Ephraim Winslow (Robert Pattinson) per fuggire da un passato tormentoso, decide di darsi ai lavori forzati e occuparsi del faro di un’isola ostile del New England ottocentesco, sotto il controllo estenuante del melvilliano e irascibile Thomas Wake (Willem Dafoe).

Fotografato in bianco e nero e ripreso con un asfissiante formato 1,19:1, The Lighthouse, (disponibile su Chili) il nuovo film del prodigio Robert Eggers è uno step successivo negli intenti di ricostruzione storica che il giovane regista ha, sin dal suo primo cortometraggio Brothers, messo in atto, visivamente e testualmente. Questa nuova opera ci conferma un modus operandi di maniacale ricerca d’archivio e cura nei dettagli che pochi registi, in particolare nel mondo dell’horror/thriller, sfruttano. Infatti The Lighthouse è un mondo di vocaboli ottocenteschi urlati da irsuti marinai ubriachi, di miti e leggende raccontante di porto in porto, di corpi affamati e febbrili in cerca di redenzione.

Uso la parola mondo perché Eggers è in grado di plasmare perfettamente un contesto storico-sociale quanto più fedele alla realtà possibile e in grado di essere percepito come tale. Insomma, dopo pochi minuti si dimentica il fattore “ricostruzione” tanto avvolgente e stimolante è la messa in scena, da far perdere lo spettatore tra l’odore di salsedine e la sensazione tattile delle pareti, del fango e dell’acqua.

Se The Witch faceva affidamento su una narrazione basata su un crescendo di eventi, The Lighthouse riprende questo accumulo di orrore decidendo però di focalizzarsi maggiormente sull’impatto estetico e sensoriale. Le immagini fotografate da Jarin Blaschke fondono autori degli anni venti come Murnau (tra l’altro Eggers sta lavorando a un nuovo Nosferatu), Epstein e Lang ad autori come Bergman, Béla Tarr, Lynch, Kubrick. Nomi che hanno rivoluzionato il modo di fare cinema e che ci permettono di contestualizzare maggiormente l’approccio registico e narrativo di Eggers.

C’è tanta ispirazione letteraria in The Lighthouse, a spiccare è senz’altro Melville che con Billy Budd narrava il dualismo maschile e la conseguente tensione omoerotica tra marinai, ma anche autori come Lovecraft, Stevenson e Beckett. C’è il mito, la leggenda e il racconto. Guardando The Lighthouse ci si accorge di come le ispirazioni abbiano forgiato, grazie ai continui richiami, una vera e propria atmosfera miticizzante e lirica che omaggia secoli di generi letterari.

The Lighthouse segna un’ulteriore e nuovo approccio per Eggers alle tematiche trattate nel film precedente, The Witch. Anche qui, il richiamo verso qualcosa di oscuro, ma al tempo stesso in grado di affascinare, attirare e respingere, è al centro della narrazione. “Cose” mai troppo distanti eppure non così vicine da poter essere afferrate e comprese. Che siano nascoste da un bosco o erette su un’isola governata da gabbiani, queste presenze segneranno la vita dei protagonisti. In The Lighthouse Ephraim brama la luce in cerca di salvezza, ma per raggiungerla dovrà salire il più in alto possibile. I film di Eggers prevedono l’ascensione dei corpi dei protagonisti per il raggiungimento del divino, del piacere, di ciò che è, per l’uomo comune, irraggiungibile. Che sia la salita di un faro o di streghe riunite intorno a un fuoco, ci si innalza, ma soltanto ad alcuni è permesso di volare senza precipitare.

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