
È forse una tentazione sempre più diffusa nelle moderne biografie cinematografiche quella di scadere nella monumentalizzazione, un vero e proprio assioma che tradisce la persona con il personaggio, una scelta consapevole in cui la complessità lascia sempre più facilmente spazio al mito. Raccontare Vittorio De Sica avrebbe così potuto significare aggiungere un altro tassello a questa tradizione agiografica, attenuando ogni asperità e trasformando il “padre del Neorealismo” nell’ennesimo santino presente nel pantheon del cinema italiano.
È, allora, consapevole la scelta di Francesco Zippel che, con il suo Vittorio De Sica – La vita in scena (trailer), evita intelligentemente questa deriva e mette in scena un continuo gioco di specchi, dove il regista si riflette nell’attore – una continua e feconda dialettica che lo stesso De Sica definisce con sorprendente lucidità quando afferma che «più che un regista, mi considero un maestro di recitazione» – il divo nell’uomo e la figura pubblica nell’intimità privata, dipingendo un ritratto che vive proprio delle sue contraddizioni.
Attraverso materiali d’archivio, filmati privati, inserti animati, le testimonianze di familiari e cineasti contemporanei – da Wes Anderson a Francis Ford Coppola, passando per i fratelli Dardenne, Ruben Östlund e Asghar Farhadi – Zippel evita la “canonica” e rassicurante linearità biografica, lasciando progressivamente che il racconto espanda i suoi orizzonti per restituirci anche una riflessione sull’eredità di De Sica. Un’eredità sorprendentemente moderna – non è un caso che Ruben Östlund riconosca in Ladri di biciclette uno dei riferimenti imprescindibili della propria formazione – nata da una fame di verità contro la retorica del fascismo e destinata a sopravvivere al proprio tempo perché affonda le proprie radici in una bontà mai ingenua né sentimentalista: una bontà che altro non è se non la radicale scelta di osservare l’essere umano prima di ridurlo a un mero giudizio.

Un lascito oggi forse più vivo che mai, antitetico a un passato – il presente di Vittorio De Sica – in parte incapace di fare suo questo cinema: troppo cupo, troppo doloroso, ma in realtà – secondo Isabella Rossellini – ostinatamente troppo umano per sovrastare un immaginario, quello del dopoguerra, sempre più attratto da narrazioni rassicuranti.
Un destino insieme beffardo e ironico, che bene è riassunto dall’aneddoto di Wes Anderson che, dopo aver mostrato Sciuscià alla figlia di nove anni, questa, tra le lacrime, gli confessa che «non è bello perché non si dovrebbero fare film così tristi». Un vero e proprio coro di voci, che non si limita a testimoniare, quanto più a riflettere, per esempio, l’intima continuità di De Sica con cinematografie solo all’apparenza lontane: dalle affinità con il cinema iraniano per Asghar Farhadi fino all’assonanza tra Umberto D. e lo Charlot di Charlie Chaplin individuata da Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna.
Allo stesso modo, è affascinante il controcampo che Francesco Zippel mette in scena confrontandosi prima con l’ombra di Cesare Zavattini – simbolo di una paternità artistica spesso letta in termini riduttivi – e poi con la misura quotidiana, una contraddittoria quanto fragile realtà restituita soprattutto dai ricordi del figlio Christian e dei nipoti Brando, Andrea ed Eleonora. Una necessaria contro-narrazione rispetto a quella cronaca che, per decenni, ha preferito indugiare sul grottesco e sul circense di un’esistenza divisa tra il gioco d’azzardo, due case e due famiglie. È il De Sica che spesso è stato ridotto a un personaggio da rotocalco – un tragicomico «saltimbanco», come definito da Andrea De Sica – e che il documentario, invece, sottrae al folklore per ricondurlo finalmente alla sua irriducibile complessità, con la stessa delicatezza con cui il suo cinema ha sempre accarezzato i suoi personaggi.
In virtù di questo, è veramente una vita in scena quella raccontata da Francesco Zippel. Lo è fino al perentorio «mannaggia la morte» de L’oro di Napoli, un ultimo e tragicomico gesto d’amore verso la vita e verso il cinema di Vittorio De Sica. Un congedo che sembra liberarlo dalle monumentali catene del passato per riconsegnarlo al presente in una continua – e, si spera, infinita – messa in scena. Perché il cinema di Vittorio De Sica non può che continuare a vivere ogni qualvolta si sceglie di guardare il mondo con la stessa ostinata fiducia nell’essere umano.
«Sono molto bravo a dirigere film, ma non saprei nemmeno da dove iniziare per fare Sciuscià» – Orson Welles

