#Venezia83: Un bon petit soldat, la recensione del film di Stéphane Brizé

Un bon petit soldat, recensione

La macchina del capitalismo è un sistema perfetto, o quasi: ti fa credere di star raggiungendo il successo quando in realtà ti ritrovi a lavorare per altri, alle loro condizioni di altri e, talvolta, con il rischio di perdere le parti più preziose di te.

La protagonista di Un bon petit soldat (trailer), il film di Stéphane Brizé presentato in Concorso alla 83. Mostra del cinema di Venezia, é Carla (Alba Rohrwacher), una HR che lavora per un’azienda di successo. Divisa tra lavoro e vita personale, dove il tempo per quest’ultima sembra non bastare mai, si trascina giorno dopo giorno cercando di non sprofondare. Mentre cerca di mantenersi in equilibrio tra progetti respinti, capi troppo esigenti (Vincent Lindon) e ore di lavoro moltiplicate, un episodio di mobbing ai danni di una collega la costringerà a guardare in faccia la cruda realtà che la circonda.

Brizé si è sempre interessato a portare sul grande schermo storie di lavoratori, spesso in situazioni socio economiche svantaggiate, mostrando con realismo questo lato oscuro della Francia, che è, ormai, quello di gran parte delle società contemporanee. Anche in questo nuovo film non abbandona né stile né tematica, andando anzi a scavare più a fondo nella psicologia del suo personaggio principale.

Carla è una donna che, se all’inizio può apparire come una vittima del sistema – e in parte lo rimane fino alla fine – in seguito si mostrerà conscia del marcio di cui è parte, diventando complice e alimentando quelle stesse dinamiche in cui si sente oppressa. Il suo personaggio compirà una rapida e disperata escalation: dall’ingresso al nuovo lavoro, ai complicati rapporti con il figlio minore che tenta in ogni modo di ottenere la sua l’approvazione, fino alla consapevolezza di dover mettere da parte etica e valori pur di mantenere quell’opprimente ma salvifico posto di lavoro.

Brizé compie una scelta ben precisa: decide di mostrare Carla per la maggiore parte del tempo del film all’interno dell’ufficio. Seduta alla scrivania mentre lavora, in videochiamata con il figlio, in quell’unico scambio che sembra unirli, oppure mentre si rapporta con capi e colleghi. Non sappiamo quasi niente del resto della sua vita; le uniche volte che la si vede all’esterno la si osserva mentre è in fila per prendere la metro o in mezzo a persone, sole come lei, che si affrettano ad andare a lavorare. Persone che magari sono i protagonisti di una storia simile alla sua, simile alla nostra.

L’inizio di Un bon petit soldat può stupire per la leggerezza e la capacità di generare un riso amaro, ma quello che segue porterà lo spettatore a confrontarsi con una realtà sempre più soffocante, in cui il confine tra vittima e carnefice diventa labile e il lavoro finisce per occupare ogni spazio della vita.

Carla, con insicurezze che la divorano e la persistente paura di fallire, incarna il prototipo del “buon soldato” (per riprendere il titolo) che si affanna per stare al passo. Brizé ne fa il simbolo di una generazione schiacciata dalla necessità di dimostrare continuamente il proprio valore, in cui il successo coincide con la capacità di resistere e continuare a produrre.

Politico, sottile, amaro.

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