The Omen, 50 anni fa il diavolo si annidava nelle case borghesi

The Omen, l'approfondimento a cura di DassCinemag

È il 6 giugno del 1976 e sono le 6 del mattino in Inghilterra. Nelle sale londinesi, arrivano le prime copie di The Omen (trailer), il nuovo horror di Richard Donner. E la data non è casuale, come non lo è l’orario. Un imponente campagna marketing, costata quasi 3 milioni di dollari, ha giocato le sue carte tutte intorno al 666, il numero di satana. E, a ben vedere, hanno avuto ragione. The Omen, uscito poi ufficialmente il 25 giugno e arrivato da noi come Il Presagio, è stato uno degli incassi più grandi del 1976 e uno degli horror degli anni Settanta con il maggior successo su territorio Statunitense. Ma la critica non ci andò tanto leggera: chi lo definiva un film sciocco e superficiale, chi una copia elegante ma mal riuscita de L’esorcista, chi un effimero esercizio di stile. Ma, nonostante questo, è diventato un cult e uno degli horror statunitensi che più ha vinto la battaglia contro il tempo. Per capire perché, è necessario collocare The Omen nel suo contesto storico.

Il film arriva alla fine di una traiettoria precisa dell’orrore americano: da Rosemary’s Baby nel 1968 a L’esorcista nel 1973, passando per Carrie, che arrivò nelle sale pochi mesi dopo The Omen, il decennio aveva scoperto che il terrore non arrivava più dai castelli gotici o dai mostri inquietanti, ma dall’erosione delle certezze sociali e familiari della classe media. È il decennio del dopo Watergate, in cui la fiducia nelle istituzioni viene messa in discussione. È anche il decennio in cui correnti religiose fino a poco prima marginali, legate a una lettura letterale dell’Apocalisse, escono dai circoli evangelici per diventare un fenomeno di massa (mai sentito parlare dei Figli di Dio?). The Omen assorbe entrambe le correnti e le fonde in un’unica immagine: un diplomatico americano, rappresentante di un potere che fino a pochi anni prima era considerato solido e incorruttibile, che scopre di avere allevato in casa propria, senza saperlo, la fine del mondo. The Omen è forse quindi una delle pellicole che, paradossalmente vista la sua natura di horror, più è adatta per scoprire e capire un periodo delicatissimo come quello degli anni Settanta statunitensi. Rappresentazione lucidissima del periodo della New Hollywood, The Omen è, ancora oggi, un capolavoro indimenticabile.

The Omen il presagio

Ma, sostanzialmente, The Omen è una storia paterna. Un immenso Gregory Peck (scelta perfetta visto il suo gigantesco Atticus Finch de Il buio oltre la siepe), interpreta Robert Thorn, ambasciatore statunitense in Italia che riceve alle 6 del mattino del 06/06 una notizia che gli viene comunicata da un sacerdote dell’ospedale, padre Spiletto: il figlio appena nato da sua moglie Katherine è morto pochi minuti dopo il parto. Lo stesso sacerdote gli propone, in segreto, una soluzione che evita a Katherine il dolore della perdita: sostituire il neonato morto con un altro bambino, nato nella stessa notte da una madre deceduta durante il parto. Thorn accetta, e Katherine si risveglia credendo di aver dato alla luce un figlio sano. Solo Thorn conosce la verità, e decide di non rivelarla mai a nessuno dando al neonato il nome di Damien. Ma, quello che Robert non sa, è che Damien è l’anticristo.

La figura di Gregory Peck ha una valenza simbolica potentissima: l’attore che per il pubblico del 1976 incarnava ancora, indelebilmente, Atticus Finch, l’avvocato antirazzista e padre premuroso sempre dalla parte dei più deboli, che mette la giustizia sempre al primo posto si trasforma qui nella distruzione dell’istituzione familiare. Usare Peck per raccontare l’esatto rovescio di quella figura è uno degli elementi più geniali di The Omen: è la volontà di distruggere il modello di paternità buona e, all’effettivo, finta, che lo stesso Peck aveva contribuito a rendere icona. Robert Thorn è, per certi versi, il vero villain del film, anche da un punto di vista di genere: decide per la moglie senza mai consultarla, la costringe ad una nuova gravidanza anche quando Kathy non si sente sicura della natura del figlio Damien mettendo in scena una negazione dell’autonomia del corpo femminile sistemica ed istituzionale. E Thorn è la rappresentazione proprio di quelle istituzioni, di quell’egemonia che, pur di raggiungere i suoi scopi, metterebbe al mondo l’anticristo.

Ma è nel finale che The Omen mette in chiaro il suo essere una delle iterazoni più forti e potenti della nuova Hollywood. Tutte le figure che avrebbero potuto fermare Damien muoiono con delle scene a cui, indichiaratamente, la saga di Final Destination si ispira: Padre Brennan, Katherine e lo stesso Thorn. Robert muore proprio nel momento di redenzione, proprio quando si è reso conto di chi avesse davanti. Quello di The Omen è un finale totalmente anni Settanta: proprio come Polanski per Chinatown o Nichols per Il Laureato, Donner non concede la grazia a nessuno. Ed è per questo che, ancora a distanza di cinquant’anni, The Omen continua a funzionare. Non è il diavolo o il male incarnato da cui dobbiamo nasconderci. O meglio, non solo. Lo spettatore di allora e quello di oggi devono guardarsi dentro e lasciarsi guardare per scoprire come il malvagio possa insediarsi ovunque, in ognuno di noi e in chi pensiamo di dover proteggere. E lo sguardo finale di Damien vicino al presidente degli Stati Uniti, con quel sorriso appena accennato che ci guarda dritti negli occhi ci dice che il male si annida veramente ovunque, anche ai vertici del potere. Negli anni Settanta come oggi.

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