#Venezia83: Oasis: Don’t Look Back In Anger, la recensione del documentario di Will Lovelace e Dylan Southern

Oasis: Don't Look Back In Anger, la recensione

“Some might say that sunshine follows thunder”. Potrebbe sembrare un po’ ridondante la retorica autocelebrativa e salvifica di Oasis: Don’t Look Back In Anger (trailer), eppure il documentario di Dylan Southern e Will Lovelace lascia scoperta una profonda ferita culturale della generazione nata nel nuovo millennio. Il film racconta la riconciliazione tra Liam e Noel Gallagher dopo il loro quindicinale divorzio artistico. I fratelli hanno l’occasione di tornare insieme nel momento in cui (in realtà per motivi poco chiari) si decide di organizzare un nuovo tour mondiale per gli Oasis. Dopo una prima mezz’ora di clausura in sala prove, dove Noel dirige e prepara gli strumentisti in vista dell’arrivo del fratello, è la comparsa di Liam ad avviare il lungo intreccio di immagini e testimonianze che celebra la più grande rock band degli ultimi trent’anni. Don’t Look Back In Anger si mostra come uno strano ibrido. Se inizialmente potrebbe sembrare una ricostruzione delle prove dell’Oasis Live ’25 (alla maniera del Let It Be di Peter Jackson), in realtà il docufilm mescola momenti d’archivio a sequenze da film-concerto, passando per molte delle tappe fondamentali della trionfale tournée. Da Cardiff a Seoul, da Manchester a Buenos Aires, l’influenza globale dei Gallagher e dei loro miliardari successi viene raccontata attraverso la voce di fan provenienti dal mondo intero.

<<Con una mentalità da branco, simile a quello del calcio>> è il pubblico degli Oasis. Insomma – e per chi è stato ad un loro live non sarà certo una novità – è sbalorditivo quanto coesa sia la fanbase globale della band, e i due registi ne sono ben consapevoli. Meno certi ne erano, a quanto parrebbe, gli stessi Liam e Noel, che si raccontano sorpresi dalla risonanza eccezionale della loro reunion. La band viene infatti raccontata come un fenomeno leggendario, in grado di salvare la generazione degli anni ’80/’90 da ogni sorta di difficoltà: le canzoni dei Gallagher, fatte dalla strada per chi vive sulle strade, parlano a tutti i millennial della loro stessa gioventù, colgono lo Zeitgeist meglio di qualunque altro artista a loro contemporaneo.

Oasis: Don't Look Back In Anger, la recensione

Seppur sfiorando altri argomenti interessanti (come il legame tra Manchester e i brani della band o l’importanza del chitarrista Bonehead per la creazione del loro sound brit pop), è palese che il film tenda ad arenarsi attorno alla riappacificazione degli Oasis e al loro ruolo liberatorio per i giovani degli anni Novanta. Continuando a girare in tondo, però, questa narrazione tocca un nervo scoperto della nostra Gen Z: è come se la passione per la musica dei due fratelli sia stata automaticamente iniettata nella generazione successiva a quella a cui i Gallagher si rivolgevano. Certo, i brani degli Oasis restano tutt’oggi dei sempreverdi, eppure viene da chiedersi: a noi, oggi, cosa spetta? A detta dello stesso Noel, sembra che il mondo sia impazzito dopo lo scioglimento della band; Nazioni comandate dai governi meno adatti, giovani senza speranza, senza una musica che li riunisca sotto un’unica bandiera.

Sia chiaro, come insegnano gli stessi Gallagher, spesso la musica nasce dai garage, e la gioia di ascoltare musicisti di nicchia in un pub sperduto di Londra resterà immortale. In ogni caso, però, il docufilm lascia un malinconico dubbio: per quanto tempo Cigarettes And Alcohol, Roll With It, Morning Glory e Little By Little continueranno ancora a parlare di tutti noi? Esiste, da qualche parte nelle profondità del nostro animo, un sentimento nuovo condiviso da ogni giovane sulla Terra? Se sì, ci sarà mai qualcuno che riuscirà a cantarlo come Liam e Noel hanno fatto trent’anni fa? Maybe.

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