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	<title>Digger Archivi &#8226; DassCinemag</title>
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	<description>Università degli studi di Roma Sapienza</description>
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		<title>Digger, la recensione: apocalisse come alibi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Edoardo Nobili]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Oct 2026 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni di Film]]></category>
		<category><![CDATA[Alejandro González Iñárritu]]></category>
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		<category><![CDATA[tom cruise]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un'analisi di Digger di Alejandro G. Iñárritu: quando l'eccesso estetico e la farsa apocalittica rischiano di trasformare la critica al capitalismo in un'emozione innocua.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.dasscinemag.com/digger-inarritu-recensione-critica-potere%e2%81%a0/">Digger, la recensione: apocalisse come alibi</a> proviene da <a href="https://www.dasscinemag.com">DassCinemag</a>.</p>
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<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><a href="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/digger-1.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="688" src="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/digger-1-1024x688.jpg" alt="" class="wp-image-43433" srcset="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/digger-1-1024x688.jpg 1024w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/digger-1-300x202.jpg 300w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/digger-1-768x516.jpg 768w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/digger-1.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Digger </em></strong>(<a href="https://youtu.be/A3984R3krZw?si=y840JHmWVsVYSqR_" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><span style="text-decoration: underline;">trailer</span></a>) è un marchingegno costruito per terminare in un cortocircuito. Due ore e nove minuti di farsa grottesca in progressione esponenziale, esplorazione del kitsch condotta con smodatezza così uniforme da farsi presto parossismo: <strong>ogni scena alza la voce sulla precedente finché il volume smette di significare</strong>. Le riflessioni che il film suscita si ramificano, certo, eppure riconducono tutte allo stesso tronco, perché si tratta in ogni senso di un&#8217;opera monocroma. <strong>Brillante, ma priva di modulazione</strong>: la ponderatezza di ciascun dettaglio si rovescia in un&#8217;insistenza tartassante, e la sagacia con cui è costruito lavora alle spalle di temi già ampiamente consolidati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A <strong>Iñárritu</strong> va riconosciuto di saper creare in pochi minuti una pressione atmosferica tale da imprimere al film un carattere estetico e significante inconfondibile. La complicità di <strong>Lubezki</strong> è eccellente. <strong>Il grigio esangue dà l&#8217;impressione che il colore sia stato estratto dalla pellicola come il minerale dalla terra; la sterilità morale coincide con quella ecologica nell&#8217;immagine prima ancora che nel racconto</strong>. Volti pallidi e malaticci appartengono a corpi consumati dal male di cui si fanno carico.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>È il punto più riuscito del film, e già annuncia il suo problema: avere individuato il proprio tono con tanta esattezza da non riuscire più a uscirne</strong>. Quello stesso cromatismo è infatti travasato alla scrittura, dove si fa maniera petulante. Digger Rockwell (<strong>Tom Cruise</strong>) parla attraverso un monologo continuo, flusso verbale ipnotico con cui prova letteralmente a succhiare la realtà per piegarla ai propri desideri. Il testo è saturo di slogan aziendali, sproloqui sulla fame di risorse, battute ciniche, e soprattutto di giustificazioni messianiche, registro su cui varrebbe la pena esitare più a lungo di quanto il film faccia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frammento del 1921 sul capitalismo come religione, Benjamin descriveva un culto senza dogma e senza tregua, in cui ogni giorno è festa e la liturgia, lungi dall’espiazione, produce colpa: il primo caso, scriveva, di un culto <em>verschuldend</em>, che indebita e incolpa nello stesso gesto. Il messianismo di Rockwell potrebbe esserne l&#8217;omelia. <strong>Invece, Iñárritu lo riduce a delirio individuale, mentre l&#8217;intuizione benjaminiana riguardava un culto che non ha bisogno di officianti, poiché a celebrarlo è la struttura stessa</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;esasperazione è voluta, e il suo modello è illustre: <em>Il dottor Stranamore</em> aveva mostrato come il potere, condotto alle estreme conseguenze della propria logica, parli spontaneamente la lingua del ridicolo. Kubrick però dosava. La follia di Ripper e di Turgidson esplode dentro la sala del protocollo, contro il fondale di una burocrazia impassibile, e <strong>il comico nasce dall&#8217;attrito tra procedura e abisso:</strong> «Gentlemen, you can&#8217;t fight in here! This is the War Room!» fa ridere perché la regola tiene mentre il mondo sta per finire.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In Digger nessuna regola tiene: il delirio, privo di un contrappeso contro cui misurarsi, si appiattisce; resta da capire se una scelta così radicale regga, una volta applicata a questo contenuto</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><a href="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/digger-2.webp"><img decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/digger-2-1024x683.webp" alt="" class="wp-image-43432" srcset="https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/digger-2-1024x683.webp 1024w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/digger-2-300x200.webp 300w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/digger-2-768x512.webp 768w, https://www.dasscinemag.com/dass2021/wp-content/uploads/2026/10/digger-2.webp 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il manifesto del film è pressoché lapalissiano. La vicenda silenziosa di una Gaia sfibrata, terra desolata sull&#8217;orlo del collasso – secondo un topos che lo spettatore frequenta da decenni –, arriva filtrata attraverso lo sguardo dei suoi più acerrimi sfruttatori, e quindi attraverso il loro gusto: un kitsch da Rothschild elevato a potenza, unito a un costante senso di sgradevolezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il fasto è l&#8217;accusa. <strong>Adorno definiva il kitsch una parodia della catarsi, esatta definizione di quanto accade in sala: due ore di repulsione purgano lo spettatore sensibile senza esito</strong>. Il disgusto per il lusso di Rockwell diventa un&#8217;emozione consumabile, conclusa, di cui ci si libera all&#8217;uscita insieme al biglietto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto è sopra le righe: la recitazione procede per monologhi urlati ed esasperanti che non si placano mai, che, non facendosi udire per sottrazione, perdono di valore. Eppure il mondo rappresentato esiste. C&#8217;erano un Consiglio d&#8217;Europa, la propaganda dei social, una vena integralista e suprematista insita in una leadership statunitense alquanto aggressiva. <strong>Il film dialoga con un mondo che ci riguarda, ed è questa prossimità a rendere più grave il distante punto di osservazione del film</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo sicuri che alienare la vicenda dentro una bolla apocalittica così fortemente connotata sia uno strumento capace di chiamare le coscienze? Che cambi davvero qualcosa nella consapevolezza dello spettatore? <strong>Il sospetto è che accada semmai il contrario, e che proprio il manierismo allontani chi guarda dalla realtà contenuta negli sproloqui di Rockwell e degli altri personaggi</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si osserva spesso che è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. <em>Digger</em> ne offre un&#8217;illustrazione involontaria: la fine del mondo la immagina con dovizia, mentre il capitalismo che funziona ogni giorno, senza bisogno di profeti, resta fuori campo. <strong>L&#8217;apocalisse diventa una forma di critica piuttosto comoda, perché trasferisce il problema nel registro dell&#8217;eccezione e lascia intatto quello della norma</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo straniamento brechtiano aveva il preciso scopo di rendere estraneo il <em>familiar</em> affinché lo si potesse comprendere. <strong>Iñárritu rende estraneo ciò che era già lontano, e lo spettatore, davanti a un mondo in cui non si riconosce, si concede il lusso di non riconoscervisi</strong>. La catastrofe di <em>Digger</em> si offre allo sguardo come spettacolo, con tutta la cura figurativa che Lubezki le garantisce, e lo spettacolo della catastrofe è già una delle merci che la catastrofe produce.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Svelando in modo così elementare e assurdo le scelte distruttive dei suoi personaggi, il film ricade in cliché ormai esauriti: l&#8217;imprenditore-minatore, il self-made man che ha disconosciuto ogni <em>comunanza humana</em>. <strong>Del potere esiste però una cognizione ben più profonda e sfaccettata dei suoi eccessi megalomanici, i quali ne costituiscono lo strato più superficiale, quello che la percezione politica di massa registra per primo e con minor fatica</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La lezione di Foucault, da cui discende buona parte della critica della società contemporanea, ha spostato lo sguardo dal sovrano alla rete: il potere «è dappertutto; non perché inglobi tutto, ma perché viene da ogni dove». <strong>Un Rockwell che urla al centro dell&#8217;inquadratura resta una figura antica, un tiranno da dramma barocco in abito di amministratore delegato, anteriore alla spaventosa normalità del male, a un potere amichevole e seducente, capace di ottenere consenso tramite desideri psichici</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La tesi del film è tanto solida e condivisibile da rendere plausibile un&#8217;opera diversa, intimamente connessa alla dimensione in cui effettivamente esistiamo, e animata da un sapore d&#8217;inchiesta. Iñárritu ne aveva dato una dimostrazione parziale in <em><a href="https://www.dasscinemag.com/venezia79-bardo-la-recensione-del-film-di-alejandro-gonzalez-inarritu/"><span style="text-decoration: underline;">B</span></a><a href="https://www.dasscinemag.com/venezia79-bardo-la-recensione-del-film-di-alejandro-gonzalez-inarritu/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><span style="text-decoration: underline;">ardo</span></a></em>, dove la cronaca messicana e la crisi del giornalista-documentarista si contaminavano a vicenda senza inghiottirsi e conservando un referente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Digger</em> resta un film debole, a causa della stessa coerenza che gli conferisce una forza apparente</strong>. L&#8217;eccessiva teatralità e un&#8217;apocalisse che nulla aggiunge a quanto era chiaro dopo il primo quarto d&#8217;ora discendono da una scelta di tono mai rimessa in discussione; da lì procede anche lo scardinamento dalla realtà, perseguito con piena intenzione e scarsa efficacia. <strong>Della realtà restano frammenti, prorompenti e ripetitivi, perciò, in ultima analisi, innocui</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>In sala</em></p>
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