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	<title>Dua Archivi &#8226; DassCinemag</title>
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		<title>#RomaFF21: Dua, la recensione del film di Blerta Basholli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Rosati]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Oct 2026 11:00:00 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Violenza</strong>: nascosta o esibita nel fervore nazionalista. Esercitata per dimostrare potere, supremazia, superiorità morale. <strong>Tra i grigi palazzi kosovari si muove un gruppo di adolescenti: cercano soluzioni ai traumi, alle sanguinolente ferite aperte di una regione lacerata.</strong> Sogni e speranze intrisi di rabbia, sempre più cieca, sempre più brutale. Di questo parla, in breve, <strong>Dua</strong> (<a href="https://www.youtube.com/watch?v=QDB0sdqEJLg"><span style="text-decoration: underline;">trailer</span></a>), il nuovo film di <strong>Blerta Basholli</strong> presentato in concorso alla <strong>21° edizione della Festa del Cinema di Roma</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 1999, Dua (<strong>Pinea Matoshi</strong>) ha tredici anni e vive a Pristina, in un Kosovo dilaniato dal conflitto armato tra le forze serbe e l&#8217;insurrezione albanese kosovara. La società la emargina: lei e la sua famiglia sono albanesi kosovari, costretti a sopravvivere alle tensioni etniche e alle discriminazioni che li opprimono. Quando un episodio sconvolge la sua comunità, Dua diventa a sua volta un bersaglio. L&#8217;incontro con Maki (<strong>Vlera Bilalli</strong>) la spingerà verso un&#8217;insolita forma di resistenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una frenetica macchina a spalla segue costantemente il volto di Dua. Il suo punto di vista è l’unico a cui abbiamo accesso. Il mondo è lasciato continuamente fuoricampo. Non importa: bastano i suoi occhi, i suoi flebili sguardi per narrarci &#8211; senza moralismi frivoli &#8211; il Kosovo della fine degli anni novanta. <strong>Il</strong> <strong><em>non-visto</em></strong> <strong>trasuda dalle immagini, dai volti espressivi dei protagonisti: ecco il potere immaginifico del mezzo-cinema</strong>. Tutta la costruzione tecnica si basa su un&#8217;esperienza visiva che possa renderci meri indagatori, sostanza passiva, piuttosto che agenti &#8220;attivi&#8221;, con il completo controllo degli spazi. Controllo non concesso nemmeno ai personaggi: succubi e oppressi, accantonati e differiti dalla politica internazionale. </p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="715" height="430" src="https://i0.wp.com/www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/03-dua-neu.jpg?resize=715%2C430&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-43805" srcset="https://i0.wp.com/www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/03-dua-neu.jpg?resize=1024%2C616&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/03-dua-neu.jpg?resize=300%2C181&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/03-dua-neu.jpg?resize=768%2C462&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/03-dua-neu.jpg?resize=1536%2C925&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/03-dua-neu.jpg?w=1794&amp;ssl=1 1794w, https://i0.wp.com/www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/03-dua-neu.jpg?w=1430&amp;ssl=1 1430w" sizes="(max-width: 715px) 100vw, 715px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Rimediare ai sintomi: se la società è malata bisogna diventare anticorpi. Dua si iscrive al judo e impara a difendersi. Combattere diventa l’unico antidoto possibile (difensivo, non necessariamente violento) per affrontare il dolore. Tutto concorre a costruire questa visione. Ciò che vediamo mediante il suo sguardo, come la scena del padre Bekim (<strong>Kushtrim Hoxha</strong>) aggredito ad un posto di blocco, è il metodo della Basholli per parlarci del presente. <strong>Il cinema, quindi “il” medium, rielabora immagini del passato che conosciamo (o non) per decriptarne i significati</strong>. Le fotografie della guerra, ma anche i racconti, diventano forma filmica: trovano corpo, tessuto, quindi vita. </p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Non permetteranno che ci sia un’altra Bosnia</em>” pronuncia sentenzioso Bekim guardando la televisione. Il telegiornale annuncia possibili bombardamenti da parte della NATO per scongiurare le forze serbe. Tutta la famiglia è lì, davanti allo schermo: riunita in preghiera davanti al <em>medium</em>, in cerca di risposte, ingurgitando immagini. <strong>Il Kosovo non può diventare la Bosnia: non può vivere un costante assedio (Sarajevo 1992-1996) o un genocidio (Srebrenica, luglio 1995)</strong>. Ma, in primo luogo, non può ribollire nel nazionalismo: in una società basata sulla superiorità etnica. Sentimento promulgato in tutta l’opera: rivendicare il diritto di esistere, lottare per poterlo rendere legge.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">I racconti dai Balcani stanno tracciando in maniera notevole una “nuova via” nel cinema europeo contemporaneo. <strong>Hanno il compito di mettere in luce la guerra: l’oppressione schiacciante avvenuta dopo la dissoluzione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, senza meri pietismi</strong>. Il tessuto sociale è qui definito egregiamente, in maniera tutt’altro che didascalica, e rende il cinema un egregio indagatore del reale oltre che artefice del fittizio. Dua racconta un Kosovo ferito, che ancora oggi indaga sulla propria identità e sulle assurde privazioni di essa nel resto del mondo. Un&#8217;opera per “imparare ad esistere”, combattere e vivere. In sostanza: “essere”, in un mondo sempre più giudice e carnefice.</p>



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