The Nest – L’inganno, recensione: il dramma familiare di Sean Durkin

La casa non è soltanto un possibile cronotopo narrativo. Gaston Bachelard, infatti, nel suo seminale testo La poetica dello spazio (1957) descrive la valenza metaforica della casa come luogo privilegiato in cui il soggetto esperisce la rêverie, la fantasticheria, o la rivelazione. La psicoanalisi, invece, anche se prima della sua istituzionalizzazione lo asseriva la letteratura, individua nella casa una trasfigurazione della mappa dell’inconscio umano e dunque delle ombre che esso custodisce, che si tratti di rimossi o di occultamenti. Sia nel caso delle haunted houses del Gothic Novel, di cui basterà citare Il giro di vite di Henry James, che in quello del bad place tanto caro a Lovecraft e a Stephen King, la casa, qui intesa nella sua accezione più estesa, diventa luogo d’incontro col Sé e col perturbante che spesso allude a qualche fantasma.

Analizzare la figura del fantasma in questa letteratura ci porterebbe troppo lontano, basti ricordare la doppia funzione narrativa e di rimando a conflitti intrapsichici di uno o più personaggi. A seguito di queste rapide osservazioni, dunque, non risulterà astruso considerare come molto cinema contemporaneo scelga un luogo circoscritto, una casa per l’appunto, in cui ambientare delle storie. Un simile ritorno tematico lo si può riscontrare in The Nest – L’inganno (qui il trailer), film del 2020 scritto e diretto da Sean Durkin, disponibile su Sky e su NOW e presentato in anteprima al Sundance Film Festival nel 2020. Dopo il promettente esordio con La fuga di Martha del 2011, Sean Durkin torna alla regia con un film che sfugge alle più rigide classificazioni di genere, dal momento che esso gioca sui toni del dramma familiare e su quelli del thriller fantasmatico figlio del miglior cinema europeo degli anni Sessanta e Settanta.

The Nest – L’inganno racconta, infatti, la storia di una famiglia agiata e “felice”. Siamo negli anni Ottanta, Rory (Jude Law) è un agente di trading finanziario inglese, mentre sua moglie Allison (Carrie Coon) è un’esperta cavallerizza, che ha rinunciato alla sua carriera per dedicarsi alla famiglia e ai figli Samantha (Oona Roche) e Benjamin (Charlie Shotwell). Loro vivono a New York, ma a seguito di un’intuizione lavorativa, Rory convince la sua famiglia a trasferirsi nel Surrey, in Inghilterra, prendendo possesso di un meraviglioso maniero (la casa?). Ma il trasloco inglese della famiglia metterà sin da subito in chiaro che nulla era come sembrava, e che ci sono tensioni personali e gendered da affrontare.

Se si volesse parlare dei difetti di The Nest – L’inganno, lo si potrebbe fare soltanto nella misura in cui il film si rivela come un’opera estremamente autoriale, la cui efficacia di scrittura si regge in gran parte sul non detto e sul simbolico che sfidano l’attesa spettatoriale verso un climax che arriva ma non esplode. Durkin, infatti, riesce a disturbare la condizione di visione dello spettatore creando un senso di sospensione e di terrore costruito scenicamente ma in seguito interrotto prima che l’orrore possa prendere il sopravvento.

Ma i conflitti sepolti e i traumi infantili, nello specifico quelli di Rory, cercano disperatamente un modo per venire alla luce. Si sa, il rimosso riemerge sempre, non importa quanto bene lo si sotterri. The Nest – L’inganno, infatti, porta avanti non soltanto lo scontro tra due mondi, la mentalità sfacciatamente imprenditoriale americana e quella più conservatrice inglese, ma anche un discorso sul prevalere dell’identità-ombra che pretende di essere riaffermata, proprio come il corpo di un cavallo abbattuto che riemerge dal terreno dov’era stato sepolto.

Con il supporto di un’ottima performance di Jude Law e una sempre magnetica Carrie Coon, con The Nest – L’inganno Sean Durkin realizza un’opera ancora una volta personalissima e spettrale, il cui unico limite sta forse nella sua eleganza. La speranza adesso è quella di vedere il prima possibile un nuovo lavoro di Sean Durkin.

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