#Venezia82: À bras-le-corps, la recensione del film di Marie-Elsa Sgualdo

Nella selezione ufficiale dell’82ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia molti film hanno scelto di mettere a fuoco il tema delle violenze di genere. À bras-le-corps di Marie-Elsa Sgualdo, presentato nella sezione Spotlight, con il suo taglio fortemente psicologico e definito dalla sua stessa autrice «una lettera d’amore alle donne», è stato uno tra quelli di maggiore impatto emotivo. 

Siamo negli anni ‘40 e la quindicenne Emma (Lila Gueneau) è candidata al «Premio per la Virtù» che il suo piccolo paese svizzero assegna a giovani donne particolarmente devote. Lavora come domestica in una famiglia benestante, dove stringe amicizia con la sua coetanea Colette (Sasha Gravat Harsch) e cresce le sue tre sorelle minori dopo l’allontanamento della madre (Sandrine Blancke), da lei stessa definita «poco di buono». Questo equilibrio, già lontano dall’essere ideale, è frantumato dall’intrusione di Louis (Cyril Metzger), giornalista di città che durante la sua permanenza nel paese stupra Emma e la lascia incinta. La tragedia collettiva per antonomasia, quella della Seconda Guerra Mondiale, fa da sfondo a quella individuale della protagonista: nei boschi al confine con la Germania, Emma è testimone delle deportazioni di alcuni ebrei rifugiati in Svizzera per scampare alla Shoah. 

Il contrasto tra pubblico e privato è uno dei grandi temi di À bras-le-corps. La rivoluzione di Emma di fronte alla sua oppressione non si riflette su una dimensione collettiva ed è piuttosto privata, si concretizza nel ritagliarsi uno squarcio di vita che non venga vandalizzato dalle mani violente degli uomini della sua vita e nella rivalutazione delle relazioni con le donne che la accompagnano. Per primo quello con la ripudiata madre, prima oggetto di forte disprezzo ma divenuta rifugio e salvezza, e poi quello con Colette. Quest’ultima è un evidentissimo doppio di Emma: una ricca e viziata, l’altra povera e umile, una pigra e annoiata, l’altra brillante e ambiziosa, una desiderosa di sposarsi e mettere su famiglia, l’altra terribilmente desiderosa di ritrovare l’autonomia e la spensieratezza della sua vita passata. È una strategia sempre narrativamente efficace, ma già vista e qui appare fin troppo superficiale. 

Il punto di forza del film è da ricercare nella fotografia, nei suoi colori spenti a riflettere l’atmosfera cupa e nella accurata confezione dei momenti di più alta tensione. Negli spazi femministi si parla spesso dei difetti nelle rappresentazioni grafiche di violenza e qui sono ottime le scelte di concentrarsi sullo sguardo vuoto di Emma e sulle sue dita che stringono l’erba durante lo stupro, o ancora il modo delicato ma dolorosissimo con il quale è messo in scena il suo tentativo segreto di aborto. Il ritmo del racconto è, però, abbastanza problematico, e la sceneggiatura spesso inciampa in goffaggini, cliché ed elementi eccessivamente semplicistici. Sono invece degni di nota i momenti anticlimatici in cui Emma esprime con il linguaggio essenziale di una quindicenne la sua sofferenza, le preghiere in cui implora Cristo di proteggerla dalla vergogna e i «non lo voglio».

La dichiarata intenzione di Sgualdo nell’ideazione di À bras-le-corps era quella di raccontare la disgrazia che era nascere donna nel secolo scorso, ma anche quella di parlare a un presente in cui i diritti riproduttivi sono costantemente sotto attacco dei vertici politici e si è costrette a parlare ancora tantissimo di stupro. Pur ammirando questa nobile intenzione e considerando gli aspetti esteticamente lodevoli di quella che è comunque un’opera prima, la scelta di inscenare una «Silent Ribellion», per citare la traduzione inglese del titolo, non può che perplimere. Se si ha a cuore la contemporaneità e le si vuole trasmettere qualcosa, non è forse tempo di incitare all’urlo, piuttosto che ai bisbigli? 

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