
Ci sono film che sono importanti perché ci permettono di immaginare futuri possibili, sognare mondi lontani dai nostri. Poi ci sono film che ci mettono di fronte alla realtà, talmente veri da essere al tempo stesso rassicuranti e spiazzanti. È così che possiamo vedere davvero quello di cui, presi dalla nostra vita, non ci accorgiamo quasi mai.
Anna Foglietta ce lo racconta con il suo esordio alla regia. Una storia, presentato in concorso nella sezione Orizzonti alla Mostra del cinema di Venezia, si regge su una trama piuttosto semplice: dipinge un anno di vita di Mauro (Guido Caprino) ed Erika (Alba Rohrwacher), una coppia di genitori di mezza età. Il punto di partenza è l’aver accompagnato la figlia nella città dove studierà da fuorisede. Tornati a casa, i due devono riscoprire la propria quotidianità senza di lei, scandita da nuove routine e consapevolezze. Il film si divide in stagioni, seguendo Mauro ed Erika in ogni loro movimento con una lentezza mai pesante, calco della monotonia del mondo reale.
Dietro ad una presunta semplicità narrativa si districa una moltitudine di suggestioni che partono proprio dall’assunzione del peculiare punto di vista: Una storia sceglie come protagonisti due persone dalle, solo apparentemente, insignificanti vicende. Nessun salotto borghese, nessun lavoro d’alto rango. Invece, una casa comune, un lavoro comune, una dinamica comune. Soprattutto, una storia comune: niente drammi, solo le fatiche quotidiane a cui tutti dobbiamo prestarci.

Ma è proprio da questo che nasce la complessità tematica del film: mentre le stagioni si susseguono, Erika viene travolta dall’alienazione per la propria vita, improvvisamente vuota. “Prima, con Irene, avevo così tante cose da fare”, ammette al marito. Adesso che invece la quotidianità è scandita da lavoro, dal tempo libero di cui non sa che fare, da doveri di casa che si rende conto di svolgere come un obbligo autoimposto, Erika sembra collassare. Ed il rapporto con Mauro si inclina a sua volta.
Una storia non ha pretese e nulla da insegnare: racconta due persone fuori dal clamore borghese patinato troppo spesso raccontato al cinema, guardando i due personaggi senza pretendere di spiegarli. Il tutto è condito al lavoro sublime di Caprino e Rohrwacher, che seguono questo andamento profondamente genuino, mettendo in scena l’interiorità dei loro ruoli. La vicenda cattura così tanto lo spettatore da far perdere la percezione di trovarsi davanti ad un’opera di finzione; piuttosto, sembra di aver di fronte un documentario.
Foglietta dirige con destrezza, sicura di cosa vuole dai suoi personaggi e di come vuole mostrarlo. Attraverso scorci di vita, talvolta con qualche sbavatura che le si perdona facilmente, mette in scena senza fronzoli una storia fin troppo comune di una generazione e di una classe che meritano di essere raccontate con le loro complessità e contraddizioni.
Le sfide che affrontano Mauro e Erika, confinati nei propri ruoli di genere, volenterosi di uscirne, pronti a trovare gli strumenti per provarci, sono crude e realistiche, raccontate mai con l’obiettivo di provare un punto ma solo di mettere in scena il vero. Non c’è dislivello tra chi guarda e chi viene guardato, nessun giudizio: solo la consapevolezza che molto spesso pensiamo di essere i soli a provare qualcosa che invece, a guardar bene, ci accomuna tutti.
Una storia magari rimarrà una tra tante, ma quando si esce dalla sala si ha voglia di fare una o due chiamate in più, e forse questa è l’unica cosa che conta.

