
Dopo Storia di un matrimonio e Rumore bianco il regista e sceneggiatore Noah Baumbach torna a concorrere alla Mostra del Cinema di Venezia col suo nuovo lungometraggio, Jay Kelly. Baumbach scrive e dirige un film sulla storia di un fittizio attore di Hollywood, il cui nome è proprio il titolo del film. Jay Kelly, interpretato da un George Clooney in ottima forma, è un attore con la A maiuscola: minuzioso nel suo lavoro, affascinante, invidiato da tutti. Talmente tanto perfetto che, come dice la figlia Jessica, «sembra un involucro vuoto».
E così ci si sente davvero Jay, perché a seguito di un funerale in cui incontra il suo vecchio amico (Billy Crudup) con cui ha scoperto la passione per la recitazione, viene messo davanti alla consapevolezza che ha recitato per talmente tanti anni da non sapere più davvero chi è. Come ogni incontro inaspettato con qualcuno che un tempo conoscevamo e che ci ricorda una versione di noi che non ci sentiamo più addosso, Jay viene investito da un’epifania sul suo presente e decide di porne rimedio. E non è un caso che un ruolo del genere sia stato dato a Clooney, uno dei volti più noti di Hollywood, che qua interpreta quasi la sua copia rendendo il racconto metacinematografico.
Jay decide di partire per l’Europa e si porta dietro il suo team, tra cui il suo affezionato manager Ron (Adam Sandler) e una sua agente Liz (Laura Dern). L’attore è mosso dalla voglia di riscoprire il mondo e sé stesso per capire in quale punto della sua storia personale ha lasciato andare la presa con il reale e ha perso di vista chi era davvero. E lo fa muovendosi tra la Francia e l’Italia, dove si innamora nuovamente del mondo comune e dei colorati personaggi che incontra, ma anche ispezionando il suo passato attraverso flashback che si intervallano al presente narrativo senza transizioni, come a suggerire il flusso di coscienza a cui il personaggio è sottoposto. Jay guarda con occhi di rimpianto ma anche di tenerezza il sé del passato, e le scene oscillano trai il realistico e il fantastico, lasciando i personaggi liberi di potersi esprimere e interagire tra di loro rompendo le barriere del tempo e dello spazio. Una scelta di messa in scena efficace e che restituisce l’idea di smarrimento introspettivo che sta vivendo Jay. Ed è proprio qua che viene fuori il cuore del film, che infatti ha i suoi momenti di maggiore pienezza proprio nelle scene con le due figlie ormai adulte, che in modi diversi ricordano all’uomo le conseguenze delle sue azioni da padre nel corso degli anni.
La riflessione sulla attorialità e sul cinema regge bene dentro la patina di commedia brillante e ritmata, ma quando questa lascia spazio per il vero cuore tematico il film non appare altrettanto accattivante. È il conflitto di un uomo di mezza età che si prende la responsabilità, finalmente, degli errori che ha commesso e delle persone che ha lasciato indietro. Una riflessione su una persona affamata di successo che ha messo da parte l’amore delle figlie per inseguire qualcosa che ormai è giunto a termine, solo per scoprire che non può tornare indietro nel tempo.
E proprio in questo senso, Jay Kelly assume più le sembianze di un film visto e rivisto, soprattutto per quanto riguarda la scelta del personaggio principale attraverso cui narrare la storia. E sono i personaggi secondari a soffrirne maggiormente: non solo le due figlie, ma anche il manager Ron viene relegato all’intrattenimento comico e il suo personaggio pieno di potenzialità non viene a pieno sviluppato, realizzandosi solo attraverso il punto di vita di Jay. Il film mantiene un unico sguardo dall’inizio alla fine, e per quanto introspettivo e lucido in ciò che vuol dire, appare privo di originalità.
Baumbach usa i paesaggi di un’Italia edulcorata fino all’eccesso per una regia capace, anche se pure questa contribuisce a restituire lo stesso messaggio del film. Tra inquadrature di campi al tramonto e scene dentro foreste nebbiose riflette lo sguardo di Jay: un quadro parziale, un’idea di bellezza destinata a rimanere solo dentro i film perché non inerente alla realtà, ma solo proiezione di un unico punto di vista. L’attinenza con il mondo vero rimane solo nei limiti di ciò che per Jay è vero e il film non lo sbugiarda mai: a lui il reale serve solo per riscoprire sé stesso, il resto è inutile raccontarlo. Sembra quasi che il film sia molto bravo a prendere in giro l’argomento che tratta, l’attorialità, ma lo è un po’ meno quando deve farlo col suo protagonista.
Jay Kelly, in definitiva, sa prendersi i suoi momenti divertenti e le sue parodie, regalando un film godibile e ben confezionato, ma sensazione che rimane, alla fine, è di un tema poco sfruttato e scaduto nelle solite riflessioni, senza una aggiunta di elementi innovativi.

