#Venezia82: Elisa, la recensione del film di Leonardo Di Costanzo

La recensione di Elisa, Dasscinemag

‹‹Cosa la spinge a incontrare persone come me?››, chiede Elisa Zanetti (Barbara Ronchi) davanti al criminologo Alaoui (Roschdy Zem), professore che sta svolgendo una ricerca attraverso colloqui con detenuti condannati per crimini indicibili. Come Elisa, che ha ucciso la sorella dopo averla rapita e sedata per giorni, e per questo in prigione da dieci anni. Il professor Alaoui sembra stupito dalla domanda che la donna gli rivolge. Cosa si intende, dopotutto, per persone come lei?

Elisa (trailer) di Leonardo Di Costanzo prova a rispondere proprio a questo interrogatorio. Presentato in concorso all’Ottantaduesima Mostra del cinema di Venezia, il film è liberamente tratto dal libro Io volevo ucciderla di Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali, che a sua volta attinge da un fatto di cronaca. Ma più che un film crime sulla ricostruzione di un omicidio, Di Costanzo è interessato alla psicologia della sua protagonista, delle verità che si racconta e di quelle troppo dolorose con cui fare i conti.  

Sostenendo di non ricordare nulla, la vita di Elisa è tutto sommato pacifica: vive in un carcere disperso nelle montagne Svizzere, lavora nel bar al suo interno, vede suo padre due volte a settimana. Ed è subito disposta a parlare col professore Alaoui quando lui propone la sua ricerca di studio alle detenute. Forse è perché passato tanto tempo dall’omicidio, forse perché sente di voler riscavare tra la memoria bloccata. O forse non sa che questi colloqui introspettivi le faranno analizzare parti di sé che ha messo a tacere per troppo tempo.

Di Costanzo è da sempre interessato al mondo delle carceri e di chi le abita. Con Ariaferma, il regista afferma di aver voluto esplorare le relazioni all’interno delle prigioni, mentre in questo film Elisa si relaziona prima di tutto con se stessa e coi fantasmi del suo passato. Gli imponenti paesaggi della montagna, metafora della mente della protagonista, restituiscono un’atmosfera che favorisce l’introspezione e la riflessività, nonché la solitudine.

Attraverso la scena introduttiva, il film spiega che per poter davvero capire e prevenire determinati fenomeni occorre scavare dentro l’animo umano, il nostro stesso animo, per comprendere cosa c’è di profondamente primitivo in qualcosa che sembrerebbe innaturale come commettere i crimini più indicibili. E Di Costanzo lo fa davvero, destreggiandosi in un caso di fratricidio dove la carnefice non sembra per niente consapevole di aver compiuto l’atto, tantomeno delle ragioni che l’hanno spinta. Il regista è devoto nel ricercare l’umanità in Elisa, non tanto per un tentativo di empatia o scusante per un crimine terribile, quanto per analizzare attraverso la sua mente le vere emozioni che l’hanno portata a compierlo.

Perché è proprio da quest’ultime, inconfutabile prova di essere umani, che prende forma il mostro che alberga in ognuno di noi, e solo saperlo permette di riuscire a disinnescarlo. Ogni singola persona contiene tutte le contraddizioni che gli permettono di far del bene o di far del male, e la lunga introspezione di Elisa è la testimonianza di una analisi della psicologia interiore che viene guardata senza preconcetti, in cui riconoscere le proprie emozioni senza sopprimerle è il primo passo per non cadere in un vortice senza fondo.

Forse non bastavano due ore per rispondere ad una delle domande più universali mai create, da dove nasce la nostra mostruosità? Oppure forse l’intento del film era solo fotografare una storia tra le migliaia che esistono, consapevoli che questo non vuol dire chiudere il discorso, se mai aprire una provocazione nel modo in cui ci approcciamo a coloro che commettono i crimini. Dopotutto, la criminologia non formula giudizi, ma ricerca le motivazioni più intime della colpa. Ed infatti Elisa è prima di tutto un film sulla colpa e su come ci relazioniamo ad essa. Se nei suoi precedenti lavori veniva messo in luce quanto le colpe siano molte volte sociali e culturali prima che individuali, qua la macchina da presa e la scrittura ci obbligano a osservare la primaria carnefice manipolarsi e manipolare chi le sta intorno, pentirsene, rispiegarsi, correggersi, in un continuo dialogo con se stessa.

Laura, il personaggio interpretato da Valeria Golino, invece, funge da controparte etica alla ricerca del professore. Viene dato spazio a questo contraddittorio, impersonificato in una madre che ha perso il figlio e in cerca di risposte, ma forse troppo poco, troppo di sfuggita. Per una domanda così ampia come quella a cui vuole rispondere il film, avrebbe giovato un confronto più esplicito e meno incastrato tra una scena e l’altra.

Pur senza riuscire a soddisfare pienamente le aspettative dell’inizio, Elisa rimane un film ben studiato per ciò che vuole raccontare, senza l’obiettivo di rendere la protagonista una santa, ma nemmeno lasciandola nell’oblio ambiguo della mostruosità. Con rispetto e fermezza con cui un autore come Di Costanzo può fare la inquadra nella sua vita, nelle scelte che ha compiuto e che l’hanno portata ad essere dove sta, nella lenta salita verso l’accettazione dei propri limiti e dei propri errori.

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