The Punisher: One Last Kill, la recensione della serie tv su Disney+

Saper rappresentare il Punitore in live action è, per chi mastica il mondo fumettistico, una delle operazioni più complicate da portare a termine. Lo scadere nella mera furia cieca, nella violenza fine a sé stessa e portata in scena come uno stendardo piuttosto che come un qualcosa da allontanare è facilissimo. Lo sa bene Jonathan Hensleigh che nel 2004 gira una versione di The Punisher decisamente fiacca e inscatolata nelle regole di un genere che era già vecchio all’epoca come quello dei vengence movie. Ma (e qui è il caso di dirlo) per fortuna è arrivata nelle nostre case Netflix che, con la serie su Daredevil prima e l’introduzione dei Defenders poi, ha dato nuova vita agli eroi urban di New York che avevano avuto decisamente sfortuna con le loro controparti live action. E l’arrivo di Jon Bernthal nella seconda stagione di Daredevil è forse la cosa migliore successa a mamma Marvel nella sua ormai quasi ventennale storia cinematografica MCU. Perché il Punitore di Bernthal non è solo un personaggio magnifico interpretato da un attore stratosferico, è anche la miglior versione possibile di Frank Castle che potremmo mai avere su piccolo e grande schermo.

E in questo filo The Punisher: One Last Kill (trailer) si inserisce come ciliegina sulla torta. One Last Kill è, senza dubbio, uno dei prodotti MCU migliori degli ultimi anni se non la cosa migliore uscita in dalla casa delle idee. Il mediometraggio, che fa parte di un filone Marvel piuttosto fortunato, ovvero quello delle Special Presentation, è un condensato di violenza, sangue, morte e azione con un fine ben preciso e una cura al dettaglio che quasi commuove. I suoi 44, brevissimi, minuti vengono scanditi dall’incessante e costante rumore di proiettili, mazze e pugni che definiscono sia lo speciale che la vita stessa di Frank Castle. E allora la violenza diventa catartica, rivelatrice di un sentimento e di una ricerca di scopo nella vita che si consuma solo attraverso i colpi di una pistola. Jon Bernthal, che qui firma anche la sceneggiatura insieme a Reinaldo Marcus Green (qui anche regista), racconta il Punitore come un uomo distrutto, spezzato e senza uno scopo. E da episodio filler, prodotto senza scopo e senza casa The Punisher: One Last Kill si trasforma in uno dei migliori prodotti MCU. Ma con un unico, grande, difetto: dura troppo poco.

Frank Castle ha compiuto la sua missione: ha sterminato il clan mafioso degli Gnucci, responsabili della morte di moglie e figli del Punitore. Ora è un uomo svuotato, ferito, senza uno scopo e un motivo per vivere. In preda ai segni di una schizofrenia sotto forma di apparizioni fugaci, per lui non ci sono più motivi per vivere. E allora sarà un’affascinante Judith Light (nel ruolo di Ma Gnucci) a dargli non uno scopo per vivere, ma uno per sopravvivere. La donna, decisa a vendicare i figli uccisi da Frank, scatena l’intero quartiere fittizio di Little Sicily contro di lui. È da qui che One Last Kill si trasforma in un incessante trapano fatto di azione, violenza sboccata e sangue a fiumi. La brutalità si fa canale per descrivere la lotta nella testa del Punitore contro i demoni della solitudine e della vendetta come strumento circolare, impossibile da spezzare. Occhio per occhio, dente per dente. Senza mai fermarsi.

E la New York in cui si muove Frank Castle è una NY a pezzi, sfatta e dominata dalla follia cieca. Il personaggio di Bernthal si muove attraverso le vie del quartiere con occhi spenti, vitrei, mentre intorno a lui sembra l’apocalisse. Sarà solo il sangue a far tornare il colore in un opera che cita, apertamente o meno, tutto un filone di cinema action asiatico (The Raid su tutti) e prodotti più occidentali come John Wick o Taxi Driver. E solo alla fine Frank tornerà ad indossare gli anfibi e la tuta di quella che è, in fondo, la sua seconda pelle: quella del Punitore. The Punisher: One Last Kill è, indubbiamente, tra le cose migliori mai orbitate in galassia MCU (insieme a quello spy movie gigantesco che è stato The Winter Soldier). Jon Bernthal firma un opera chiusa in sé stessa, condensata in 44, velocissimi minuti, ma che racconta tantissimo di un personaggio mai veramente capito dal grande pubblico. Ma per fortuna c’è Jon Bernthal.

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