
Presentato in concorso all’82esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, The Testament of Ann Lee è la nuova opera diretta da Mona Fastvold e scritta insieme al compagno Brady Corbet, con cui l’anno scorso aveva firmato The Brutalist, anch’esso presentato in concorso a Venezia. Protagonista del lungometraggio è una incredibile Amanda Seyfried, in un raro ruolo in grado di mostrare tutto il suo talento. È la storia di una ragazza di incommensurabile fede e dalle idee rivoluzionarie. Un messia e una strega. Una pioniera e una pazza. È questa Ann Lee: “una ragazza vestita dal sole”.
Nata a Manchester nel 1736 in una famiglia estremamente religiosa, in cui l’amore performativo e chiassoso per Dio nascondeva il classico schema di abuso e violenza. Ann fin da bambina conosce il dolore e la sofferenza, affidandosi alla fede per passarci attraverso. Ma le preghiere non erano abbastanza: bramava uno scopo più alto, una vicinanza assoluta a Dio; Ann non riusciva a trovare se stessa nelle vie limitanti e arcaiche della chiesa d’Inghilterra. Quando insieme al fratello William (Lewis Pullman) viene in contatto con gli Shakers, un gruppo religioso in cui la fede era vissuta in maniera viscerale e comunitaria, uniti in una devozione totalizzante espressa attraverso rituali di voci e movimento, per la prima volta, Ann trova il suo posto e in lei il gruppo trova presto un nuovo punto di riferimento. Ann sfida le norme sociali, religiose e di genere dell’epoca, rischiando persino la vita per ritagliare un angolo di mondo per lei e tutti coloro che condividevano la sensazione di non appartenere a nessun luogo.
La vita di Ann Lee è il nuovo testamento di una religione che non ha mai dato alle donne uno spazio che non fosse relegato al mero servilismo nei confronti dell’uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio stesso. Ma Dio ha creato sia gli uomini che le donne, e deve quindi, per forza di cose, essere in egual misura maschile e femminile. È qui che avviene la frattura che divide Ann Lee e gli Shakers dalla chiesa tradizionale, in questo cavillo tecnico che si rifiuta di essere accettato. Tra il movimento degli Shakers si fa strada l’idea che la seconda venuta di Cristo si sia realizzata proprio con Ann, questa donna fervida e impenitente, capace di rischiare tutto nel nome di ciò in cui crede, e nel diciottesimo secolo come può essere vista questa convinzione se non come la più grande delle eresie?
Sebbene venga definito tale, The Testament Of Ann Lee, non è un musical, almeno non nel senso classico: il film si approccia alla musica più come ad uno strumento rituale e comunitario di liberazione dal dolore piuttosto che utilizzarlo come il mezzo di storytelling proprio del musical hollywoodiano. Non ci sono canzoni vere e proprie a cui affidare, momentaneamente, il peso della narrazione, ma solo poche frasi, poche melodie, ripetute ancora e ancora, accompagnate da movimenti liberatori e violenti. Il canto, etereo e spirituale, comunica con Dio come se la parola non bastasse, le meravigliose coreografie sono come rituali per una catarsi collettiva, con lo scopo di sentirsi più vicini agli altri e condividere la propria fede.
Il tema religioso è forse anacronistico e, per certi versi, respingente, e sebbene si possa faticare a trovare una rilevanza rispetto al nostro presente, Ann Lee rimane un incredibile simbolo di coraggio e fiducia nelle proprie convinzioni. Definita come leader di una setta, non è altro che una donna, misteriosa e rivoluzionaria che, dopo aver conosciuto il dolore e la sofferenza decide di dedicare la sua vita all’amore e alla pace. È il simbolo di una lotta perpetua per l’autodeterminazione femminile, per rivendicazione del potere di scelta e lo smantellamento di ruoli sociali preimpostati. La cineasta norvegese attinge a dei valori universali che, forse sconcertati dall’onnipresente discorso su Dio, si tende a liquidare un po’ troppo in fretta.
Mona Fastvold presenta un’opera di tragica bellezza visiva ed emotiva, purtroppo già relegata tra le meno apprezzate tra quelle in corsa per il Leone D’Oro 2025. Un’impresa ambiziosa che, indipendentemente da ogni discorso sulla tecnica, oggettivamente impeccabile, del film, si avvicina di più ad un’esperienza spirituale e sensoriale a tutto tondo. Il film può puntare su un coinvolgimento emotivo fuori dal normale, destinato a catturare solo una parte degli spettatori e a polarizzare il pubblico, condannando il film ad essere amato oppure detestato.

