#Venezia82, Dead Man’s Wire: la recensione del film di Gus Van Sant

venezia82, dead man's wire: la recensione del film di gus van sant

8 febbraio 1977, Indianapolis. Un’emittente radio trasmette una enigmatica musica di sottofondo mentre la voce suadente di Colman Domingo ci introduce nella storia. L’atmosfera è quella fredda e retrò dell’America degli anni 70, ricreata in maniera visivamente impeccabile. Convinto di essere stato truffato da un’agenzia di prestiti, l’imprenditore immobiliare Tony Kiritsis decide di riprendersi quello che gli spetta. Una mattina come le altre entra nell’ufficio della Meridian Mortgage, dove crede di avere un appuntamento con M.L. Hall (AL Pacino), il CEO, responsabile della sua rovina. L’uomo però ha deciso di prendersi una vacanza improvvisata e Tony è costretto a cambiare, in corso d’opera, il bersaglio del suo piano. Ad accoglierlo è Richard Hall (Dacre Montgomery), il figlio del grande capo, e una volta entrato nel suo ufficio, Tony tira fuori un fucile a canne mozze e lo lega al collo dell’uomo con un filo di ferro, un dead man’s wire

Un movimento un po’ troppo brusco basterebbe a far sfociare tutta la vicenda in tragedia. Lo scopo di Tony non è fare del male, non è in cerca di una violenta vendetta, desidera solamente avere quello che crede suo di diritto, e per ottenerlo è disposto a tutto. Le sue condizioni sono semplici: vuole tutti i soldi che avrebbe guadagnato se la Meridian Mortgage non gli avesse fatto perdere i suoi terreni (la sua stima si aggira attorno ai cinque milioni di dollari) e delle scuse sentite da M. L. Hall. E ovviamente l’immunità totale per le sue azioni. Tony, sotto gli occhi della polizia e dei giornalisti, porta l’ostaggio nel suo appartamento ad  attendere che le sue richieste vengano esaudite.

Bill Skarsgard, che ha ormai reso una sua prerogativa abbracciare esclusivamente ruoli con una certa dose di follia, regala quella che è senza dubbio una delle sue migliori interpretazioni, in equilibrio tra ironia e gentilezza fuori luogo, considerando il fucile che tiene puntato alla testa di un uomo, e una rabbia folle ma perfettamente comprensibile nei confronti di un sistema capitalista e crudele. Tony Kiritsis è un piccolo imprenditore rovinato da un colosso della finanza, un personaggio per cui non si fatica a provare empatia. Sebbene gli anni 70 siano lontani ormai, la situazione non ci sembra poi tanto distante (molti hanno, infatti, ricollegato il film alla vicenda di Luigi Mangione): la sensazione di vivere in un mondo che lotta contro la gente comune, traditi giorno dopo giorno dal sistema che dovrebbe tutelarci. 

Ad alternare le scene del rapimento vero e proprio, è particolarmente interessante il focus dedicato alla copertura mediatica della storia, seguendo i passi di Linda Page (Myha’la Herrold), una reporter in erba che sfrutta la situazione per prendersi i riflettori e riferire, finalmente, una notizia da prima pagina. Mentre uno spettacolare Colman Domingo veste i panni di Fred Temple, un ammaliante Dj radiofonico che Tony ascolta ogni giorno e che contatta per facilitare le negoziazioni. 

A sette anni dal suo ultimo film, Gus Van Sant torna alla regia con un thriller affascinante e incalzante, basato su una storia vera e con una massiccia e apprezzabile dose di black humor. Presentato fuori concorso alla Mostra Del Cinema Di Venezia, il film ha ricevuto una standing ovation di 11 minuti, e si stanno già scatenando le prime voci sulla possibile nomination agli Academy Awards per l’eccezionale performance dell’eccentrico protagonista Bill Skarsgård.

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