo accolti a braccia aperte.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><a href="http://www.dasscinemag.com/wp-content/uploads/2021/04/Lee-Gordon-Demarbre-3.jpg"><img decoding="async" src="http://www.dasscinemag.com/wp-content/uploads/2021/04/Lee-Gordon-Demarbre-3-1024x576.jpg" alt="Jesus Christ Vampire Hunter di Lee Gordon Demarbre" class="wp-image-15013"/></a><figcaption> </figcaption></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>A parte un paio di film, tutti gli altri li hai girati in Canada. È facile produrli nel tuo Paese o hai avuto difficoltà in passato?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando girai <em>Harry Knuckles</em> e <em>Jesus Christ Vampire Hunter</em>, qui ad Ottawa, l’industria cinematografica praticamente non esisteva. Oggi invece è il contrario: addirittura Vancouver è chiamata “l’Hollywood del Nord”, perché i produttori statunitensi si sono accorti che qui potevano avere gli stessi risultati di una produzione californiana, ma a prezzo più basso. I film che vengono girati ora ad Ottawa, Toronto o Montreal non sono mai ambientati in queste città, ma nelle metropoli degli USA, come Philadelphia, New York e Chicago. I miei invece si svolgono proprio qui, e questo fomenta veramente le persone, tanto che spesso si offrono di aiutarci. Questo è un grande vantaggio del girare film in Canada. Se pensi a <em>Jesus Christ Vampire Hunter</em>, l’intero budget finì in materiale per produzione e post-produzione, mentre per tutto ciò che veniva ripreso, compresi attori e figuranti, non abbiamo speso praticamente nulla. Nel mio nuovo film, ad esempio, abbiamo girato un giorno intero in un aeroplano, senza che ci costasse nulla: soltanto perché una delle comparse aveva un amico che possedeva un piccolo aereo.</p>
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		<title>Cultura asiatica e ricezione occidentale: quando gli immaginari si scontrano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Longo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jan 2020 07:57:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>19 ottobre 2019: veniva presentato alla 14ª edizione del Roma Film Festival un film dal titolo The Farewell – Una bugia buona (trailer). Nato</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.dasscinemag.com/cultura-asiatica-e-ricezione-occidentale-quando-gli-immaginari-si-scontrano/">Cultura asiatica e ricezione occidentale: quando gli immaginari si scontrano</a> proviene da <a href="https://www.dasscinemag.com">DassCinemag</a>.</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="576" src="http://https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/The-Farewell-Cultra-integrata-1024x576.jpg" alt="Cultura asiatica e ricezione occidentale: quando gli immaginari si scontrano" class="wp-image-6747" srcset="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/The-Farewell-Cultra-integrata-1024x576.jpg 1024w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/The-Farewell-Cultra-integrata-300x169.jpg 300w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/The-Farewell-Cultra-integrata-768x432.jpg 768w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/The-Farewell-Cultra-integrata.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>19 ottobre 2019:</strong> veniva presentato alla <strong>14ª edizione del Roma Film Festival</strong> un film dal titolo <a href="http://https://www.dasscinemag.com/dass2021/the-farewell-recensione/"><em>The Farewell – Una bugia buona</em></a> (<a href="https://www.youtube.com/watch?v=P_u0vM6Afnc">trailer</a>). Nato come produzione americana ma girato prevalentemente in Cina, ha come protagonista una giovane cinese, Billie, cresciuta per la maggior parte della sua vita in America, che si trova davanti ad una scelta che la metterà in crisi. Scopre, infatti, che la sua adorata nonnina è allo stadio terminale di un cancro ai polmoni. Potrebbe perciò morire di lì a poco, ma a peggiorare la situazione c’è il fatto che ne è totalmente ignara. Nai Nai (questo il nome della nonna) crede di essere perfettamente in salute, e non capisce come mai tutti i suoi parenti siano così preoccupati per lei. Mentre Billie è costantemente in bilico tra l’istinto di dirle tutto e il volere della sua famiglia di tacerle una verità che potrebbe farle più male che bene. Perché c’è un detto, nella cultura cinese: non è la malattia ad uccidere il malato, ma il dolore nell’apprenderlo.</p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">The Farewell – La perfetta integrazione</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Lasciando da parte le numerose tematiche personali che<strong>
Lulu Wang</strong> mette in ballo nel suo lungometraggio, con elementi
dichiaratamente autobiografici, uno degli aspetti a risaltare è il rapporto che
Billie ha con la sua identità. È una ragazza cresciuta in America, perciò ha
fatto suoi costumi, pensiero e persino paure proprie di quell’immaginario. Ma le
sue radici sono cinesi, e lo ha ben presente durante tutto il film.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando va in Cina per assistere al matrimonio del cugino,
mera scusa per riunire la famiglia per quella che tutti credono essere, probabilmente,
l’ultima volta, si scontra con gli usi e la mentalità propri di una cultura che
ormai ha dimenticato. Nello stesso tempo ne prova nostalgia ed esprime il
desiderio di rimanere lì ad assistere la nonna quando gli altri saranno tornati
alla loro nuova casa, nonostante questo la porterebbe a rinunciare a molti dei
sogni che stava coltivando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si assiste, così, a <strong>un movimento idealmente circolare, di
allontanamento dal punto di origine e ritorno.</strong> Billie, infatti, nel momento
di consapevolezza finale della sua identità, riuscirà ad integrare la sua
formazione occidentale con l’eredità orientale lasciatale dalla famiglia. <strong>Un
perfetto punto d’incontro</strong> tra due mondi che così poco sanno l’uno dell’altro.</p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Ribellarsi alla propria cultura</h3>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1280" height="720" src="https://i1.wp.com/www.dasscinemag.com/wp-content/uploads/2019/12/Lanterne-Rosse-Ribellarsi-alla-propria-cultura.jpg?fit=1024%2C576" alt="Lanterne Rosse: ribellarsi alla propria cultura" class="wp-image-6748" srcset="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/Lanterne-Rosse-Ribellarsi-alla-propria-cultura.jpg 1280w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/Lanterne-Rosse-Ribellarsi-alla-propria-cultura-300x169.jpg 300w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/Lanterne-Rosse-Ribellarsi-alla-propria-cultura-1024x576.jpg 1024w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/Lanterne-Rosse-Ribellarsi-alla-propria-cultura-768x432.jpg 768w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Se Lulu Wang ha potuto descrivere un mondo in cui cultura
occidentale e orientale riescono ad andare d’accordo è perché ha vissuto in <strong>un’epoca
maturata nella globalizzazione.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso non si può dire di Songlian (<strong>Gong Li</strong>), protagonista del film del 1991 di <strong>Zhāng Yìmóu</strong><em> Lanterne Rosse</em> (<a href="https://www.youtube.com/watch?v=wB5vKVnJQtQ">monologo iniziale</a>). Lei è una giovane di buona cultura, con la sfortuna di vivere in un periodo totalmente in contrasto con le sue idee. La storia è ambientata, infatti, nel 1920, quando la prospettiva più rosea per una ragazza cinese era diventare una delle mogli di un ricco signore, discendente di una qualche dinastia. Songlian sogna, invece, lo studio e l’emancipazione, caratteri tipici di una nuova cultura che in occidente si stava già affermando. C’è perciò una nota di profonda <strong>ribellione verso la propria tradizione,</strong> che disegna <strong>un movimento che dall’oriente si protende verso il modello occidentale.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">D’altra parte, <strong>Giacomo Puccini, Giuseppe Giacosa </strong>e <strong>Luigi
Illica</strong> avevano preceduto Yìmóu di circa 90 anni, da un certo punto di
vista. Nella famosa opera <em>Madama Butterfly</em>, ambientata agli inizi del XX
secolo, la protagonista, Cho Cho-San, è una giovane geisha che sposa l’americano
Pinkerton, ufficiale della marina militare in trasferta a Nagasaki, in Giappone.
Per poter conseguire il matrimonio Cho Cho-San ha dovuto rinunciare al suo nome
e alla sua religione, con la conseguenza di essere diseredata dallo zio bonzo. Nonostante
tutto, ciò non rappresenta affatto un deterrente per la ragazza, che ama la
cultura americana a tal punto da rinnegare a cuor leggero la sua.</p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">L’ultimo Samurai – La conversione di un occidentale</h3>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1280" height="720" src="https://i0.wp.com/www.dasscinemag.com/wp-content/uploads/2019/12/LUltimo-Samurai.jpg?fit=1024%2C576" alt="L'Ultimo Samurai: un cambio di cultura" class="wp-image-6749" srcset="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/LUltimo-Samurai.jpg 1280w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/LUltimo-Samurai-300x169.jpg 300w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/LUltimo-Samurai-1024x576.jpg 1024w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/LUltimo-Samurai-768x432.jpg 768w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Esiste un <strong>corrispettivo ritorno</strong> di questo movimento, ossia
che <strong>dall’occidente si protende verso l’oriente.</strong> L’esempio è dato
perfettamente da Nathan Algren (<strong>Tom Cruise</strong>), ex-capitano dell’esercito
statunitense di fine 1800 in <em>L’ultimo Samurai</em> (2003), di <strong>Edward Zwick</strong>
(<em>Blood Diamond – Diamanti di sangue</em>, <em>Vento di passioni</em>).</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un contesto di scontro tra la cultura millenaria giapponese
e l’ondata di modernità rappresentata dall’occidentalizzazione, si presentano
al contempo più scenari. Il giovane imperatore, reduce da una rigida educazione
tradizionale, favorisce il cambiamento e incarica Nathan di addestrare il suo esercito
con l’intento di eliminare i samurai ribelli. In seguito a una sconfitta sul campo,
il capo dei samurai, Katsumoto (<strong>Ken Watanabe</strong>), fa prigioniero Nathan e
lo porta al proprio villaggio. Qui avviene un rovesciamento delle prospettive:
Katsumoto rivela a Nathan la grande curiosità che nutre nei confronti della
cultura americana, mentre Nathan conosce sempre più a fondo la realtà dei
samurai, sposandone gli ideali. Infine, nonostante la sconfitta finale dei samurai
e la morte del loro capo, l’imperatore deciderà di preservare la tradizione del
suo popolo, rinunciando agli accordi con il governo americano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vi è qui non solo <strong>un immaginario fondato sul ritorno alle
origini,</strong> quanto un’affermazione della nuova identità di Nathan, che
deciderà di abbandonare totalmente la sua vecchia vita.</p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Anna and the King – La lotta tra due identità</h3>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1280" height="693" src="https://i1.wp.com/www.dasscinemag.com/wp-content/uploads/2019/12/Anna-and-the-King.jpg?fit=1024%2C554" alt="Anna and the King: scissione della cultura" class="wp-image-6750" srcset="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/Anna-and-the-King.jpg 1280w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/Anna-and-the-King-300x162.jpg 300w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/Anna-and-the-King-1024x554.jpg 1024w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/Anna-and-the-King-768x416.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Nella vasta filmografia che riguarda l’incontro tra Oriente e
Occidente non si assiste sempre ad una crisi identitaria o ad un’unione totalitaria.
C’è un caso in cui la scissione tra la cultura inglese e quella del Sud-Est
asiatico (Siam) collaborano per poi dividersi nuovamente. È la storia di <em>Anna
and the King</em> (1999), di <strong>Andy Tennant </strong>(<em>Hitch – Lui si che capisce
le donne</em>), con <strong>Jodie Foster e Chow Yun-Fat,</strong> ispirata liberamente
alla figura realmente esistita di <strong>Anna Leonowens,</strong> educatrice dei figli
del re del Siam<strong> Mongkut</strong> dal 1862 al 1868.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al centro del film ci sono la cultura e le tradizioni del
Siam, patrimonio che il re Mongkut tenta in tutti i modi di preservare. Al contempo
auspica una modernizzazione che possa ostacolare la colonizzazione. Come contesto
politico vi è, infine, la minaccia di un colpo di stato da parte dei soldati
birmani. Questo è il quadro in cui si inserisce la figura di Anna, una giovane
insegnante inglese chiamata ad occuparsi dell’educazione dei 68 figli del re.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il periodo trascorso in quella terra tanto differente
dalla sua si rivelerà difficile: come spesso succede, le usanze di una diversa
cultura possono risultare incomprensibili ad occhi estranei. <strong>Tanto da
impedirne la completa integrazione, o anche solo una convivenza o un
adattamento.</strong> Ad esempio, Anna non riuscirà ad accettare la poligamia del re,
incompatibile con la sua visione del matrimonio. Oppure, la condanna a morte di
una ragazza, promessa del re, colpevole di tradimento poiché non desiderava l’unione
che le era stata imposta e precedentemente innamorata di un monaco. Per quanto
nel film si disegni una storia d’amore tra Anna e il re, infatti, le distanze
tra loro risulteranno incolmabili. Entrambi saranno motivo di crescita
personale l’uno per l’altro, e la loro collaborazione porterà il re a prevalere
nello scontro finale. Ma Anna deciderà di tornare in Inghilterra, pur avendo cambiato
ormai irreversibilmente la vita e i punti di vista del re e di chi era venuto
in contatto con lei.</p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Memorie di una Geisha &#8211; Un caso di mis-cultura</h3>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1280" height="800" src="https://i1.wp.com/www.dasscinemag.com/wp-content/uploads/2019/12/memorie-di-una-geisha-storia-vera-mineko-iwasaki-cinematographe-01.jpg?fit=1024%2C640" alt="Memorie di una Geisha: un caso di mis-cultura" class="wp-image-6751" srcset="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/memorie-di-una-geisha-storia-vera-mineko-iwasaki-cinematographe-01.jpg 1280w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/memorie-di-una-geisha-storia-vera-mineko-iwasaki-cinematographe-01-300x188.jpg 300w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/memorie-di-una-geisha-storia-vera-mineko-iwasaki-cinematographe-01-1024x640.jpg 1024w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/memorie-di-una-geisha-storia-vera-mineko-iwasaki-cinematographe-01-768x480.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Uno dei film che ha fatto immergere di più nella cultura
orientale, nel caso specifico quella giapponese, è <em>Memorie di una Geisha</em>
(2005), di <strong>Bob Marshall</strong> (<em>Chicago</em>, <em>Nine</em>). Vincitore di <strong>3
premi Oscar</strong> (Fotografia, Scenografia e Costumi), racconta da un punto di
vista interno la crescita e l’istruzione di una giovane per diventare una vera
Geisha, tra tradimenti e amori proibiti. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Nato da un adattamento dell’omonimo libro di <strong>Arthur
Golden,</strong> la storia è tratta dalla vita della Geisha realmente esistita <strong>Mineko
Iwasaki.</strong> Ma non solo la Iwasaki fece causa allo scrittore, in quanto citandola
nei ringraziamenti aveva violato l’anonimato stabilito nell’accordo
contrattuale. Golden fu, inoltre, accusato da lei <strong>di aver completamente travisato
uno dei riti fondamentali nel passaggio da maiko a geisha, il “mizuage”.</strong> Infatti,
nel film consiste nella vendita al miglior offerente della verginità della
ragazza, mentre in realtà ciò è vero solo per un altro tipo di figura, la “oiran”.
La confusione tra elementi propri di una cultura cui non si appartiene, <strong>specie
se in un prodotto mediatico tanto potente come la cinematografia,</strong> è molto
pericolosa, soprattutto per l’opinione che inevitabilmente si crea attorno alle
figure di cui si parla.</p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Gongfu – La cultura delle arti marziali come elemento di unione</h3>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1280" height="640" src="https://i0.wp.com/www.dasscinemag.com/wp-content/uploads/2019/12/bruce-lee-1620x800-1280x640-1.jpg?fit=1024%2C512" alt="" class="wp-image-6752" srcset="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/bruce-lee-1620x800-1280x640-1.jpg 1280w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/bruce-lee-1620x800-1280x640-1-300x150.jpg 300w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/bruce-lee-1620x800-1280x640-1-1024x512.jpg 1024w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/bruce-lee-1620x800-1280x640-1-768x384.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Un genere particolarmente prolifico negli anni ’80 fu la <strong>commedia
d’azione.</strong> Tutti hanno visto almeno una volta dei film con protagonista la
coppia formata da <strong>Bud Spencer e Terence Hill,</strong> pseudonimi di <strong>Carlo Pedersoli
e Mario Girotti,</strong> come <em>… Altrimenti ci arrabbiamo</em> (<strong>Marcello
Fondato</strong>) o <em>Lo chiamavano Trinità</em> (<strong>E. B. Clucher,</strong> pseudonimo
di <strong>Enzo Barboni</strong>). Film in cui non poteva mancare la scazzottata con
panche che si rompono contro le schiene degli avversari, pugni e cadute rovinose
dai banconi. Ma anche film come la serie dei <em>Rocky </em>(<strong>John Guilbert
Avildsen</strong>) con <strong>Sylvester Stallone,</strong> che raccontavano un po’ il mondo
del pugilato, o i classici film di <strong>Arnold Schwarzenegger.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un genere analogo si era già affermato dall’altra parte del Globo:<strong>
il Gongfu.</strong> Al posto di pugni e calci metteva in scena le arti marziali, con
le movenze di attori del calibro di <strong>Bruce Lee, Jackie Chan</strong> o <strong>Jet Li.</strong>
Alcuni dei titoli sono diventati dei cult in tutto il Mondo: si pensi a <em>Dalla
Cina con furore</em> (<strong>Wei Lo</strong>), <em>Drunken Master</em> (<strong>Woo-Ping Yuen</strong>)
o <em>I giganti del Karaté</em> (<strong>Cheh Chang</strong>).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente anche in Occidente alcuni nomi si fecero strada
in questo nuovo genere. È il caso, ad esempio, di <strong>Chuck Norris,</strong> che
debuttò grazie a <em>L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente</em> e alla
collaborazione con il regista, sceneggiatore e produttore <strong>Bruce Lee.</strong> Ancora
di più <strong>Jean-Claude Van Damme</strong> o <strong>Steven Seagal</strong>, veri e propri
pilastri del gonfu occidentale. Ma una fortissima spinta la diede anche la
serie <em>The Karate Kid</em> (<strong>John Guilbert Avildsen</strong> per quanto riguarda i
primi tre), che accomunarono i giovani grazie alla filosofia delle arti
marziali orientali.</p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Wŭxiá – Tra
storia e leggenda</h3>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1280" height="720" src="https://i2.wp.com/www.dasscinemag.com/wp-content/uploads/2019/12/la-citta-proibita-epica-poesia-zhang-yimou-recensione-5870-1280x16-1.jpg?fit=1024%2C576" alt="" class="wp-image-6753" srcset="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/la-citta-proibita-epica-poesia-zhang-yimou-recensione-5870-1280x16-1.jpg 1280w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/la-citta-proibita-epica-poesia-zhang-yimou-recensione-5870-1280x16-1-300x169.jpg 300w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/la-citta-proibita-epica-poesia-zhang-yimou-recensione-5870-1280x16-1-1024x576.jpg 1024w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/la-citta-proibita-epica-poesia-zhang-yimou-recensione-5870-1280x16-1-768x432.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Uno dei generi che riscuote complessivamente la maggior
parte dei consensi è il <strong>“cappa e spada”.</strong> Comprende storie di nobili
cavalieri, gentili dame e fantastici duelli a suon di spada ambientate in
epoche lontane, che possono andare dal Medioevo al ‘600-‘700 e ha come fonte
principale la letteratura. Uno tra gli esempi più famosi è <em>I tre Moschettieri</em>
di <strong>Alexandre Dumas,</strong> che ha avuto numerosissime trasposizioni sia
cinematografiche che teatrali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È stato considerato da molti un genere parallelo<strong> il
cinese Wŭxiá:</strong> le storie raccontate riguardano principalmente la Cina imperiale
precedente all’anno 1000 a.C. e, come cinematografia, arrivò in Occidente
mascherato da gongfu. Infatti, parte integrante della narrazione sono epici
scontri e tecniche spettacolari di arti marziali. I titoli più famosi sono stati
prodotti negli anni 2000, in seguito a un rinnovamento del filone, e
protagonista indiscusso fu <strong>Zh</strong><strong>āng
Yìm</strong><strong>óu.</strong> Suoi sono,
infatti, lungometraggi passati alla storia come <em>La Città Proibita</em> (con <strong>Gong
Li</strong> e <strong>Chow Yun-Fat</strong>), <em>Hero</em> (con <strong>Jet Li</strong>) e <em>La Foresta
dei Pugnali Volanti</em> (con <strong>Zh</strong><strong>āng Z</strong><strong>ĭy</strong><strong>í</strong>). Vincitore di ben <strong>4 premi
Oscar</strong> fu, inoltre, <em>La Tigre e il Dragone </em>(<strong>Ang Lee</strong>).</p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Manga, Anime e animazione nella cultura globale</h3>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1280" height="720" src="https://i1.wp.com/www.dasscinemag.com/wp-content/uploads/2019/12/shonen-seinen-shojo-scoperta-principali-generi-anime-manga-speciale-v9-38738-1280x16-1.jpg?fit=1024%2C576" alt="" class="wp-image-6754" srcset="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/shonen-seinen-shojo-scoperta-principali-generi-anime-manga-speciale-v9-38738-1280x16-1.jpg 1280w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/shonen-seinen-shojo-scoperta-principali-generi-anime-manga-speciale-v9-38738-1280x16-1-300x169.jpg 300w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/shonen-seinen-shojo-scoperta-principali-generi-anime-manga-speciale-v9-38738-1280x16-1-1024x576.jpg 1024w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2019/12/shonen-seinen-shojo-scoperta-principali-generi-anime-manga-speciale-v9-38738-1280x16-1-768x432.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">La vastissima produzione cinematografica che riguarda la
cultura asiatica ha portato a conoscenza del pubblico buona parte di tradizioni
e storia che altrimenti sarebbero state privilegio di pochi. Ma, in ogni caso,
raggiunge la fetta di cinefili appassionati che, soprattutto oggi,
difficilmente racchiude in pieno le nuove generazioni. Fortunatamente esiste un
media che, al posto del cinema, spopola tra i più giovani:<strong> il Manga,</strong>
fumetti giapponesi spesso, se non sempre, basi delle <strong>trasposizioni
televisive rappresentate dagli Anime.</strong> Gli esempi abbondano e sono più che
noti: <em>One Piece, Naruto, Death Note, Detective Conan</em>… La lista è fin
troppo lunga ed è in continua espansione. Queste serie hanno portato a
conoscere molto della cultura giapponese contemporanea, come la divisione in
distretti di Tokio, persino il sistema scolastico giapponese. Usanze e
tradizioni che non si sono perse nel tempo e che, così, perdurano anche sugli
schermi televisivi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente non manca la produzione di lungometraggi d’animazione ispirati a manga e anime. In questo caso non si può non nominare lo <strong>Studio Ghibli,</strong> casa di produzione giapponese nota particolarmente per la collaborazione con il regista <strong>Hayao Miyazaki</strong> (<em>La Città Incantata, Il Castello errante di Howl</em>).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche dal versante occidentale si hanno numerosi esempi di
film d’animazione riguardanti la cultura asiatica. Della tradizione si ricorda <em>Mulan</em>,
di <strong>Walt Disney,</strong> tratta dalle storie popolari cinesi. Più da vicino,
invece, si può analizzare il caso della serie di <em>Kung Fu Panda</em>, di <strong>Mark
Osborne</strong> e <strong>John Stevenson.</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.dasscinemag.com/cultura-asiatica-e-ricezione-occidentale-quando-gli-immaginari-si-scontrano/">Cultura asiatica e ricezione occidentale: quando gli immaginari si scontrano</a> proviene da <a href="https://www.dasscinemag.com">DassCinemag</a>.</p>
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