
Il patto con il diavolo ha da sempre mosso registi e, con loro, storie e personaggi. Oggi Paolo Strippoli, con il suo nuovo film, se ne serve anche per parlare di divario di classe, sorprendendo con un thriller familiare che si allontana dall’horror esplicito, pur non rinunciando alla sua poetica. L’estranea (trailer) è stato presentato in Concorso alla 83. Mostra del cinema di Venezia.
La famiglia Colonna è evidentemente oggetto di un’invidia costante. Madre (Jasmine Trinca) e padre (Adriano Giannini) con un’attività di successo, una figlia bellissima (Romana Maggiora Vergano da adulta) che sembra avere la strada spianata per la tv e un figlio naturalmente portato per lo sport. Agio e lussi non mancano, e con questi la convinzione di vivere una vita perfetta. Qualcosa cambia quando un terribile incidente porta la madre a trovarsi di fronte a una scelta: cosa sacrificare per cercare di mantenere saldi gli equilibri familiare?
Il virus che sembra aver attaccato il nucleo domestico comincia a mangiarlo dall’interno, portando al suo lento deterioramento. Come ha già dimostrato nei suoi film precedenti, il regista é abile nel portare in scena le paure, le pulsioni e i lati più oscuri dei personaggi che, tra squallore e disfacimento, tentano inutilmente di rimettere insieme i pezzi persi.
Se Piove, seppure acerbo, aveva fatto notare Strippoli ai più, La valle di sorrisi è arrivato a stupire, delineandosi come l’opera più matura di un regista che pian piano é riuscito a costruire il suo riconoscibilissimo stile. L’estranea, tra i due, sembra non trovare una precisa collocazione e non sembra neanche compiere un ulteriore salto di qualità.
Ciò che si percepisce é una incontrollabile pulsione a strafare, eccedere, a riempiere il più possibile un contenere già denso. La sensazione é che ogni intuizione abbia bisogno di essere accompagnata da un’altra e che ogni immagine costruita debba trovare la direzione per apparire ancora più disturbante. Il risultato è un film che, muovendosi appunto per accumulo, tende a mettere insieme tutti quegli espedienti di una cifra stilistica che Strippoli è stato abilissimo a costruire, ma qui, un po’ meno a ponderare.
I riferimenti al cinema che ha formato Strippoli si leggono chiaramente: Lanthimos, Ari Aster, Kubrick per citarne alcuni. Ma quello che realmente manca é una rielaborazione in chiave personale dell’estetica degli stessi registi.
Il discorso sul divario di classe rimane comunque la suggestione più interessante del film. L’estranea dimostra come amare così tanto un privilegio porti chi lo abita a fare di tutto pur di preservarlo, anche rischiando delle amare conseguenze. Il personaggio della madre è centrale in questo: la sua tensione a proiettarsi come perno familiare la fa scivolare in un vortice di onnipotenza, nella convinzione di poter controllare ogni cosa e di essere l’unica in grado di mantenere intatto quell’equilibrio. È proprio questa presunzione di controllo a trascinarla, inevitabilmente, sempre più a fondo.
La stessa ossessione per il controllo sembra appartenere, in qualche modo, anche al film. Strippoli vuole governare ogni elemento della storia, lucidarlo a fondo ed ingrandirlo, finendo però per ottenere l’effetto opposto: più cerca di caricare ogni passaggio di significato, più il racconto perde naturalezza e non riesce a scorrere da sé.
In conclusione, L’estranea è una patinata occasione mancata: per quanto nel cinema italiano ci sia bisogno della freschezza di genere che Strippoli ha dimostrato di essere abile a portare, questo nuovo film non si rivela l’upgrade sperato.

