#Venezia82: Girl, la recensione del film di Shu Qi

La recensione di Girl di Shu Qi per Dasscinemag

Non è chiaro a chi si riferisca il titolo del film di Shu Qi, Girl, in concorso all‘Ottantaduesima Mostra del cinema di Venezia. La ragazza in questione è una delle due sorelle dipinte nelle loro quotidianità in una periferia a Taiwan? Oppure è la nuova arrivata in classe di Hsiao-lee, la sorella maggiore, che la avvicina al mondo dell’adolescenza e delle trasgressioni? O ancora, magari è la madre delle figlie (la cantante 9m88), vittima di un marito violento e alcolizzato (Roy Chiu), una donna che tenta di vivere come può sacrificando se stessa. Forse non lo è nessuna o forse tutte loro insieme.

L’attrice Hong-Kong-Taiwanese Shu Qui si getta per la prima volta nell’impresa registica, mossa dalla volontà di raccontare una storia (la sua, molto probabilmente) invece che semplicemente interpretarla. In questo esordio crea un dramma ancora tristemente attuale, pur essendo ambientato nel 1988, attraverso delle donne che vivono sotto la minaccia costante di un padre di famiglia dipinto, agli occhi delle figlie, come un vero e proprio mostro. Il terrore per l’uomo è ciò che le lega insieme, ma non per questo capace di renderle fronte comune contro ciò che subiscono. Anzi la paura le isola, e soprattutto la figlia maggiore e la madre reagiscono in modi opposti alla violenza che subiscono. Se la madre sfoga la sua frustrazione verso le figlie, Hsiao-lee (Bai Xiao-Ying) si rifugia in Li-li (Lin Pin-Tung), la nuova amica che la porta fuori dal suo mondo conosciuto per farle scoprire i ragazzi, il fumo, i film, nei cliché più visti su questo tipo di dinamica adolescenziale. Ma la storia di amicizia tra le due, che dovrebbe essere la colonna portante della trama, è presentata troppo tardi e toppo sporadicamente per diventarne il fulcro.

Al suo posto, Shu Qi mette in mostra una storia di ordinario patriarcato, di una famiglia braccata da un unico uomo che impedisce ad ognuna delle protagoniste di vivere serenamente, bloccandone il futuro. Nell’universale si vuole raccontare il singolo, storie comuni senza scampo che sfuggono dall’eccezionalità proprio perché interiorizzate da una società intera. La madre rovescia soprattutto su Hsiao-lee le sue paure e i suoi rimpianti, complice un destino a cui pensa di non poter più scappare, portandola a sfogare con la violenza questo senso di prigionia della sua stessa vita. E quindi nella figlia vede la liberazione e al tempo stesso l’invidia per ciò che non può avere, sentimenti che crescono in lei fino al punto in cui è troppo tardi porne rimedio.

Nel rapporto tra madre e figlia prende forma il destino patriarcale comune a tutte le donne di cui si pensa solo la più giovane possa salvarsi, compromettendo l’intero rapporto. Difficile non pensare a C’è ancora domani di Paola Cortellesi, film che ha avuto un enorme successo in ogni parte del mondo, proprio per questa concezione della violenza di genere come universale di ogni tempo e ogni luogo. Forse Shu Qi ha preso spunto proprio da Cortellesi, o forse questi due film sono solo un sintomo su quanto sia ancora importante parlare di determinate vicende.

Eppure, il film sembra non sbocciare fino in fondo. Isola un frammento di vita della famiglia e quando arriva al punto interessante per poter sviscerare il rapporto madre-figlia si interrompe bruscamente. Certamente dipingere i momenti conflittuali crea più scalpore che le conseguenze successive, ma senza una giusta scrittura rischia di rimanere in superficie senza una riflessione più profonda. I personaggi e ciò che provano sono elementi che non vengono mai arricchiti davvero, finendo per lasciare un vuoto al posto di dove avrebbe potuto esserci un elemento più intimo.

Nell’andamento della storia il senso comune di cosa si vuol raccontare pare perdersi, dando luce a momenti ambigui e staccati tra loro che si ricompongono solo in un finale d’impatto, ma tardivo. Forse con Girl, Shu Qi vuole porre l’accento su quante storie come questa siano ancora fin troppo reali per molte persone, e la “ragazza” di cui vuole parlare non ha un nome perché potrebbe essere chiunque di noi. In ogni caso, il film rappresenta senza dubbio un’ambizione notevole per l’esordio dell’attrice e, con una scrittura più incisiva, avrebbe potuto diventare una piccola gemma.

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