
In un panorama cinematografico in cui ogni elemento imprevedibile del futuro è già stato trasformato in un racconto utopistico, in che modo possiamo creare una riflessione nuova intorno alle minacce delle bombe nucleari? Se tutto ciò che si poteva dire si è detto, forse l’unica soluzione è mostrare la tanto semplice quanto invisibile realtà dei fatti. È proprio sulla devozione verso la realtà che è costruito A House of Dynamite (trailer). Presentato in concorso all’Ottantaduesima Mostra del cinema di Venezia, il film è il ritorno della regista Kathryn Bigelow al festival, nonché suo nuovo lavoro dopo otto anni di assenza.
A House of Dynamite sembra voler sfamare il bisogno collettivo di svelare i segreti dietro i luoghi più impenetrabili, in questo caso la difesa nazionale degli Stati Uniti d’America, richiamando il lavoro già fatto da Conclave con la ricostruzione il più fedele possibile delle misteriose elezioni vaticane. Bigelow, da sempre interessata a mondi utopistici e possibili futuri non troppo lontani, unisce le sue ambizioni al processo che aveva già effettuato con i suoi precedenti film The Hurt Locker e Zero Dark Thirty: raccontare storie realistiche e con un fondo di verità su questioni politiche, affidando la sceneggiatura a capaci giornalisti esperti nel settore. Qua è il turno di Noah Oppenheim. Dopotutto, come Bigelow stessa afferma, il suo obiettivo più importante è inserire nei suoi lavori più autenticità possibile.
Ed è questo lo stile di A House of Dynamite, a partire da una regia che ricalca il cinema documentaristico. Il racconto è diviso in tre punti di vista che si incollano tra loro, uno per volta, mostrando le azioni di diversi apparati di uno degli Stati più evoluti al mondo per prevenire una improvvisa catastrofe nucleare. Dire di più sulla storia sembra quasi un peccato, dato che la visione senza premesse permette una maggiore immersione nel racconto. Sicuramente da dire c’è che dentro questo thriller ipnotico vi è un’anima corale, un mosaico di personaggi mossi sia da praticità che da ansie e paure. La loro emotività è in bella vista senza vergogna, le parti più sensibili sono evidenti tanto quanto il cinico pragmatismo con cui devono continuare a lavorare, un’unione che li rende forti e fragili insieme: umani.

Il capitano Olivia Walker (Rebecca Ferguson) è il testimone chiave di questa operazione. Il personaggio di Ferguson si impregna di ansia e di tensione, di emozioni che tenta di ricacciare giù, determinata a portare avanti il suo lavoro fino in fondo. La sceneggiatura, anch’essa devota a cogliere il vero, si sofferma infatti su dettagli spudoratamente realistici: videochiamate interrotte, silenzi imbarazzanti senza risposte, sguardi vuoti di panico senza saper più fare ciò per cui si è formati. Una cruda autenticità, una reazione fedele e spietata ad una possibilità che non pare poi più così lontana.
Il tema affrontato dal duo Bigelow-Oppenheim è un argomento caldo: già nel 2023 Christopher Nolan aveva trattato l’argomento della bomba nucleare attraverso la biografia di Oppenheimer, mentre qua la prospettiva viene ribaltata raccontando il popolo americano non come artefice ma come possibile bersaglio. Non tanto per vittimismo, quanto per una maggiore possibilità di entrare dentro lo schermo ed immedesimarsi fino al terrore. Gli Stati Uniti appaiono minacciati e soli, occupati più a cercare un colpevole che a risolvere la situazione. Ma il problema non sono solo loro, il problema è globale: è stato costruito un sistema che può portare solo all’autodistruzione, in cui ogni potenza mondiale è coinvolta e potenzialmente potrebbe mettere fine al genere umano.
Il film è retto da una costruzione della tensione impeccabile e che non perde mai colpi a mano a mano che il film procede, rendendo intramontabile l’ansia di sapere come va a finire, che si ravviva proprio nel momento in cui un punto di vista finisce per dar inizio ad un altro. La colonna sonora tiene intrappolati dentro la storia e da la sensazione vertiginosa di dover prendere parte alle decisioni a cui i protagonisti sono chiamati. E dopotutto è proprio l’obiettivo del film: come sentendo un cronometro che scandisce un conto alla rovescia, lo spettatore è chiamato in causa a scegliere prima che la lancetta punti sullo 0.
‹‹Qual è il piano B?››, chiede ad un certo punto un consigliere al suo collega. ‹‹Non c’è un piano B››, risponde lui. Non esistono alternative alla realtà che abbiamo creato, non esiste difesa capace di proteggerci dall’arma più letale mai concepita dall’uomo. Il film mette in evidenza la fragilità in cui viviamo come popolo in un mondo che potrebbe distruggerci da un momento all’altro, basato su probabilità sfocate e del tutto imprevedibili. Bigelow si dimostra completamente capace di dirigere un thriller politico di questo calibro, in cui l’adattamento al reale diviene la via più efficace per una presa di consapevolezza che ci riguarda ogni singolo giorno.
Se sembra ‹‹un’assurdità››, come esclama il Presidente (Idris Elba) nel panico, il film ci informa che comunque sia ‹‹è la realtà››. Farci i conti spetta a noi.

