
Che la Luce non esisterebbe senza il Buio non è mistero, che l’Amore non esisterebbe senza l’Odio non è stregoneria, che il Bene non esisterebbe senza il Male non è un arcano: la lista degli opposti potrebbe continuare all’infinito senza annoiare nessuno. Eppure, la vera magia pare stare sempre nel mezzo, quel mezzo che muove gli uni e gli altri eccessi – che poi, alla fine, annoiano sempre tutti.
È magico quando tra il Bianco e il Nero si scorgono le tonalità del Verde e del Rosa Technicolor o quando, tra il Rumore e il Silenzio, si riconosce l’eco di uno strano Ticchettio. Specie se è un ticchettio che viene da un tempo molto lontano – il 1939 – e da luoghi altrettanto remoti – il Sentiero dei mattoni gialli – e che appartiene a certe luccicanti scarpette rosse che nel frattempo sono rimaste luccicanti, ma sono diventate argentate. Non sembrano consumate, eppure di strada ne hanno fatta, se dopo ottantacinque anni (più uno) tornano dove tutto è iniziato: il Regno di Oz.
Anche questo meraviglioso villaggio sembra non aver risentito dello scorrere dei decenni, anzi! Ha conservato e accresciuto la propria magnificenza con palazzi di cristallo, balconi adornati di fiori e scalinate scintillanti sotto cui accorrono gli Oziani per scoprire, di tanto in tanto, le sorti del loro destino. L’ultima volta che li avevamo salutati – in Wicked – Parte 1 – imperversava un clima di angoscia e timore per l’improvvisa fuga di Elphaba (Cynthia Erivo), la Perfida Strega dell’Ovest, proclamata nemica dello Stato e disprezzata dall’intera popolazione. Le tensioni, però, non hanno tardato a placarsi grazie alle imminenti celebrazioni per il fidanzamento di Glinda (Ariana Grande), la Buona Strega del Nord, e del Principe Fiyero (Jonathan Bailey), che riaprono le porte del regno con Wicked – Parte 2 (trailer).
Il sequel del musical cinematografico di Jon M. Chu riporta, già nel titolo, il gioco degli opposti di cui sopra – Wicked: For Good – quasi spoilerando l’incantesimo a cui noi e gli Oziani eravamo stati sottomessi e che, nel giro di due ore e diciotto minuti, viene sciolto. La formula magica per spezzarlo prevede giusto un pizzico di sana malvagità e di astutà bontà, capaci di sprigionare il più potente degli elisir: L’Amicizia. In nome di questa Amicizia – sincera, altruista, indistruttibile – Glinda e Elphaba riscrivono il finale di una storia che pensavamo di conoscere già e ridefiniscono le regole del genere più hollywoodiano di tutti.
Non ci sono matrimoni da favola, non ci sono principi azzurri da baciare, non c’è il lieto fine romantico tra lei e lui per suggellare il secondo atto di Wicked; o meglio, ci sono, ma passano comodamente in secondo piano per fare spazio ad un legame più intimo, fatto di lacrime da asciugare, mani da stringere e abbracci da dare e ricevere per l’ultima volta. E così, proprio così, mentre i loro sguardi e le loro voci si fondono in un tutt’uno, Glinda ed Elphaba si salutano per sempre, sicuramente non felici e non contente. Nella liricità struggente del brano che intonano – composto da Stephen Schwartz – c’è, infatti, la tenera commozione e il dolce struggimento di chi ha riconosciuto la propria ragione di esistere in chi le era apparentemente opposto e che ora sa quanto sarà difficile abbandonarla pur senza perderla mai.
La musica e le immagini si incontrano, quindi, per diffondere la magia, quella di un messaggio profondo, capace di attraversare regni e tempi lontanissimi: la fiducia ad accogliere ciò che è diverso da noi, rispettandolo e amandolo allo stesso modo in cui rispettiamo e amiamo chi ci somiglia. Nel frattempo e nella speranza che ciò avvenga tanto nella realtà quanto nella fantasia, Chu chiude il cerchio magico apertosi nel 1939 sciogliendo tutti gli incantesimi e riportando tutti a casa, Dorothy e scarpette argentate incluse.
Certo, la storia è così fitta di personaggi, eventi e riflessioni che la confusione in cui si potrebbe cadere è una minaccia da non sottovalutare, ma per fare ordine basta un veloce (si fa per dire!) ripasso de Il Mago di Oz di Victor Fleming e dell’atto primo di Wicked dello stesso Chu – che, giusto per fare chiarezza nei vostri ricordi, è l’adattamento di un musical che è l’adattamento di un romanzo che è una rivisitazione de Il meraviglioso mago di Oz di L. Frank Baum e poi basta, che se no il cerchio si riapre e non se ne esce più.
Questo fulmineo recap dà, però, prova del fascino che Chu subisce da un certo cinema passato e il regista non ha timore di lasciar trasparire la nostalgia che gli fa da aspirazione. La Città di Smeraldo del suo Wicked – Parte 2 non è altro che una nuova Fairytopia, ossia il regno incantato di Barbie che si trova oltre l’arcobaleno (Over the Rainbow, volevo dire), mentre i costumi indossati dalla Buona Strega del Nord – specie quello sfarzosissimo, sulle tinte del celeste e del lilla – sembrano che siano stati presi in prestito dall’armadio di Barbie e Il Lago dei Cigni e ancora, l’inquadratura finale del duetto di Glinda ed Elphaba strizza l’occhio a quella del canto sincrono di Barbie – La principessa e la povera. C’è, però, da dire che Wicked e gli appena citati film di Barbie non condividono soltanto paesaggi, vestiti e scelte registiche, ma anche la casa di produzione cinematografica che ha dato loro vita, la Universal Pictures, e così si chiude anche un altro cerchio.
Insomma, per questi e per tanti, tantissimi, infiniti altri motivi, non c’è espressione migliore per classificare il lungometraggio musicale di Jon M. Chu come “fantastico”: non soltanto nel genere della trama, ma anche – e soprattutto – per la sconfinata quantità di temi, citazioni e analisi che è in grado di richiamare e di produrre in ciascuno spettatore che andrà al cinema.
In sala.

