The Dog Stars – Le stelle dopo la fine, la recensione: un nuovo mondo è (im)possibile

The Dog Stars - Le stelle dopo la fine, la recensione a cura di DassCinemag

Un potenziale latente, spesso inespresso, del genere post-apocalittico è una rappresentazione della fine del mondo come stato di sospensione atemporale e la ricerca di una straordinaria forma comunitaria laddove l’ordinario è dato dalla preesistenza e dalla persistenza – rispetto all’evento apocalittico – degli indomiti rapporti di potere, proprietà e dominio della civiltà umana. Questo è quanto accadeva, con esiti esemplari, in Mad Max: Fury Road, dove la post-apocalisse mirava alla rappresentazione di un’esasperata continuità delle strutture sociopolitiche anche nel tempo della propria morte. Una suggestione non troppo distante dalle ambizioni di Ridley Scott e il suo The Dog Stars – Le stelle dopo la fine (trailer), adattamento dell’omonimo romanzo di Peter Heller, dove il regista statunitense e lo sceneggiatore Mark L. Smith optano per una più sommessa e crepuscolare ricerca di un nuovo umanesimo, finendo tuttavia per appiattire in una parabola fin troppo lineare le contraddizioni che il film, almeno in nuce, lasciava intravedere.

Sinossi. Dopo che una devastante pandemia influenzale ha quasi causato la totale estinzione del genere umano, Hig (Jacob Elordi), pilota di Cessna ed ex meccanico, sopravvive in un aeroporto abbandonato insieme al cane Jasper e all’ex marine Bangley (Josh Brolin). Quando però una misteriosa trasmissione radio da Grand Junction spinge Hig a rimettersi in viaggio, il pilota raggiunge un rifugio isolato dove incontra Cima (Margaret Qualley) e il padre Pops (Guy Pearce), scoprendo la possibilità di una nuova vita fondata sulla comunità.

Senza alcuna remora, è ovvio come il nodo (o lo snodo) dell’opera sia presto esplicito nella dicotomia sopravvivere/vivere. Quello che The Dog Stars mette in scena è, infatti, un western post-apocalittico che rinuncia alla natura spettacolare dell’apocalisse per concentrarsi sulle sue scorie, sui tempi morti della sopravvivenza e sulla memoria di un’ordinarietà ormai andata perduta. Una malinconia quasi elegiaca, coerente con l’intenzione – qui dichiarata dallo stesso regista – di sottrarre il genere alla sua vocazione nichilista e così (ri)consegnarci un anelito alla comunione. Un’ambizione che trova forse la sua più compiuta traduzione nell’atavico dualismo uomo/natura, nel costante ridimensionamento dell’uomo rispetto all’immensità di ciò che lo circonda e sovrasta. Una poderosa suggestione paesaggistica – non è certo nuova la perizia con cui Scott rende visivamente insignificante qualsiasi pretesa antropocentrica – che difficilmente trova nel film un corrispettivo altrettanto stratificato e significativo nella scrittura, più incline a disporre aprioristicamente che a far dialogare realmente le proprie idee.

The Dog Stars - Le stelle dopo la fine, la recensione a cura di DassCinemag

Velleitario, estemporaneo, esasperatamente tirato avanti da una sceneggiatura decisamente pellegrina, The Dog Stars disperde così la propria ambizione in leitmotiv visivi che girano tragicamente a vuoto. Le immagini infatti falliscono nel tentativo di legittimare la canonica dinamica del setup and payoff, necessaria a giustificare l’arco evolutivo di un personaggio; una semina che nell’opera crolla sotto il peso della propria vacuità drammaturgica, privata come è di ogni necessario presupposto, che sia questo un conflitto o una crisi identitaria. Persino il vissuto emotivo di Hig, dal lutto coniugale al legame con il passato – fino all’incontro con Cima, che del protagonista sembra essere una versione speculare ma paradossalmente già risolta –, suona come un mero espediente didascalico, un’attestazione puramente formale della sua tristezza, impreparata nell’arduo compito di scavarne genuinamente la psicologia. E poco importa – e, del resto, poco aiuta – che a farsi realmente carico del dramma siano le rare, volutamente anticlimatiche sequenze action che, per quanto si possano considerare degli efficaci punti di non ritorno, sono specchio di un’opera incapace di dialogare realmente con il pubblico se non attraverso la vuota suggestione della singola inquadratura.

Viene da chiedersi, inoltre, se Ridley Scott e Mark L. Smith si siano resi conto del potenziale politico, ben più aspro, rimasto in germe nel rapporto di amore e odio tra Hig e Bangley, riflesso, in realtà, di due visioni antitetiche del sogno americano – ed è forse un caso che l’intento del regista fosse quello di mettere in scena un western, genere per antonomasia della fondazione (e della crisi) dell’immaginario statunitense? –. Se da un lato, infatti, Bangley è la caricatura della pura autosufficienza capitalistica – la fantasia perversa di un self-made man che, liberatosi da ogni vincolo istituzionale grazie all’apocalisse, perpetua ossessivamente le stesse dinamiche di possesso ed esclusione –, dall’altro Hig rappresenta il sogno nella sua forma più autentica ed essenziale, ciò che nel film permette all’ordinarietà di una vita passata – baciare la propria moglie e giocare con il proprio cane – di essere agognata come il più straordinario dei traguardi.

Spunti di assoluto interesse per un film il cui problema di fondo – e, più in generale, della produzione recente di Ridley Scott, di cui la prima versione di Napoleon, ridotta a un Bignami cronologico, rimane l’esempio più lampante – risiede nella gestione del tempo. Il regista sembra infatti aver smarrito la capacità di racchiudere, nello spazio di due/tre ore, una materia narrativa che possa dirsi tanto compiuta sul piano del racconto quanto densa su quello tematico. Laddove altri autori scelgono strade alternative – si veda l’Odissea mnemonica di Christopher Nolan, abile nello sfruttare la natura frammentaria ed ellittica dei ricordi per asciugare narrazioni sovraccariche in forme più scarne e carsiche –, Scott pare non nutrire più alcun interesse per soluzioni formali che violino il canone più convenzionale. Così The Dog Stars preferisce adagiarsi sulla più nobile delle speranze: l’idea che dalle macerie del mondo possa miracolosamente germogliare un’umanità migliore. Un’illusione consolatoria che ci costringe, tuttavia, a ricordare quanto drammaticamente faticosa sia in realtà la conquista di questa speranza.

In sala.

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