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	<title>Io sono Mia Archivi &#8226; DassCinemag</title>
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		<title>IO SONO MIA – “SE NON CANTO NON VIVO”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Jan 2019 16:14:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Recensioni di Film]]></category>
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<p>Una ragazzina, un giradischi, uno specchio, una spazzola come microfono… E all’improvviso un padre burbero e conservatore pronto a fare irruzione nella stanzetta di sua figlia al fine di mandare a monte le sue ambizioni. Dal trailer di <strong><em>Io sono Mia</em></strong>, biografia della cantautrice Mia Martini targato Rai per la regia di Riccardo Donna, sembriamo trovarci di fronte ad un fin troppo canonico e calligrafico biopic in perfetta linea con le griglie stilistiche da osservare in una fiction della Tv di stato: ambientazione d’epoca patinata ed edulcorata, conflitto tra generazioni patriarcali e figli del dopoguerra, climax, riflessione finale con la voce fuori campo della protagonista.</p>
<p>Il lungometraggio sulla cantautrice calabrese è prodotto da Rai e distribuito da Nexo Digital. Quest’ultima replica le modalità di lancio del precedente <strong><em>Fabrizio De André – Principe libero </em></strong>(2018) di Luca Facchini: evento speciale di tre giorni nel mese di gennaio e messa in onda sul piccolo schermo stabilita a data da destinarsi. A differenza del lavoro sul cantautore ligure <strong>ci troviamo di fronte ad un ritratto naturalista ma dalla scrittura filmica esuberante e magnetica. </strong>Con una struttura a flashback e continui salti nel tempo progressivi (troppo azzardato fare un pallido paragone con <em>C’era una volta in America</em>?), man mano che la storia del presente procede (il momento in cui la Martini deve portare <em>Almeno tu nell’universo </em>al Festival di Sanremo 1989), la controversa parabola di Mia, segnata dalle ben note maldicenze all’apice della sua popolarità sul finire degli anni Settanta, è un buon atto d’accusa nei confronti delle ipocrisie della società dello spettacolo discografico e televisivo della nostra penisola, anche se in realtà questo <strong>è solo il valore aggiunto del motore del film. </strong>Non solo vediamo il cinico, seppur prevedibile, affarismo delle etichette negli anni ’70, pilotatrici e fautrici di leve canore ridotte a marionette in base alle loro esigenze, ma anche le malsane gelosie e rivalità del mondo giornalistico. Mia Martini (interpretata da <strong>una Serena Rossi in stato di grazia</strong>) è spettatrice e vittima del business della stampa: “se lei crede di farsi grande intervistando me ha sbagliato persona” accusa a colei che la intervista poco prima della sua esibizione sanremese, e quest’ultima si vede soffiare la possibilità di parlare con Ray Charles da uno scaltro collega. La ruota gira…</p>
<p>Nonostante l’obbligata introduzione dei personaggi romanzati Tony e il compagno di vita Andrea, i rispettivi fantasmi di Renato Zero e Ivano Fossati <strong>che non hanno concesso di essere menzionati nel film</strong>, il ritratto umano è sentito, per quanto a tratti un po’ timido. Serena Rossi appassiona, cattura e somiglia. Somiglia a Mia nella voce (gli accenti e la dizione di provenienza sono credibili), nello sguardo (meridionale affinità) e nel viso (questa la carta in partenza più rischiosa). E dimostra tutte le sue possibilità di nuova reginetta protagonista del cinema italiano, e la simbiosi con l’estro e l’orgoglio di Mia che ai ricatti dei discografici risponde “Sono un’artista, non una marionetta” non può che ormai essere un’etichetta della quale dovrebbe vantarsi…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>di Gianmarco Cilento</em></p>
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