
Koya Kamura, film-maker franco-giapponese, adatta l’omonimo romanzo di Elisa Shua Dusapin per il suo esordio nel lungometraggio, Un inverno in Corea (trailer), dando vita a un’opera raffinata e sensibile che concentra l’attenzione sulla fragilità dei rapporti umani e sulle loro zone d’ombra.
A Sokcho, cittadina costiera della Corea del Sud, la giovane Soo-Ha (Bella Kim, al suo debutto come attrice) trascorre le giornate tra i fornelli e il servizio ai clienti di una pensione ormai logora, intrappolata in una routine tanto comoda quanto limitante. L’arrivo di Yan Kerrand (Roschdy Zem), illustratore francese in viaggio alla ricerca di un luogo tranquillo dove fermarsi e lavorare, incrina questo equilibrio statico. La presenza dell’uomo riaccende interrogativi mai del tutto sopiti sulle origini di Soo-Ha e sul padre francese che non ha mai conosciuto. Con l’inverno che avvolge la città, cucina e disegno diventano i loro linguaggi di contatto, attraverso i quali prende forma un legame fragile, incerto, ma sorprendentemente profondo.
Nel film, Sokcho non funge solo da sfondo, ma diventa un’estensione emotiva della vicenda: una città grigia, innevata, scandita da un tempo lento e sospeso, nonostante i grandi palazzi alberghieri che si stagliano all’orizzonte, proiettando un’idea di modernità che sembra non appartenerle. Soo-Ha vive immersa in questo contesto e, pur avvertendone i limiti, sembra legata alla pensione e alla sua vita quotidiana. Al contrario, il fidanzato aspira a trasferirsi a Seul e insiste perché lei lo segua, convinto che quella realtà sia troppo stretta e priva di futuro. Tale contrapposizione dà forma a una dimensione interiore che il film mette costantemente in primo piano.
Questo stato di sospensione emotiva è rafforzato da un lavoro visivo particolarmente originale: gli inserti animati realizzati da Agnès Patron, che rimandano al mestiere di Yan ma al tempo stesso traducono graficamente l’interiorità di Soo-Ha. Le immagini animate, astratte, restituiscono allo spettatore la confusione, le paure e le fragilità che attraversano la protagonista, come se la sua mente si aprisse improvvisamente sullo schermo. Ne emerge una sintesi riuscita tra realismo e immaginazione, dove il non detto trova spazio attraverso il disegno.

In questo intreccio complesso, l’incontro tra Soo-Ha e Yan si trasforma in un percorso di scoperta di sé e, in parte, di due culture che si sfiorano senza sovrapporsi del tutto. Soo-Ha è una delle poche a parlare francese, mentre Yan è un uomo di mezza età che approda per caso in una località tutt’altro che turistica. La loro vicinanza cresce in modo quasi inevitabile, pur senza una vera reciprocità emotiva. Yan è riservato, distante, mentre Soo-Ha, spinta dalla curiosità e dalle sue mancanze affettive, percepisce in lui una possibile chiave per interrogare il proprio passato. La sua presenza riattiva una ferita mai rimarginata, quella del padre mai incontrato, e rende ancora più urgente il bisogno di comprendere la propria identità.
La relazione che si crea tra i due è ben costruita e sostenuta da interpretazioni capaci e credibili. È comprensibile che Soo-Ha sia attratta da Yan, considerata la sua solitudine interiore e la ricerca di un riferimento che possa colmare qualche vuoto. Tuttavia, come in ogni percorso di crescita, l’avvicinamento conduce anche a verità scomode. Ulteriori rivelazioni da parte della madre incrinano le speranze della giovane, dimostrando quanto sia difficile affrontare ciò che si è tentato a lungo di ignorare.
Come il fugu (o pesce palla), che rivela tutta la sua complessità – può essere letale – soltanto nelle mani di chi lo sa trattare con precisione, anche questo esordio al lungometraggio mostra una notevole padronanza di materiali narrativi potenzialmente delicati. Kamura affronta temi sensibili e toni emotivi instabili senza semplificarli né forzarli, ma lavorandoli con attenzione, trasformando ciò che avrebbe potuto risultare pesante in un tratto distintivo dell’opera.
Nonostante il ritmo lento, infatti, lo spettatore si trova immerso nella storia, la quale attiva un vero e proprio coinvolgimento emotivo da parte di chi sta guardando. Il risultato è un debutto sicuro e consapevole, capace di far emergere, proprio attraverso le sue zone più fragili, un’identità artistica già pienamente riconoscibile.
Al cinema dall’11 dicembre.

