Una madre, una figlia, la recensione: i legami che rendono più forti

Una madre una figlia recensione film Mahamat-Saleh Haroun

C’è un legame indistruttibile che avvolge le protagoniste di Una madre, una figlia (trailer) e che si dispiega lentamente durante il film. Amina (Achouackh Abakar Souleymane) è la madre di Maria (Rihane Khalil Alio), figlia avuta da ragazza da un uomo del quale non sappiamo molto. Gli uomini, infatti, rimangono una macchia sullo sfondo di questo affresco della società ciadiana. Mahamat-Saleh Haroun ci mostra uno squarcio di quotidianità femminile con uno sguardo delicato e sempre profondamente rispettoso. 

Una madre, una figlia è la storia di Amina che dopo aver scoperto la gravidanza di Maria tenta in ogni modo di assicurarle un aborto in un paese dove interrompere una gravidanza viola sia le leggi nazionali che quelle religiose. Il film, però, non si preoccupa tanto del contesto politico, quanto dei legami che si vengono a instaurare fra i personaggi del racconto. Il titolo originale, Lingui, les liens sacrès, permette di comprendere appieno l’intenzione del regista. Lingui è una parola in arabo ciadiano che indica quelle connessioni che si instaurano fra i membri di una comunità, indica solidarietà. E sono proprio la solidarietà e la sorellanza che permettono a Maria e Amina di riuscire a combattere contro la società patriarcale nella quale si ritrovano a vivere

Lo sguardo del regista è discreto, mostra gli avvenimenti con uno stile quasi documentaristico, lasciando che siano le immagini a parlare. È possibile percepire la disperazione di Maria e di Amina nonostante si tratti di una disperazione tacita, che emerge con prepotenza dalle loro azioni, dai loro sguardi. “Ho solo te, mamita” dice Amina a Maria quando la figlia sembra allontanarsi da lei, permettendo allo spettatore di cogliere la grandezza della solitudine di una donna abbandonata dalla propria famiglia e dalla comunità della quale dovrebbe far parte. “Il mio cinema ha a che vedere con l’ascolto” commenta il regista Mahamat-Saleh Haroun, osservando quanto sia fondamentale fare cinema lasciando alle immagini il compito di comunicare più che alle parole. 

Il velo è un elemento fondamentale. All’inizio del film vediamo Maria che tenta di nascondersi dietro a un velo, lasciando Amina fuori. Lo spettatore riesce a percepire la sua sofferenza, il suo tentativo di celare, di ignorare ciò che le sta evidentemente succedendo pur di non affrontarne le conseguenze. Tutto questo viene comunicato in un silenzio quasi assoluto, con poche, significative, parole. 

Anche il ballo occupa una parte essenziale del racconto. Si assiste a un’Amina che gradualmente riesce a lasciarsi sempre più andare. Il climax viene raggiunto nel momento in cui, davanti a una Maria che non riesce a comprendere appieno la madre, Amina comincia a ballare da sola, abbandonandosi al ritmo della musica. La macchina da presa indugia su dei primi piani che permettono di comprendere alla perfezione la liberazione spirituale che investe Amina in quell’istante

Una madre, una figlia è un film che permette di capire le dinamiche di una società dove le donne vengono schiacciate dalla mancanza di diritti, dove per andare avanti è necessario fare affidamento sul prossimo, perché da soli si è deboli ma insieme si riesce a tirare avanti. Mahamat-Saleh Haroun è in grado di regalarci un’opera che racconta di una realtà dove l’unica giustizia realmente possibile è l’auto-giustizia

Il film è nelle sale dal 14 aprile.

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