Sull’isola di Bergman, la recensione: sull’isola di Mia Hansen-Løve

Sull’isola di Bergman, la recensione del nuovo film di Mia Hansen-Løve

Sull’isola di Bergman (trailer), ma anche e soprattutto dritti nel cinema di Mia Hansen-Løve. Il nuovo film della regista francese è infatti un’opera autoriflessiva, per certi versi anche autoreferenziale. Un film decisamente personale, ma non per questo chiuso in se stesso, dal momento che riesce ad aprirsi allo spettatore mediante quella che è la dimensione più preponderante dell’opera: la cinefilia. Poteva d’altronde essere altrimenti sull’isola di Bergman?

Fårö, residenza d’elezione dell’autore svedese e meta di molti cineasti, viene raggiunta da Chris (Vicky Krieps) e Tony (Tim Roth), due registi che sull’isola cercano tranquillità e ispirazione. Entrambi si confrontano con una sceneggiatura, ma mentre il lavoro di Tony procede senza intoppi, Chris fatica ad ingranare. A bloccarla un paradossale tiro alla fune tra ciò che quell’isola rappresenta per il cinema e ciò che invece le suscita.

Il fulcro del film di Mia Hansen-Løve è in sostanza un conflitto tra il cinema che piace e il cinema che piace fare. A ben guardare non è neanche l’unica dicotomia presente: a confronto vi sono due processi di scrittura, due approcci al cinema, due modi di intendere la cinefilia. Così come aleggia per tutto il film la dicotomia che forse è la più scomoda di tutte: quella tra arte e artista. Bergman infatti non viene mitizzato mai, nonostante ci si potesse aspettare il contrario, dato il titolo e l’ambientazione del film. E invece l’unico mito per il quale c’è posto nella pellicola di Mia Hansen-Løve è il Cinema.

È lui il grande protagonista, in un film che per la regista diventa un’occasione per indagare il proprio lavoro, per palesare i propri riferimenti, anche quelli che raramente traspaiono. Si scopre così in che modo Mia Hansen-Løve ha introiettato l’immaginario del regista che forse più di tutti è considerato un mostro sacro. Ma soprattutto si gode del modo intelligente con cui ci si confronta, con quel mostro sacro, senza prendersi troppo sul serio, come quando Chris, alter ego della stessa Mia Hansen-Løve, sembra ridere delle citazioni di quest’ultima, o quando ammette di non aver mai visto Il settimo sigillo, in un moto di onesta semplicità che ancora una volta conquista lo spettatore.

Tra gli aspetti più interessanti del film infatti non si può non citare la sua dimensione ludica: l’autrice gioca con il cinema, in un’accezione più che positiva. Ed ecco che quindi sull’isola di Bergman i confini tra realtà e finzione si assottigliano, fino a scomparire. Tutto è cinema, la vita stessa lo diventa. Di nuovo, poteva forse essere altrimenti in un luogo così particolare?

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