#Venezia82: Il Mostro, la recensione della serie di Stefano Sollima

Forte del successo di Romanzo Criminale, Gomorra, Suburra, ZeroZeroZero e molto altro, Stefano Sollima difende da anni la reputazione di esperto e innovatore nel racconto al grande pubblico delle vicende del crime italiano, soprattutto se destinato alla televisione. Non poteva dunque che essere attesissima la sua nuova miniserie Il Mostro, distribuita da Netflix, scritta con Leonardo Fasoli e interamente presentata in anteprima Fuori Concorso alla 82ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

La storia non ha bisogno di tante introduzioni: si parla del caso di cronaca nera più famoso della storia italiana, quello del Mostro di Firenze, un serial killer che avrebbe ucciso tra il 1974 e il 1985 sette diverse coppie appartate in auto nell’area del capoluogo toscano. Come colpevoli degli omicidi sono generalmente additati Pietro Pacciani e i suoi «compagni di merende», ma non è in realtà così per la giustizia: Pacciani è infatti morto prima della sentenza in appello e il caso risulta ufficialmente irrisolto. Questo, soprattutto nell’Italia di Stefano Nazzi e di Elisa True Crime, per cui anche il più cruento omicidio può essere trasformato in discussione da bar, lascia spazio a congetture diverse, inclusa quella della «pista sarda» su cui si concentra la serie. Sono comunemente indicate così le prime indagini sul Mostro, seguite dalla vice procuratrice Silvia dalla Monica (Liliana Bottone), che attribuivano a lui anche l’omicidio del 1968 di Barbara Locci (Francesca Olia) e del suo amante Antonio Lo Bianco, per il quale era stato condannato Stefano Mele (Marco Bullitta), marito di Locci. La serie si concentra dunque sulla conservatrice famiglia di Mele, nativa della provincia di Oristano e trapiantata in Toscana, e sul suo incontro con i fratelli Francesco (Giacomo Fadda) e Salvatore Vinci (Valentino Mannias), entrambi accusati in momenti diversi di essere il Mostro e poi rilasciati per mancanza di prove. 

L’intreccio è volutamente scucito, il ritmo esasperante. Ognuno dei quattro episodi segue la vicenda concentrandosi principalmente su un indiziato e racconta la successione degli omicidi e delle indagini secondo questa prospettiva, spesso affidando il resoconto a narratori inattendibili, che di frequente sono gli stessi accusati. Si ripete la stessa scena, ma vengono aggiunti o rimossi personaggi e dettagli a renderla più o meno significativa. Il caso è ricomposto frammento per frammento, ipotesi per ipotesi, ma non si danno risposte definitive, come i tribunali ancora non sono riusciti a fare. 

Se si volesse mettere in mostra un mondo di sconosciuta violenza, vengono in mente poche vetrine più potenti della serialità distribuita da un gigante dello streaming come Netflix. Questo giustificherebbe la mezza intenzione di strizzare maldestramente la serie all’interno della nicchia del cinema femminista. Vediamo che la PM inquadra dal primo episodio i delitti come femminicidi, Barbara Locci diventa un’icona romantica di liberazione sessuale, i dialoghi sono colorati dal più basilare sottotesto denunciante: «tue ses sa mia» (tu sei mia, la mia) sibila Salvatore, il principale antagonista, in risposta ai tentativi di ribellione di sua moglie. E tutto ciò sarebbe quasi apprezzabile se l’intenzione, appunto, incompleta, non inciampasse tragicamente su se stessa. 

Nonostante il titolo, la serie non tratta di mostri sotto il letto, ma di uomini reali, che il letto lo condividono con donne che odiano, insultano, picchiano, stuprano, mutilano, uccidono, spogliano e trascinano come bambole di pezza. Per tre ore e mezza, questo è il motore della storia e il principale oggetto delle inquadrature. Non può che essere una storia dolorosa, difficile da guardare, e non ci sarebbe in verità niente di male nel raccontare storie difficili (in questa Venezia Luca Guadagnino ci aveva già fatto discutere di come non tutto dovrebbe essere comodo). È molto complicato, però, far rientrare Il Mostro dietro la linea che separa denuncia e spettacolarizzazione. Sfianca lo spettatore (o forse solo la spettatrice) con una violenza eccessivamente dettagliata, che non restituisce alle vittime alcuna dignità, e, nonostante una trama originale, non propone nuovi spunti di riflessione sulle cause o gli effetti della misoginia che pare voler comunicare. Il talento di Sollima è innegabile e quello che Il Mostro porta sullo schermo è un progetto tecnicamente notevole, ma avevamo davvero bisogno di vedere questa storia rappresentata in questo modo?

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