Supergirl: un’eroina che mette in discussione i canoni dei film di supereroi

Il 25 giugno è uscito nelle sale italiane Supergirl (trailer), scritto da Ana Nogueira e diretto da Craig Gillespie. Film che propone una versione più vulnerabile di Kara Zor-El, supereroina DC. Il suo arco di trasformazione la porterà a non avere più paura di affrontare il suo dolore o di mostrarsi fragile e spaventata. Anche per questo, diventerà una vera e propria guida per Ruthye (Eve Ridley), che altrimenti avrebbe fallito nella sua missione nei primissimi minuti.

Si tratta di una donna che riesce a sconfiggere gli uomini più forti, anche sotto effetto di alcol o avvelenamento. Supergirl si trova per caso nel suo stesso luogo, quando la ragazza entra per chiedere aiuto per vendicare l’assassinio della famiglia. Inizialmente se ne va, senza darle importanza, ma più tardi il suo coinvolgimento sarà inevitabile. Ciò che caratterizza la supergirl interpretata da Milly Alcock è la mancanza del tipico obiettivo del supereroe. La sua storia non inizia con lei che crede di poter salvare il mondo.

Infatti, tutto ciò che vuole è riuscire a salvare colui che per lei conta più di tutto, in quanto unico legame con il passato e sola ragione per continuare a vivere. La sua routine, all’insegna di passeggiate nello spazio e serate a ubriacarsi in giro per l’universo, si interrompe proprio quando Krypto finisce in pericolo. Una chiamata all’avventura impossibile da ignorare, che distoglie l’attenzione dalla missione iniziale, costituendo il reale incidente scatenante

A livello di costruzione dei personaggi, Supergirl e Ruthye sono caratterizzate perfettamente. Il loro passato, i loro obiettivi interni ed esterni, così come la loro evoluzione, sono chiari. Entrambe risultano coerenti e imperfette in modo realistico, tridimensionali e rendono facile un’effettiva immedesimazione. Alcune volte, anche con tono ironico, ad esempio quando Ruthye chiede a Supergirl come mai suo cugino venga percepito come uomo (SuperMAN) e lei non come donna, ma ragazza (SuperGIRL). Un momento leggero, che però sintetizza l’atmosfera femminista della pellicola. Kara sa cavarsela da sola, ma alla fine riconosce nell’altro un valore aggiunto, in contrapposizione con i suoi principi iniziali.

Durante l’intera narrazione, non è presente nemmeno un accenno a un possibile interesse romantico, che spesso è presente con l’apparente scopo di rendere la storia più intrigante, ma nasconde l’incapacità di creare protagoniste femminili forti e indipendenti, che sappiano esistere al di fuori di una relazione sentimentale con un uomo. 

A ciò si contrappongono i personaggi secondari, che sembrano non avere alcun tipo di spessore emotivo, né una motivazione che giustifica le loro azioni. Non vengono spiegati e non permettono allo spettatore di conoscerli per davvero. Lobo (Jason Momoa) è interessato solo ai soldi; i briganti, invece, sembrano essere cattivi solo per il gusto di esserlo. Tuttavia, potrebbero essere un esempio di rappresentazione cinematografica dei trafficanti di esseri umani. In tal caso, sarebbe comprensibile una mancanza di ulteriori spiegazioni.

Il tema del film appare chiaro e in contrapposizione con i valori dei soliti film di supereroi, che trattano le uccisioni dei villain con fin troppa leggerezza. In questo caso, questa leggerezza manca. Occasione per spiegare come, uccidere qualcuno, sia un gesto con un enorme peso emotivo, qualcosa che non andrebbe fatto né incoraggiato; non solo perché rimarrà un peso sulla coscienza a vita, ma perché non costituisce una scorciatoia verso il superamento del dolore. Concetto che, nella vita di tutti i giorni, è abbastanza scontato, ma che al cinema smette di esserlo, obbligando lo spettatore a porsi in contrapposizione con i propri valori, portandolo a sperare in uno sterminio di massa all’interno di un film, solo perché appare come unica via verso la vittoria. 

Questo dettaglio contribuisce a rendere il tutto meno “facile”, aggiungendo complessità alla sceneggiatura. La protagonista deve fare i conti anche con il fatto di non potersi liberare da questo peso che le rimarrà per sempre addosso. Lei non ha avuto una mentore che le spiegasse ciò che lei ha spiegato a Ruthie, né qualcuno che desiderasse salvarla dalla propria impulsività. Ma una domanda sorge spontanea: l’ha davvero salvata? Dopo tutto il dolore accumulato, può davvero bastare un discorso motivazionale per spegnere un desiderio di vendetta così radicato? 

In sala.

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