
Il caso di Theodore Kaczynki è uno dei più famosi eventi di cronaca nera della storia statunitense. Il nome di Unabomber, così veniva chiamato il terrorista noto in tutto il mondo per i suoi pacchi esplosivi, è diventato con il tempo simbolo di una paura profonda, misteriosa e imperscrutabile. Il suo mito criminale ha avuto un portata epocale, così vasta da ispirare financo killer dall’altra parte del globo. Infatti, anche l’Italia ha avuto a che fare con il suo Unabomber, senza però riuscire a scoprirne l’identità.
Al contrario, negli Stati Uniti d’America i servizi segreti ce l’hanno fatta a dare un volto e un nome a questo temibile assassino e, al tempo stesso, a ricostruirne storia e moventi. È proprio in questo universo che opera il nuovo film di Janus Metz Pedersen, Unabomber (trailer). Scandagliando le vicende che legano “Ted” agli agenti dell’FBI alle sue calcagna, il regista coinvolge il pubblico in un storia complessa, attraversata da constanti salti temporali, che con i suoi frammenti sembra suggerirci una domanda o quantomeno un’autocritica: si poteva evitare tutto questo?
La vicenda verte sulla congiunzione scenica di due eventi cronologici scollegati, ma chiaramente l’uno l’emanazione dell’altro. In questo modo, l’adolescenza di Ted va di pari passo alle indagini, che invece lo riguarderanno da adulto. Queste due storie rappresentano l’investigazione emotiva da una parte e pratica dall’altra, destinate a congiungersi nel momento della rivelazione. Dunque, il montaggio di Zach Staenberg funge da collante e insieme da conduttore di tensione, lasciando lo spettatore costantemente sulle spine.

Allora, l’intreccio si fa sempre più intrigante, sostenuto da un ottima gestione del comparto ritmico e scenotecnico. Inoltre, la recitazione risulta impeccabile da parte di quasi tutti gli elementi. Il giovane Jacob Tremblay sorregge con inusitata maturità un ruolo molto sfaccettato, muovendosi con disinvoltura tra scene dove emerge la sua delicatezza giovanile, ad altre dove mette in scena l’esplosione della sua follia violenta, pur in un corpo così minuto. D’altra parte non delude nemmeno Russell Crowe che, dopo il ruolo da cattivissimo in Norimberga, sembra averci preso gusto.
Così la crudeltà dell’uno diventa linfa vitale per l’ira funesta dell’altro, che vediamo crescere dentro di lui di giorno in giorno, muovendo i suo passi dalla latente fase embrionale, fino al momento della completa e irrimediabile conversione.
Allora sì, probabilmente tutto questo si poteva evitare e così avremmo avuto un motivo in meno per comprendere le gesta di un criminale. Ovviamente nulla di ciò che è stato commesso è lontanamente giustificabile, ma il film sembra mettere in luce una verità universale, sempre più legata alla realtà multiforme e mai univoca del mondo moderno. E così alla fine capiamo che il problema non è che ci sono troppi lupi, ma che sembrano non esserci più pecore.
Disponibile su Netflix.

