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	<title>Il rumore delle cose nuove Archivi &#8226; DassCinemag</title>
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	<description>Università degli studi di Roma Sapienza</description>
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	<title>Il rumore delle cose nuove Archivi &#8226; DassCinemag</title>
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		<title>#RomaFF21: Il rumore delle cose nuove, la recensione del film di Paolo Genovese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Rosati]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Oct 2026 08:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Festa del Cinema di Roma]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La recensione de Il rumore delle cose nuove di Paolo Genovese, presentato alla Festa del Cinema di Roma 2026.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.dasscinemag.com/romaff21-il-rumore-delle-cose-nuove-la-recensione-del-film-di-paolo-genovese/">#RomaFF21: Il rumore delle cose nuove, la recensione del film di Paolo Genovese</a> proviene da <a href="https://www.dasscinemag.com">DassCinemag</a>.</p>
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<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><a href="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/rumorecosenuove-scaled.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="681" src="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/rumorecosenuove-1024x681.jpg" alt="" class="wp-image-43562" srcset="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/rumorecosenuove-1024x681.jpg 1024w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/rumorecosenuove-300x200.jpg 300w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/rumorecosenuove-768x511.jpg 768w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/rumorecosenuove-1536x1022.jpg 1536w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/rumorecosenuove-2048x1363.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Più che nuove, vecchie, aspre, stonate le “cose” di Paolo Genovese. Tutte tranne che funzionali: una specie di bile incolore nell&#8217;intestino tenue del cinema italiano. Oppure, un groviglio scompigliato di lacrime e derivazioni. Non c&#8217;è nulla di bello, dunque. Nemmeno il titolo. <strong>Il rumore delle cose nuove</strong> (<a href="https://www.youtube.com/watch?v=KKWO4jLB24U"><span style="text-decoration: underline;">trailer</span></a>) è il nuovo film del regista romano, presentato in anteprima alla <strong>21° edizione della Festa del Cinema di Roma</strong>. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Tre coppie si intrecciano in un vortice tormentoso di situazioni. Una ha un figlio, un’altra no. L’altra ancora invece deve considerare se mettere al mondo una creatura docile da sfamare. Sembra quasi parlare di cinema. <strong>Quando è giusto partorire un film?</strong> Sviscerare dalla testa un’idea per poi renderla viva, luce, immagine al secondo? Forse sempre, forse mai. E poche volte ci si sofferma sulla seconda di queste opzioni.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La costruzione narrativa è un continuo districarsi di linee e intrecci senza fine e senza scopo. Di conseguenza, difficili da riassumere e compattare senza ammattirsi. Ralph (<strong>Lino Musella</strong>) è sposato con Viola (<strong>Claudia Pandolfi</strong>). Hanno un figlio realizzato mediante inseminazione artificiale: il donatore anonimo è Andrea (<strong>Stefano Accorsi</strong>), un fotografo che vuole un bambino da sua moglie Andreina (<strong>Vittoria Puccini</strong>) ma lei non ricambia lo stesso desiderio. Per questo Andrea si rivolge ad Umberto (<strong>Edoardo Pesce</strong>), un animatore per bambini che lavora in ospedale, in modo da poter scoprire l’identità di suo “figlio.” Ci riesce anche grazie alle credenziali di sua moglie Alba (<strong>Emanuela Fanelli</strong>), ex-infermiera che lavora in un’agenzie di pulizie dopo aver perso il lavoro a causa del marito. Marito violento dal quale si discosta per poter stare con Elio (<strong>Claudio Santamaria</strong>), un uomo paralizzato dalla vita in giù.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><a href="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/1779116308001.jpg"><img decoding="async" width="1024" height="681" src="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/1779116308001-1024x681.jpg" alt="Recensione de Il rumore delle cose nuove" class="wp-image-43627" srcset="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/1779116308001-1024x681.jpg 1024w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/1779116308001-300x200.jpg 300w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/1779116308001-768x511.jpg 768w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/1779116308001-1536x1022.jpg 1536w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/1779116308001-2048x1363.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Di nessun personaggio arriviamo a toccare la profondità. Tutti parlano e agiscono come maschere muovendosi in un colossale vuoto pregno di cliché. Grave, <strong>non c’è dramma <em>ergo</em> non c’è storia</strong>. Le linee narrative si intrecciano sullo schermo in maniera disorientate, aiutate da un montaggio dispersivo, quasi letterario. Angosciosamente piatto anche nella tecnica: tutto all’interno è televisivo. Il cinema sembra quasi scomparire, anzi, nascondersi per paura o per vergogna. Tutto sembra essere tirato: allungato per poter dare maggiore sostanza a un film già dalla partenza debole. è importante produrre un’osservazione critica confrontandolo con <a href="https://www.dasscinemag.com/i-see-buildings-fall-like-lightning-la-recensione-del-film-di-clio-barnard/"><em><span style="text-decoration: underline;">I See Buildings Fall Like Lightning</span></em></a> di Clio Barnard, presentato in concorso, per poter tracciare una linea su cosa significhi saper usare il mezzo-cinema e cosa no. <strong>Il film di Paolo Genovese utilizza la macchina da presa in maniera piatta e scolastica senza raccontare nulla tramite il visivo: senza scrivere con le immagini qualcosa che non possiamo definire mediante l’utilizzo di parole</strong>. Nel film della Barnard è l’esatto opposto. Le parole diventano ornamentali, almeno nella prima parte. Tutto è già scritto ed espresso in ciò che viene inquadrato. Poi, i video d’archivio dei palazzi che crollano: l’edilizia popolare diventa privata. Cadono come le vite dei precari che le vivono («<em>è il crollo delle aspettative di una vita migliore</em>», dall’articolo di Violette Borderon), i quali devono nuovamente ristabilirsi in un mondo progressivamente schiavo delle derive capitaliste. La storia è tutta lì: non serve altro. Ne “<em>Il rumore delle cose nuove</em>&#8220;, invece, Genovese non riesce in questo intento. Vive di primi piani smorti e nessun occhio (eccetto quelli della Fanelli, <em>chapeau</em>) sembra volerci raccontare il dramma della vita: una storia quotidiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È la solita solfa. Il cinema è un eterno bimbo punk, sgangherato, difficile da gestire. Per questo il vestito da mediocre borghese non gli dona affatto. Lo rende poco autentico. Genovese non lo sa vestire. Non è Joachim Lafosse: non sfrutta le classi sociali abbienti per raccontare le deviazioni capricciose del microcosmo borghese (si guardi <em>Six jours, ce printemps-là</em>). Mette semplicemente in scena i loro vizi e sfizi. <strong>La sua, per sventura, sembra un’ossessione nei confronti degli pseudo-drammi borghesi che cercano con flebile voce di raccontare e raccontarsi senza riuscirci</strong>. D’altronde, chi ha nuovamente bisogno di raccontare questa Italia? Nessuno. Poiché scarna: priva di ogni narrazione che sfidi il sociale: che racconti il dramma del viver quotidiano in questo vile mondo disgraziato.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Se termine</em>. Passano due ore di angosciante nulla cosmico. <strong>Ore che assomigliano a quelle di un funerale, dove tutti insieme, in sala, si cerca di contemplare un corpo morto: privo di vita, privo di identità, privo di cinema</strong>. Il nulla viene messo al centro, totalizzato, reso essenza filmica. Genovese lo ha già fatto in passato e replica la sua inadeguatezza di fronte al potere del mezzo cinematografico. L’opera è una “cosa” vecchia che non produce “rumore” alcuno. Si rimane soli in una sala buia avvolti da un immenso e deleterio silenzio. In attesa di un urlo, una scintilla, qualcuno che, indiscretamente, alzi la voce.</p>
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