The Bear: la recensione della quinta stagione su Disney+

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The Bear (trailer) sta per chiudere.

Con una maratona di cinque stagioni in cinque anni, che altro c’è da raccontare sulla famiglia Barzatto e sulla loro lotta nel tenere in vita il locale di famiglia? Nulla, teoricamente, oppure ancora tutto. O meglio, tutti. La serie di Hulu ideata da Christopher Storer cerca di riprendersi dalle precedenti stagioni sottotono e di riuscire in ciò che molti finali falliscono: ricostruire la stessa magia iniziale. E lo fa a partire dai personaggi, il vero cuore della serie.

Siamo di nuovo dentro fino al collo nelle peripezie del ristorante di Carmy Barzatto (Jeremy Allen White) e della sua famiglia, nelle fatiche e ambizioni del mondo della ristorazione. E questa volta The Bear se la prende pure comoda: otto episodi che racontano 24 ore di uno degli ultimi servizi nel locale, prossimo alla chiusura. Un ristorante che ha provato in ogni modo a resistere nel corso delle stagioni e adesso lotta perfino contro il meteo e contro l’edificio stesso che cade a pezzi. Siamo alla prova finale e sono i fenomeni esterni adesso a far vacillare The Bear: è il momento di capire se le nuove fondamenta, i valori che hanno costruito, possono reggere.

Carmy è il primo a dubitarne, anche se sembra aver fatto pace col fatto che la cucina non sia più il suo sogno e forse non lo sia mai stato. Sin da quando ha preso in gestione il ristorante di suo fratello defunto e ha cercato, con l’aiuto della nuova cuoca Sydney (Ayo Edibiri), di renderlo prestigioso, trasformando la scapestrata banda di lavoratori al suo interno in un gruppo di chef alla ricerca delle stelle. È Sydney, la nuova arrivata adesso quasi membro della famiglia, che è l’appassionata tra i due. È in lei che Carmy relega le sue speranze per il futuro del posto, è in lei che crede per portare il ristorante al successo, è in lei che scopre una propensione alla leadership che ammira e di cui è invidioso, così come lo è lei per le capacità di Carmy. Il loro rapporto è uno specchio: spaventoso e affascinante. Ma adesso che siamo alla resa dei conti e non c’è spazio per entrambi i due sembrano quasi camminare sul filo del rasoio. L’essere così simili può essere una condanna ma anche l’unica speranza in quel mare di confusione, e le magistrali interpretazioni di Jeremy Allen White e Ayo Edibiri non sono che la ciliegina sulla torta.

Per fortuna ci sono ancora gli altri a colorare ulteriormente la serie: ad alleggerirla, come i fratelli Fak, o a renderla più complessa, come con Richie (Ebon Moss-Bachrach), che dalla personalità più sregolata diventa il cardine emotivo della stagione ed il più attento alle esigenze altrui. È attraverso i suoi personaggi, insomma, che The Bear respira; nella celebrazione della relazione umana, costruita tra dialoghi sconclusionati e silenzi eloquenti. Quest’ultima stagione non ha fretta di dileguarsi, si prende il suo tempo per farci entrare in ognuno dei suoi personaggi e per donar loro la conclusione che si meritano all’interno di un crescendo emotivo e sonoro.

Recensione della quinta stagione di The bear, dasscinemag

Carmy in quel caos ci vive da quando è nato, ma è nello stesso caos che suo fratello maggiore Mickey (Jon Bernthal) si è tolto la vita. The Bear ci ha trasportato per cinque stagioni proprio nel travaglio interiore di Carmy e del suo percorso di accettazione del lutto, fino a fargli comprendere che rompere gli schemi delle dinamiche familiari a volte è l’unico modo per crearne di nuovi. Perché se tutto è uguale all’inizio, tutto è finalmente anche diverso. Quel caos che ricercava come un palliativo adesso Carmy non lo vuole più, acquistando una nuova consapevolezza: c’è qualcuno che lo guarda dall’altra parte del tavolo con occhi colmi di amore, prima che di giudizio. Qualcuno che se sbaglia non lo rimprovera ma lo incoraggia. Qualcuno che si fida di lui.

The Bear ci mette qualche episodio per carburare, andando contro un’abitudine fin troppo consolidata nel panorama contemporaneo, più frenetico e dritto al punto. E’ frustrante la lentezza, come lo è vedere i personaggi che faticano ad esprimere le proprie emozioni e a trovare le parola giusta. The Bear non va piano per essere sicuro di ciò che dice ma per ricordarci che va bene prenderci il nostro tempo e che ciò che è importante ha bisogno di tempo per maturare. Non ci porziona la realtà ma ce la mostra, ci lascia scorgere sprazzi della loro quotidianità e ci fa stare con loro per tutto il servizio. La dilatazione temporale è ciò che serve per raccontarla senza mai banalizzarla. Certo, i guizzi registici delle prime stagioni sono scemati, ma The Bear si tiene stretto ciò che lo caratterizza: la scelta delle musiche (supervisionate da Hans Zimmer, a proposito di qualità) evocative dello stato d’animo dei personaggi, un montaggio studiato e ritmato che ricalca la sensazione frenetica di essere con loro dentro al ristorante.

Ma al centro ci sono sempre i rapporti umani: confusionari, imbarazzanti e contraddittori, come ogni cosa squisitamente vera.The Bear ci parla di svolte senza epifanie ma fatte di piccoli passi e di non-detti, senza percorsi definiti o linee nette. I rapporti umani non hanno nulla di netto, dopotutto. Vivono nelle frasi a metà, nelle scuse dopo un litigio, nel primo abbraccio dopo anni. E la serie si interrompe proprio lì, sulla scala per il cambiamento, perché il dopo non è compito suo.

Tra rompere gli schemi e crearne di nuovi c’è un mondo, è lì che sta The Bear.

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