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	<title>Malou Khebizi Archivi &#8226; DassCinemag</title>
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	<description>Università degli studi di Roma Sapienza</description>
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	<title>Malou Khebizi Archivi &#8226; DassCinemag</title>
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		<title>#Venezia83: 15/18 (A Place to Heal), la recensione del film di Cédric Kahn</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Frida Fornaciari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Sep 2026 13:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Festival]]></category>
		<category><![CDATA[Mostra del cinema di Venezia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>15/18 (A Place to Heal), la recensione del film di Cédric Kahn presentato in Concorso alla 83esima Mostra del Cinema di Venezia.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Un reparto di psichiatria per adolescenti diventa, nel nuovo film di <strong>Cédric Kahn</strong>, <strong><em>15/18 (A Place to Heal)</em></strong>, il luogo in cui confluiscono le fratture della famiglia e della società. Abusi sessuali, disturbi alimentari, disforia di genere, transizione, violenza e incomunicabilità attraversano le storie dei protagonisti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Presentato in concorso all’83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il film segue Lucia (interpretata da <strong>Malou Khebizi</strong>), una diciassettenne già conosciuta dalla struttura, e un gruppo di ragazzi tra i quindici e i diciotto anni alle prese con la loro riabilitazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Kahn sceglie di non trasformare queste sofferenze in etichette. Quasi nessuno dei ragazzi riceve una diagnosi esplicita, <em>15/18</em> racconta le persone prima ancora delle patologie. <strong>La malattia rimane spesso sullo sfondo, mentre in primo piano c’è la difficoltà di dire ciò che accade e, soprattutto, di essere ascoltati</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Durante i colloqui con i medici, la macchina da presa rimane costante sui volti degli adolescenti. I dottori fanno domande e intervengono ma il loro volto resta spesso fuori campo. <strong>Il controcampo viene così negato, costringendo lo spettatore a rimanere dalla parte di chi racconta, osservando ogni esitazione, ogni silenzio, ogni cambiamento dello sguardo</strong>. Sono sequenze lunghe, prive di stacchi evidenti, nelle quali la durata diventa uno strumento di tensione emotiva. Anche l’assenza quasi totale di musica contribuisce a questa impressione di realtà, che rende il film un tipo di cinema molto vicino al realismo documentario. Del resto, Kahn ha sviluppato il <em>15/18</em> dopo un periodo di immersione nei reparti di psichiatria adolescenziale, osservando la vita quotidiana dei pazienti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>15/18</em> si espone anche con una critica al mondo adulto che circonda i giovani in struttura. Una madre durante un colloquio con i medici finisce per parlare esclusivamente di se stessa, quasi dimenticando che al centro dovrebbe esserci la figlia, alle prese con un disturbo alimentare. <strong>Emerge quindi l’incapacità delle famiglie di riconoscere la sofferenza dei propri figli senza ricondurla a un capriccio, a una fase o a un problema generazionale</strong>. Padri distanti, genitori disorientati e adulti incapaci di comunicare compongono così un’altra forma di solitudine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il reparto diventa una sorta di microsocietà, in cui i ragazzi sono alle prese con la loro interiorità. E così anche lo spettatore, che osserva e studia a lungo i loro volti.</p>
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