
Esistono eroi in guerra? Coloro che hanno agito “dalla parte giusta della storia” sono privi di peccato? Memory Hotel (trailer), lungometraggio animato in concorso alla seconda edizione dello Stop e-Motion Days, risponde alle domande in maniera chiara con un secco “no”. Memory Hotel assume il punto di vista di Sophie che, segnata dagli orrori della guerra, vede nell’uomo un pericolo, indipendentemente dal colore della sua divisa.
1945. Germania. Una famiglia tedesca fugge verso un hotel durante l’arrivo dell’Armata Rossa, progettando di nascondersi lì in attesa che il conflitto cessi. La famiglia è composta da una madre, un padre e una bambina di 5 anni: Sophie. In quel luogo che ancora ospita le svastiche del regime, la famiglia incappa in un ufficiale nazista e nel suo aiutante: Beckman, un ragazzino. Dopo una colluttazione per proteggere Sophie, l’ufficiale uccide la madre della protagonista e, poco dopo, viene ferito. Nel frattempo, un soldato dell’Armata Rossa cade dal cielo nell’hotel e uccide il padre della protagonista. Sophie cresce in quella struttura che ha visto la morte di entrambi i genitori, diventando la cuoca della cellula militare e futura sposa del soldato sovietico. Nel frattempo, Beckman cresce in un stanza nascosta di quel hotel, rubando di tanto in tanto il cibo che cucina Sophie.
Il senso di oppressione che si evince dalla trama è espresso in vari aspetti della pellicola. I modelli usati per i personaggi sono deumanizzati, più simili a marionette che a persone, producendo un forte senso di inquietudine. Non si parla di protagonisti animati con grande espressività, e se questa era una scelta di budget si è rivelata vincente, poiché l’impassibilità di alcuni volti, specialmente quello di Sophie, risulta congeniale al racconto.

Che sia una scelta di budget o meno, non puntare al realismo estremo dei modelli e dei loro movimenti è utile all’immedesimazione con lo sguardo della protagonista. L’uomo sembra ridotto a macchina, con innesti meccanici che lo aiutano a muoversi, un’espressività ridotta e dei movimenti innaturali. Il tutto in un contesto oppressivo, freddo e claustrofobico quale è il Memory hotel. Anche nella messa in scena il film presenta degli aspetti interessanti. Il montaggio serrato, alternando con velocità una serie di inquadrature, produce un effetto estraniante, quasi onirico, come se quelli a cui assistiamo fossero ricordi sparsi di Sophie, a volte esagerati, filtrati dalla sua immaginazione.
Se sul fronte tecnico il film brilla, non si può dire lo stesso sul piano narrativo. L’incipit risulta intrigante, così come l’incedere della storia fino alla prima metà. Tuttavia, la mancanza di carisma di alcuni personaggi non produce chissà quale interesse per i fatti narrati poiché, alla fine, c’è poco da raccontare. La storia di fuga che cercano di mettere in atto Sophie e Beckman non è mai davvero interessante, specialmente se paragonata alla presentazione degli esseri che poi vedremo per il resto del film, quelli che hanno sterminato la famiglia di Sophie. Complice un finale troppo sbrigativo e anche inaspettatamente semplicistico, il film è tutto sommato gradevole, ma non soddisfacente come dovrebbe, riducendo le sorti dei nostri protagonisti a delle misere descrizioni scritte sul finale.
In conclusione, Memory Hotel è un film dalla grande atmosfera ma dall’ impatto narrativo non altrettanto buono. Un’opera che racconta l’oppressione in maniera disperata, con un’amara rivalsa sul finale meno soddisfacente di quanto si possa immaginare. Un film buono ma che se avesse avuto una storia geniale come il suo impatto visivo avrebbe potuto ambire ad essere qualcosa di meglio. Nonostante ciò, qualcosa resta: il desiderio di fuga da quelle strette mura, la possibilità di poter rivedere il cielo come mai prima di allora, la speranza di andare via lasciando ciò che si conosce per trovare altro, per ripartire da zero lasciandosi gli orrori della guerra alle spalle. Tutto racchiuso in una filastrocca cantata da Sophie nel corso degli anni: «adesso andiamo in America, chi viene con me?».

