The Mandalorian and Grogu, la recensione: questa è la via, ma dove porta davvero?

The Mandalorian & Grogu (trailer) arriva sul grande schermo portando con sé il peso delle aspettative di una delle saghe più amate degli ultimi anni, e lo fa con risultati altalenanti, capace di toccare vette emozionanti prima di perdersi in una seconda metà decisamente sottotono.

Dietro la macchina da presa ritroviamo Favreau, che si occuperà anche della sceneggiatura insieme a Filoni, che conferma di essere l’uomo giusto per tenere in equilibrio spettacolo e sentimento. Come showrunner ha costruito negli anni un universo coerente e riconoscibile. Si sente la mano di chi conosce profondamente i propri personaggi e sa come farli respirare sullo schermo.

Il film si apre in modo sorprendente, quasi disarmante. La prima parte abbraccia con coraggio un registro neo-noir. Vicoli bui di pianeti dimenticati, personaggi ambigui che non sai mai da che parte stiano, dialoghi asciutti e una tensione sotterranea che non ti lascia mai del tutto a tuo agio.

Din Djarin (Pedro Pascal che torna neille vesti di Mando, ma questa volta sul grande schermo) si muove come un detective spaziale più che come un guerriero, costretto a navigare in acque torbide fatte di inganni, alleanze fragili e verità scomode. Questa scelta registica funziona alla perfezione, regalando al franchise una profondità e una maturità inaspettate, capaci di far dimenticare le origini seriali del progetto.

Peccato che nella seconda metà il film perda completamente questa identità, scivolando in una sequenza quasi meccanica di missione, complicazione, risoluzione. Il ritmo si fa prevedibile, l’adrenalina si sgonfia, e ci si ritrova ad aspettare i titoli di coda più che a viverli. Anche Rotta the Hutt, interpretato da Jeremy Allen White, risulta troppo piatto ed esplicito nelle battute. A tenere tutto insieme ci pensa Ludwig Göransson (che abbiamo già visto in Oppenheimer e vedremo in The Odissey), la cui colonna sonora è semplicemente magistrale. Il compositore svedese unisce magistralmente sinth-pop ed orchestrazione classica, creando un tessuto sonoro che è al tempo stesso malinconico e avventuroso.

E poi ci sono loro due: il rapporto tra il mandaloriano e Grogu rimane la vera benzina emotiva dell’intera operazione. Ogni scena che li vede insieme riesce ad accendere un sorriso spontaneo sulle labbra.

Il finale, purtroppo, non riesce a chiudere il cerchio con la forza emotiva che ci si aspetterebbe. Tutto si risolve in modo fin troppo ordinato, senza quel colpo di coda capace di lasciare il segno. La sensazione è che la produzione abbia deliberatamente tenuto il freno a mano tirato, conservando le cartucce migliori per un eventuale sequel già nel mirino. Un approccio comprensibile dal punto di vista commerciale, ma che lascia un senso di incompiuto, come un pasto abbondante a cui manca il dolce.

Al cinema.

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