
«Sto pensando di finirla qui, sto pensando di finirla qui», ripeteva angosciata Lucy nelľultimo film di Charlie Kaufman.
Sto pensando
How to Shoot a Ghost è un continuo rigirio di pensieri “poetici” opprimenti, intrisi di rimpianti; una sorta di appendice a sé stante a Sto pensando di finirla qui, ľultimo dei film diretti dal cineasta americano. Due giovani appena morti si incontrano ad Atene, lei una fotografa, lui un traduttore, e vagano per la città pensando alla loro vita, alle sue bellezze, e agli errori passati. Non è necessario assorbire tutte le riflessioni e i ragionamenti personali, qualche volta eccessivamente (ma giustamente) filosofeggianti, che i due ragazzi si scambiano per tutta la durata del cortometraggio, ma viene data la possibilità di strappare, di selezionare, solo qualche filo da quel tessuto esperienziale di parole cucito lentamente, frase dopo frase. Recuperare con molta libertà quello che serve a chi guarda, insomma.
Di finirla (?)
Lei scatta istantanee, fotografie contenenti una verità intrinseca, che riprendono ľimmediato e la realtà delle cose nella sua forma più sincera e immodificabile; mentre lui, traduttore, è un punto d’unione e di comunicazione tra figure che non possono capirsi. Prima di essere fantasmi erano persone che si muovevano nel tempo, con le loro vite. E ora? Ora, come scattare una foto a un fantasma? I fantasmi sono i corpi fluidi – organici e non – in continuo movimento; la loro trasparenza (per tornare a un termine legato ai Ghost Elephants herzoghiani, altro film di fantasmi in questa edizione della Mostra), il loro lascito e la loro ricontestualizzazione nei tempi respirano non solo negli importanti dettagli, ma nella totale essenza liminale delle cose. Spazi che rappresentavano qualcosa, che ora sono qualcos’altro, folle che si sono mosse in quei luoghi, lasciando in essi, volontariamente o meno, la propria individualità. Così, ogni fine prevede un nuovo inizio. Significa questo diventare fantasmi?
Qui.
How to Shoot a Ghost, ricorda nei toni, nelle atmosfere e nella delicatezza il videogioco-avventura grafica Life is Strange: tempo, scelte, pensieri, fotografia (istantanee, anche qui). Entrambe le opere hanno un approccio estatico alla vita, una vita dove non esiste verità senza scelte, senza comunicazione (traduzione, comprensione delľaltro), una vita dove non esistono fantasmi senza tempo che scorre. Kaufman ha realizzato un cortometraggio personale, forse un po’ infantile, forse un po’ fallace, ma proprio per questa sua uggiosa imperfezione… totalmente sincero.

