#RomaFF20: Winter of the Crow, la recensione del film di Kasia Adamik

«Come funziona la fotocamera? Magia».

Una donna apre gli occhi in una camera da letto inglese, scatta una polaroid del suo viso assonnato, guarda fuori dalla finestra in cerca del rumore che l’ha svegliata. È un incipit chiaro: ognuno vive la vita in modo assente fin quando non giunge un suono inatteso a condurre l’attenzione sulle crepe del mondo. È con il battito d’ali di un corvo che si apre il thriller politico Winter of the crow di Kasia Adamik, presentato nella sezione Concorso Progressive Cinema della ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma

Tratto dal racconto di Olga Tokarczuk (premio Nobel 2018), il film ha luogo nel dicembre del 1981 e segue la storia della psicologa britannica Joan (Leslie Manville) nel suo viaggio a Varsavia per una conferenza medica. La Polonia è in subbuglio, le spinte autoritarie sono contrastate dall’organizzazione clandestina Solidarność, ma a Joan tutto ciò non interessa, questa battaglia non la riguarda: lei vuole tenere la propria conferenza e tornare all’università di Bristol. Tuttavia, nella notte del 13 dicembre viene imposta la legge marziale, e la breve visita lavorativa si trasforma in un incubo. La studiosa si trova isolata, priva di tutto: passaporto, beni personali, possibilità di fuga. Joan è persa in una metropoli labirintica, nel mezzo di un inverno polacco tanto reale quanto metaforico. Mentre la città sprofonda nell’abisso della repressione, a Joan rimane solo la sua polaroid come ultimo appiglio alla verità.

Il punto di vista oggettivo è tutto ciò che rimane a Joan, interpretata impeccabilmente da Leslie Manville (già apparsa in Il filo nascosto, Queer…): l’attrice si eclissa completamente nel personaggio di Joan, mostrandone con naturalezza l’irritazione iniziale, lo sguardo sdegnoso verso una società che considera inferiore, fino agli stati del terrore e dell’insicurezza morale. La studiosa scivola velocemente nei meccanismi del mondo in cui è entrata e, straniera in un paese in guerra con se stesso, precipita in uno stato quasi bestiale. La sua iniziale presunzione è una maschera che lei si può permettere, un privilegio concesso dalla sua nazionalità, come le sigarette inglesi che abbandona sconsideratamente in giro e che si trasformano in tracce del suo passaggio. La milizia cerca Joan e lei non riesce a scomparire a causa del suo stesso status. Unica vera critica al suo personaggio è la frenetica trasformazione da straniera indifesa e spaesata in manipolatrice arguta delle circostanze. 

I personaggi femminili sono i più incisivi del racconto: la ribelle Alina (Zofia Wichłacz), notevole per l’empatia che suscita, è l’unica a proteggere Joan e a farle capire quanto il desiderio di libertà del popolo polacco, che sarà represso, meriti di essere documentato e riportato in Inghilterra. Alina combatte per ottenere la libertà nel proprio paese, e da contraltare le fa Beata (Sascha Ley),  donna influente ma schierata dal lato del potere oppressivo. Interessante la scelta di mettere donne istruite al centro della narrazione come salvatrici e carnefici: persino all’interno di un sistema fortemente militarizzato, la parola è l’unica vera arma di speranza e di annientamento

Secondo la mentalità di uno dei personaggi, l’immaginazione distruggerà il comunismo: questa è una tematica reiterata che rimanda alla frase “i manoscritti non bruciano” (cfr. Il Maestro e Margherita, Michail Bulgakov, scritto tra l’altro in risposta alla repressione staliniana). Il sistema comunista controlla la vita della gente e sarà l’immaginazione, la libertà artistica, a distruggerlo: l’arte sovverte, è un ideale per cui morire o sopravvivere. Tante vittime saranno mietute dalla guerra, tanti manoscritti saranno bruciati, ma le idee sopravviveranno a qualsiasi orrore.

Nata a Varsavia nel 1972, Kasia Adamik non racconta in modo oggettivo il 13 dicembre, ma trascina lo spettatore nel caos soggettivo di quella che potrebbe essere una qualsiasi città ostile, costringendolo a guardare le atrocità della Guerra Fredda. Mescolando intrighi politici e dimensione soggettiva, Adamik unisce una fotografia cupa fatta di architettura brutalista e nuvole plumbee per focalizzare la propria attenzione sul soggetto isolato in tempi turbolenti. La regia trova un ottimo equilibrio tra soggettive di respiro onirico e sequenze di azione da film di spionaggio, calibrando con coerenza gli stati mentali della protagonista. La regista condisce il thriller di una suspense magistrale, a cui si intreccia la riflessione universale sulla necessità di schierarsi nelle battaglie che in apparenza non ci appartengono

L’approdo finale è un film suggestivo che rappresenta la lotta dei singoli, venduto dall’atmosfera cupa e opprimente dell’inverno di Varsavia. Nel contesto della Polonia comunista in cui è ambientata la storia, immaginare significa resistere: creare spazi interiori non controllabili dal potere è la più grande sovversione. Queste ribellioni intime sono simili a luci che scintillano in una città muta e buia, voci di speranza nella notte. Non importa quanto gelido e buio possa sembrare l’inverno di Varsavia, persino nell’oscurità non si è mai da soli

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