Tienimi Presente, la recensione: mai perdere di vista un sogno

Tienimi Presente recensione film di Alberto Palmiero DassCinemag

La fronte corrucciata si distende, gli occhi si spandono e si illuminano di uno strano scintillio, la bocca serrata si allarga in un sorriso quasi teatrale e sicuramente beffardo, mentre il corpo si scioglie da qualsiasi tensione. Segreti lontani, impronunciabili ad alta voce, si celano dietro un volto più espressivo che mai, dove ghigni di presunzione, smorfie di pregiudizio e miscele di parole che diventano consigli non richiesti si incastrano nel tratteggio di un’incomprensibile nostalgia; quella di una gioventù così passata che pare inimmaginabile, in quell’equilibrio perfetto tra piena consapevolezza di sé e scanzonata leggerezza.

È questo, più o meno, l’atteggiamento assunto dalla maggioranza dei cinquantenni e dei sessantenni d’oggi quando qualcuno – solitamente un ragazzo che dice di avere venti, ventitré, ventisei anni – fornisce loro l’occasione di passare in rassegna canzoni, telefilm, passatempi, aspirazioni e merendine al gusto di “quando avevo venti anni io…”. Nessuna colpa, ci mancherebbe altro; però il rischio di apparire troppo impegnati ad elogiare i tempi che furono e poco capaci di comprendere i tempi che corrono, a volte, c’è e ad accorgersene è proprio chi, oggi, porta il peso di avere venti, ventitré, ventisei anni.

Il mondo in cui viviamo infatti, sempre più votato alla performance impeccabile, al successo spietato e all’eccellenza, influisce negativamente su chi sta imparando a diventare adulto e sente il peso – appunto – di un’età che dovrebbe essere sinonimo di serenità, spensieratezza e imprudenza e che, invece, si sta trasformando in un cumulo di insostenibile preoccupazione, angoscia e divieto di prendere decisioni sbagliate. La frustrazione di non riuscire a vedere realizzati i propri sogni, di percepirsi continuamente in ritardo rispetto agli altri, di incamminarsi verso un futuro dai contorni sbiaditi è la cifra distintiva della Generazione Z, molto spesso chiacchierata e molto poco ascoltata, destinata a soccombere sotto i discorsi di chi pensa di conoscerla veramente, ma non per questo scoraggiata ad essere riconosciuta per ciò che realmente è e aspira ad essere.

Chi la osserva da lontano la definisce una generazione pigra, insolente, inconcludente, indifferente alla costruzione di un proprio e rispettabile profilo personale e professionale perché interessata soltanto alla creazione di un profilo che è social. Eppure, è in questo presumibile scarto che sfugge il racconto puro di una generazione che sta semplicemente provando a preservare la propria autenticità.

Navigando sui fantomatici profili social dei ventenni d’oggi è facile notare una totale assenza di contenuti sconvolgenti, compromettenti o trasgressivi – come qualcuno si aspetterebbe o, addirittura, vorrebbe: niente sesso, droga e rock ‘n roll, ma uno spazio in cui poter dar luce e voce alle proprie insicurezze, alle proprie fragilità, ai propri fallimenti, ai propri desideri, ai propri valori. Insomma, la cornice (anzi, il frame, per rimanere in tema) di una generazione che rifiuta di rispecchiarsi negli aggettivi che gli vengono affibbiati da chi non le presta troppa attenzione e che, invece, non ha paura di accettarsi e di barcollare tra difetti, debolezze e vulnerabilità.

Si scopre così l’essenza di ragazzi esteriormente risoluti e interiormente frastagliati, che ogni giorno annaspano alla disperata ricerca del proprio posto nel mondo pur rimanendo con i piedi ben saldi a terra di fronte a chi prova a snaturarli, a costringerli a diventare una versione di sé stessi che è impossibile anche solo immaginare. È una condizione, un tentativo, un bisogno che sa spiegarsi chiaramente soltanto da chi quei venti, ventitré e ventisei anni ce li ha addosso in questo decennio, come il regista Alberto Palmiero, applaudito dal pubblico dell’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma e anche dagli addetti ai lavori, che lo hanno decretato vincitore del Premio Miglior Opera Prima con Tienimi Presente (trailer).

Un titolo significativo, che invita già – quasi come fosse una supplica, ma anche un desiderio ingenuo e profondo – a non farsi dimenticare e con cui il regista si rivolge sia agli spettatori del lungometraggio sia alle professionalità del cinema che appaiono all’interno dello stesso; perché quello di Alberto Palmiero è un film dichiaratamente autobiografico, dove lo schermo cinematografico si trasforma in quel profilo social attraverso cui raccontare sé stesso e l’universo infinito e polveroso di timori, agitazioni, responsabilità che non fanno dormire, insieme a una buona dose di determinazione, audacia e speranza – che è sempre l’ultima a morire.

Tienimi Presente recensione film di Alberto Palmiero DassCinemag

Mentre ci rende partecipi della presentazione di un proprio cortometraggio alla Mostra del Cinema di Venezia, Palmiero si prende ottanta minuti per guidarci e accompagnarci nella quotidianità di un ragazzo fuorisede, campano e fresco di ventisette anni, catapultato a Roma per e con il sogno di fare del cinema il suo mestiere. Ha da poco concluso la formazione al Centro Sperimentale di Cinematografia, la voglia di uscire di casa e mettere piede in quel grande microcosmo dello spettacolo non gli manca affatto e neppure la smania e l’umiltà dell’ormai leggendaria gavetta; a mancare sono piuttosto le opportunità – o forse, meglio, le conoscenze – che un ambiente del genere può offrire.

Tra cibi confezionati, appartamenti impersonali e disordinati, nuovi amici che vacillano nel vuoto ma sembrano comunque più sicuri di lui, Alberto non si dà per vinto, non subito: prova a scrivere sceneggiature per ipotetici futuri film e invia curriculum e video self-tape a qualche casa di produzione con la tenera speranza che un giorno possa esserci lui a scegliere il candidato perfetto. All’improvviso viene contatto per recitare come comparsa nell’ultima serie di Marco Bellocchio, Portobello, sul cui set cerca di captare i segreti del mestiere del celebre regista, ma viene allontanato con sprezzo da una delle maestranze e il cinema gli chiude un’altra porta in faccia.

Di fronte ad uno scenario simile, dove si impara a rimanere a galla soltanto se si nuota controcorrente, non è difficile che la fiducia e la perseveranza si affievoliscano fino a disilludere l’aspirante regista, a cui non resta che la drastica e sofferta decisione di abbandonare per sempre il suo sogno e fare ritorno a casa, dove ad aspettarlo c’è un futuro sicuramente meno estroso ma altrettanto precario. Una scelta obbligata, che spinge Alberto a credere che un lavoro stabile, ripetitivo e in giacca e cravatta sia, per quanto distante da tutto ciò che avrebbe voluto per sé, migliore di qualsiasi carriera artistica agognata, anche se, nel profondo, sa bene che una scrivania e un computer non gli daranno mai quel che possono dargli un ciak e una macchina da presa: la felicità.

Il viaggio verso la provincia, che gli regala tempo trascorso con i genitori, con i parenti e con gli amici, si trasforma – fuori da ogni cliché – in un vero e proprio viaggio verso sé stesso, che gli permette di trovare le risposte alle domande che lo rendono demotivato o che non fanno che ricordargli di aver fallito. E invece non ha fallito nemmeno un po’, perché a ventisette anni, con tutta quella vita davanti di cui tanto parlano i cinquantenni e i sessantenni, non ci si può sentir falliti; soprattutto se si corre alla conquista di un sogno che sembra irraggiungibile quando basta soltanto allungare un po’ più il braccio e sollevare i talloni da terra per acchiapparlo e renderlo reale. In fondo, un sogno è così: ci sono momenti in cui ti acceca, momenti in cui ti implora di non trascurarlo, momenti in cui sembra che non voglia saperne più niente di te eppure rimane lì e, alla fine, capisci che quel sogno sta soltanto provando a dirti «tienimi presente».

Alberto Palmiero – l’attore e soprattutto il regista – lo ha capito presto, decidendo di non voltarsi più indietro e di non fantasticare troppo sul futuro, facendo di quel sogno un bisogno vivo nel presente, un’urgenza da cui farsi travolgere completamente; e lo ha fatto zittendo prima i limiti, le incertezze e i timori propri della sua generazione e poi quelli talvolta imposti dalla cinematografia e dalla regia in quanto mezzi di espressione artistica, in un equilibrio che ora è veramente perfetto tra piena consapevolezza di sé e scanzonata leggerezza.

Per farlo sceglie la semplicità, tanto nei registri linguistici e nelle gestualità fisiche quanto nelle tecniche di ripresa.

Gli attori, infatti, parlano una lingua fatta di slang, inflessioni dialettali, esclamazioni senza senso in cui si collocano sospiri, carezze, sguardi disincantati o accigliati, pensieri che rimangono incastrati tra i denti e che si riflettono esattamente nella realtà di cui lo spettatore – boomer e Gen Z – è protagonista fuori dalla sala cinematografica. Anzi – e questo è particolarmente vero per lo spettatore Gen Z – ci sono scene in cui sembra quasi che quest’ultimo sia stato spiato dal regista, perché i discorsi e le dinamiche familiari in cui Alberto Palmiero si imbatte sono la copia originale di quelli del pubblico formato dai più giovani: richieste scomode, pressioni che generano stati di ansia, il campanello dei concorsi pubblici che torna a suonare puntualmente come l’unica strada plausibile, imbarazzi pesantissimi di fronte a lunghe tavolate mute, relazioni che potrebbero chiamarsi amore e, invece, si chiamano situationship.

Insomma, i vuoti che il ventenne (lui per tutti) si trascina dietro e dentro sé sono tanti e difficili da spiegare, ma Alberto Palmiero ci riesce comunque e anche in modo efficace. Da un lato perché, come è stato detto, si presenta e presenta la realtà che lo circonda senza filtri, stabilendo un legame diretto e sincero con gli spettatori; dall’altro lato perché applica l’assenza del filtro anche alle tecniche di ripresa che, svariate volte, ribaltano le regole dell’inquadratura e del montaggio tout court e si avvicinano allo stile più rappresentativo della contemporaneità: il vlog. Prendendo in prestito quest’ultima modalità di registrazione, il compito del film di farsi racconto autobiografico raggiunge la massima potenza, incarnando la visione del nuovo sguardo rivolto al cinema: uno sguardo vivo, pronto a sperimentare, libero da costrizioni sterili e ripetitive – proprio come la generazione che lo impersona – e che pure rispetta e omaggia la tradizione, come testimoniato dal cameo di meta-cinema che ritrae il set di Marco Bellocchio.

Il risultato delle personalissime idee espressive di Alberto Palmiero, legate ad una cinematografia che qui sconfina nel sociale, attecchiscono perfettamente sul terreno fertile del grande schermo, per il quale si prospetta un futuro che riuscirà ad essere radioso soltanto dando fiducia al talento e alle intuizioni di una generazione che non è poi così superficiale come qualcuno afferma. Per fortuna, qualcun altro capace di accorgersi della profondità dei giovani e dei giovanissimi c’è già – nel caso specifico Kavac e Rai Cinema per la produzione e Fandango per la distribuzione – e a noi non resta che ringraziare e dire ad Alberto Palmiero che tenerlo presente è e sarà facilissimo!

In sala dal 26 febbraio.

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