#Venezia82: The Voice of Hind Rajab, la recensione del film di Kaouther Ben Hania

The Voice of Hind Rajab, la recensione

Ci sono rari casi in cui l’uscita di un film, anche per i più appassionati di cinema, non viene colta in quanto ennesima occasione per continuare a parlare ossessivamente, in maniera quasi fanatica, della Settima Arte, come questa richiedesse una sorta di culto per necessità autocelebrativo. Rarissime volte, persino i cinefili più incalliti realizzano che il cinema può non avere il solo interesse di continuare ad alimentare egocentricamente, di opera in opera, lo spesso ridondante flusso di discorsi attorno a sé stesso. In alcuni, eccezionali, casi, infatti, il cinema decide di porsi dietro le quinte, di far muovere la sua macchina senza occupare tutto lo spazio scenico a disposizione e avidamente accentrare su di sé, lasciando tutto il resto al buio, le luci della ribalta. Spesso questa condizione si realizza quando il mezzo audiovisivo sceglie di configurarsi solo secondariamente come canale di espressione artistica, perché coglie l’urgenza di agire sul campo come finissimo strumento di storytelling, in grando di condurre in parallelo due preziose operazioni: l’analisi dell’oggetto a cui esso stesso dona visibilità, da una parte, e, dall’altra, la creazione di un’occasione per il pubblico a cui l’opera è rivolta di allineare la propria percezione emotiva ed intellettuale, ai fini di una comprensione più profonda, alla situazione rappresentata sullo schermo.

È difficile che una discussione attorno a The Voice of Hind Rajab – lungometraggio della regista tunisina Kaouther Ben Hania, in concorso all’ottantaduesima Mostra del cinema di Venezia – prenda avvio da osservazioni relative allo stile complessivo della messa in scena, ai movimenti di macchina o alle tecniche di montaggio adoperate nel film. Può accadere, certo, ma spesso da parte di chi è riuscito a mantenere durante la visione una certa lucidità e, perlopiù, direttamente considerando il particolare assetto tecnico adottato alla luce delle caratteristiche che lo rendono più o meno idoneo a supportare la rappresentazione di una vicenda come quella che Ben Hania ha deciso di raccontare. Si provi ad andare a vedere The Voice of Hind Rajab al cinema. Con molta probabilità, si tratterà di una delle esperienze di visione in sala più silenziose della propria vita, in cui difficilmente ci si troverà nella scomoda situazione di dover rivolgere un deciso “sh!” alla persona seduta accanto. L’assoluto silenzio verrà rotto soltanto a fine film, durante lo scorrere dei titoli di coda, da un energico e prolungato scroscio di applausi, probabilmente accompagnato da esclamazioni di sdegno, rabbia e frustrazione. Poi, di nuovo il silenzio più assoluto e lo sguardo perso nel vuoto. Una minima percentuale di pubblico si starà già ponendo l’esistenziale quesito “quante stelle merita su Letterboxd?”; la restante, “cosa si può fare, cosa posso fare?”.   

The Voice of Hind Rajab mostra una singola giornata all’interno della sede palestinese in Cisgiordania della Mezzaluna Rossa, nome e simbolo delle società musulmane aderenti alla Croce Rossa, il più importante movimento umanitario internazionale. Gli operatori telefonici Omar (Motaz Malhees) e Rana (Saja Kilani) ricevono una delle ennesime chiamate dalla Striscia di Gaza: a parlare è Hind Rajab, una bambina di cinque anni rimasta intrappolata in un’automobile crivellata dai colpi di mitragliatrice sparati dall’esercito israeliano. È accaduto davvero, il 29 gennaio 2024.

The Voice of Hind Rajab, la recensione

Non è la prima volta che Ben Hania realizza un progetto di questo tipo. Come per la sua opera più recente, anche la straordinarietà e la dirompenza di Four Daughters – vincitore del Golden Eye, il premio al miglior documentario, al Festival di Cannes 2023 – risiedevano nella sua capacità di far riflettere sulle conseguenze di un fenomeno geo-politico dall’impatto su larga scala facendosi finestra su una singola vicenda dalle coordinate personali. Se Four Daughters rimandava al terrorismo religioso narrando la scomparsa di due ragazze tunisine dalla prospettiva di una madre che aveva perso due figlie e di due giovani donne che avevano perso le loro sorelle, The Voice of Hind Rajab, raccontando le ultime ore della bambina di cui porta il nome, pone un faro sul genocidio ai danni del popolo palestinese nella Striscia di Gaza, perpetrato dall’esercito israeliano e indetto dal governo di Israele.

Ben Hania sa bene che a rendere eccezionale il cinema in quanto strumento di storytelling è la sua capacità di esaurire il racconto semplicemente mostrando, senza necessariamente passare per commenti retorici. Forse, una delle strategie più efficaci per scuotere la coscienza di chi non vuol ascoltare è metterlo nella condizione di vedere, seppur attraverso i filtri dello schermo e della messa in scena. Di trovarsi di fronte anche solo alla rappresentazione dell’annientamento di innocenti vite civili, che altra colpa non hanno se non quella di essere nate e cresciute – almeno alcune di loro ne hanno avuto la possibilità – nella propria terra. La presa di consapevolezza che ‘persone comuni’, come potrebbero definirsi in gran parte gli spettatori, vengano immotivatamente ed incessantemente poste sotto assedio, derubate delle loro proprietà e brutalmente uccise dovrebbe, per un pubblico dotato di empatia, bastare a rendersi conto che il perpetrarsi di tanta violenza non è più giustificabile.

Ma per raggiungere questo obbiettivo Ben Hania non fa affidamento su alcuna banale forma di pornografia del dolore; tutto ciò che mostra è il disperato tentativo di risoluzione della situazione, non la situazione stessa. La regista, infatti, è riuscita a proteggere la vittima e la sua famiglia da un’inutile spettacolarizzazione della tragedia.

Anche The Voice of Hind Rajab, ponendolo ancora una volta a paragone con Four Daughters, è un’intelligente commistione di documentario e finzione, in cui quest’ultima si pone al servizio dell’elaborazione di eventi traumatici realmente accaduti. Se in Four Daughters occasionali scene recitate si insinuavano in un tessuto di natura documentaria, in The Voice of Hind Rajab stralci di realtà documentata penetrano nelle fessure di un’intessitura di finzione per dare consistenza alla ricreazione cinematografica dell’avvenimento. Ottimamente eseguite, nell’opera più recente di Ben Hania, risultano le transizioni tra sezioni documentaristiche e sezioni recitate, compiute tramite l’uso di dissolvenze sonore e l’inserimento, ricorrendo ad espedienti vari, di immagini e video dall’evento per come è realmente accaduto. La presenza di registrazioni delle reali telefonate con la bambina, potendo cogliere il tono sensibilmente provato delle voci degli operatori, testimonia la drammaticità insita nella situazione rappresentata e il fatto che nulla nel film è frutto di una iper-drammatizzazione da parte della regista.

Perché, come è possibile rimanere indifferenti e composti, freddi e distaccati di fronte al disperato grido di aiuto di una bambina di cinque anni e all’impossibilità fatale di prestarglielo? Il sentimento più forte che la visione dell’ultima opera di Ben Hania suscita è quello di sostanziale impotenza nei confronti delle atrocità che si stanno verificando a Gaza, senza che ciò giustifichi il distogliere lo sguardo da esse. Cosa possiamo fare? Iniziamo col restare in ascolto.

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