#Venezia83: Hombre Al Agua, la recensione del film di Gael García Bernal

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Gael García Bernal, volto simbolo del cinema messicano, è approdato al lido di Venezia, in occasione dell’83° Mostra Internazionale del Cinema, presentando il suo terzo lungometraggio da regista, Hombre Al Agua (trailer) nella sezione Venezia Spotlight.

Così come nei suoi primi due lungometraggi, Déficit (2007) e Chicuarotes (2019), anche in questo caso Bernal fonde l’umorismo al dramma, questa volta, però, per costruire un film che vuole essere tante, troppe, cose insieme: una satira sociale, un melodramma familiare, una riflessione sui i confini labili tra la realtà e la finzione.

Protagonista del film, scritto a quattro mani dal regista e dal drammaturgo Mariano Pensotti, è Camilo (Bernal), bagnino cubano sempre pronto a correre in acqua per aiutare qualche malcapitato. Tutto cambia per lui quando salva Abel (Jorge Salinas), ricco imprenditore messicano che, per ricompensarlo, lo porta con sé in Messico, offrendogli un lavoro e permettendogli di mettere su famiglia con la figlia Juana (Esmeralda Pimentel), celebre saltatrice con l’asta. La sua nuova vita è apparentemente perfetta ma ben presto si rivela essere una gabbia dorata, nella quale Camilo è costretto a rimanere a galla, sopportando il suocero e le vuote esuberanze delle persone benestanti che lo circondano.

Alla vicenda principale si incastrano progressivamente più livelli metanarrativi, attraverso i quali il regista ragiona sul concetto di controllo e sulla possibilità di manipolare la realtà attraverso il racconto. L’intera esistenza di Camilo dipende da Abel e dalla sua famiglia, che solo all’apparenza gli lascia l’impressione di poter scegliere liberamente come vivere la sua vita. Più il film prosegue, infatti, più diventa evidente che lui è solo un ospite appena tollerato nella propria casa, i cui bisogni vengono completamente sovrastati dagli schemi machiavellici di Abel e dalle pretese della moglie, impegnata nella realizzazione di un film autobiografico.

La vita di Juana viene trasformata in un racconto filtrato e fortemente rimaneggiato da lei stessa, che si appropria della sua storia e decide come rappresentarla agli altri. Sceglie di farsi interpretare da La Brasileña (Débora Nascimento) e, soprattutto, dipinge il marito come un arrivista spregiudicato, interpretato da Roby (Ricky Martin), trasformando anche la sua figura in un personaggio funzionale al racconto che vuole costruire di sé. A questo film nel film, se ne aggiunge un altro: gli operai della fabbrica di Abel e Camilo scelgono di girare un documentario di protesta contro i licenziamenti, utilizzando a loro volta la macchina da presa per raccontare una realtà che rischia di essere occultata dal potere del loro datore di lavoro.

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La sovrapposizione delle metanarrazioni diventa così il principale punto di forza e, allo stesso tempo, il limite di Hombre Al Agua. Se da una parte i diversi film permettono a Bernal di interrogarsi su chi abbia il potere di raccontare la realtà e di manipolarla, dall’altra questo continuo passaggio dalla verità alla finzione finisce per trascinare il film eccessivamente alla deriva, appesantendo una storia che fatica a mantenere il focus sui temi che vorrebbe affrontare. È evidente l’intento di trattare questioni politiche e sociali dell’America Latina (impegno che da sempre attraversa la carriera dell’attore/regista), ma la varietà dei generi adottati e gli intrecci narrativi complessi dei personaggi, rendono difficile mantenere il discorso nella giusta direzione.

L’unico reale appiglio rimane proprio Bernal, il «tesoro nazionale» messicano – così definito da Ricky Martin (qui anche produttore esecutivo) – in grado di conquistare lo spettatore con il solito carisma che lo contraddistingue. È soprattutto grazie a lui, infatti, se si può perdonare un film che, nonostante le imperfezioni, lascia trasparire una sincera passione per il cinema stesso.

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