#Venezia82: La grazia, la recensione del film di Paolo Sorrentino

Recensione La grazia di Paolo Sorrentino, Dasscinemag

Dopo aver vinto nel 2021 il Leone d’Argento con È stata la mano di Dio, Paolo Sorrentino torna alla Mostra del cinema di Venezia con La grazia (trailer) film in concorso con cui apre direttamente il festival. Il regista e sceneggiatore, stavolta, prende l’ispirazione da un fatto di cronaca: la grazia concessa da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a un cittadino in carcere. E in effetti, il film deve il suo nome proprio a questo, alla grazia che un Presidente della Repubblica ha il diritto di concedere quando le circostanze lo prevedono.

In questo caso il presidente Mariano De Santis (Toni Servillo), alla vigilia della scadenza del suo mandato, deve decidere se concedere la grazia a due cittadini in carcere, e contemporaneamente prendere una decisione sulla legge per l’eutanasia. È affiancato dalla figlia Dorotea (Anna Ferzetti), che lavora con lui come giurista e che lo incalza a prendere una decisione, mossa dalla passione per la causa. Mariano rappresenta il classico uomo dei film di Sorrentino: isolato e meditabondo, stretto tra una sigaretta e un pensiero filosofico. Eppure, Mariano si rende conto di essere “l’argomento più noioso che conosca”. È un giurista penale ossessionato dalla verità, un cattolico devoto, un uomo del compromesso e del temporeggiamento tipicamente democristiani. Non a caso, il soprannome con cui è conosciuto è “cemento armato”: stoico e imperturbabile, fin troppo.

Stavolta attraverso il personaggio principale Sorrentino inserisce tematiche politiche a drammaticamente attuali, come la legge sull’eutanasia che Mariano si rifiuta di firmare, mosso dall’esigenza da giurista di arrivare ad una verità assoluta e anche dal senso di colpa cattolico. È nelle conversazioni con la figlia e soprattutto venendo in contatto con “la vita vera”, che Mariano riscopre la primaria utilità del diritto giuridico: essere al fianco delle persone.

La grazia riprende a pieno i temi cari a Sorrentino, a partire dall’importanza attribuita al passato e al ricordo. Aurora, la moglie defunta di Mariano, non compare mia in scena ma è presente come se fosse il personaggio principale nella narrazione. Lei e il segreto che non ha mai rivelato al marito, segreto che lo tormenta da 40 anni. È in questo che Mariano si sente un cemento armato: non riesce ad andare avanti, a dimenticare e a venire a patti col mondo così com’è. Un uomo ancorato alle sue radici, che però impara a mano a mano a lasciarsi andare e a capire che la musica leggera può appassionare tanto quanto quella classica . E dopotutto, la grazia cos’è se non la capacità di lasciarsi andare, di donare il perdono prima che agli altri soprattutto a noi stessi? Una consapevolezza difficile da raggiungere per un giurista penale, per un uomo così attaccato alle certezze. Solo qualcosa di inafferrabile e non misurabile come l’amore può smuovere il più irremovibile degli uomini, ed è proprio nell’amore che Mariano si rifugia e trova il coraggio per mettersi in dubbio.

Sorrentino non si è scordato delle sue costanti: le figure clericali stranianti e le scene al limite dell’assurdo sono ancora presenti, insieme ad una messa in scena ricercata e alla colonna sonora che unisce il classico al pop e alla tecno. Ma nel suo sguardo elegante che si lascia stregare dagli interni del Quirinale non si scorda mai dei suoi personaggi e dei dettagli che li caratterizzano, mettendo al centro non solo la bravura di Servillo e di Ferzetti ma evidenziando i loro personaggi in modo inaspettatamente umano. Forse anche Sorrentino, come Mariano, vuole prendersi meno sul serio (e infatti regala delle scene geninuamente esilaranti), ma non per questo snatura la sua poetica, che invece si presenta rivitalizzata sotto una luce più minimalista.

Anzi, trattando un tema così attuale e divisivo per l’Italia, sembra volersi dedicare a qualcosa che vada oltre l’estetismo che lo caratterizza ultimamente: vuole lasciare un messaggio, vuole sporcarsi le mani e smuovere le coscienze come nei suoi lavori delle origini. E allora va bene così, pure se si lascia andare al suo consueto didascalismo pieno di aforismi. Perchè la raffinatezza del regista partenopeo sta proprio nella scrittura, non solo nel suo armonioso sguardo dalla macchina da presa.

La grazia è una lode al dubbio, a chi invece che cemento armato diviene musica, a chi si lascia andare senza gravità: a chi usa l’amore per perdonare invece che per sopprimere, a chi ha il coraggio di farsi domande invece di imporre risposte. Dopotutto, quella che più di tutti risuona in testa a fine film è una domanda a cui né la Chiesa, né lo Stato né altri possono rispondere, ma solo noi stessi: a chi appartiene la nostra vita? O, come dice Doroetea, “di chi sono i nostri giorni?”.

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