
Atomik Tour di Bruno Collet
Tutto a Chernobyl è grigio: dai personaggi che la “abitano” fino ai palazzi lacerati e in disuso. L’unico vero colore che sovrasta lo schermo è il verde delle piante: la sola forma vivida che ancora permea quei luoghi di morte. Il protagonista di Atomik Tour (trailer) è un influencer: più precisamente un clout chaser ovvero un opportunista mitomane in cerca di like. Durante il suo breve viaggio nei luoghi degli orrori, tra una live social ed un’altra, rimane bloccato nella zona radioattiva senza possibilità di tornare indietro. È lì che rivive i fantasmi del passato: le nefandezze di una tragedia da lui, purtroppo, sminuita e banalizzata.
Molto efficace la scelta di Collet di mostrare – nella prima parte – solamente ciò che viene inquadrato dal protagonista sullo schermo del telefono. La sua live sui social è, infatti, un intrattenimento becero e ludico: realizzato spudoratamente in dei luoghi del ricordo. Quando, dopo essere svenuto, rivive nella sua mente i tragici eventi del disastro, viene sovrastato da una ‘nuova verità’: una specie di esperienza interiorizzata. Queste scene utopiche, di corpi morti o resi cenere appartenenti a lavoratori o cittadini, sono il fulcro del film. Importante soprattutto la scena all’interno della scuola dove vengono mostrati dei bambini senza volto. Questi sono pallidi, eterei, con i soli movimenti della bocca realizzati da linee nere e sghembe, che dopo aver intonato una canzone assistono da lontano al disastro della centrale, scambiando per neve i detriti tossici. Tutto ciò avviene nella stessa classe dove, in una scena antecedente, il protagonista cercava di rubare un mappamondo: bloccato lì per l’eternità dalla storia e dal tempo. Questi momenti di “rielaborazione” portano lo stesso, prima ignorante e arrivista, a sbloccare una coscienza storico-politica aborrendo alfine lo sfruttamento mercificatorio di un luogo del ricordo.
Seppur di carattere didascalico, l’ottimo corto di Collet ci trasporta in un breve viaggio tra realtà e utopia. Dove ci vengono raccontate alcune delle dinamiche di strumentalizzazione e appropriazione della nostra società: sempre più avulsa alla memoria e alla sua importanza.
JUDY1964 di Marie-Hélène Van Thuyne

Un solo lungo movimento di macchina. Nessuno stacco: la camera si muove lentamente nell’appartamento di una casa di periferia. In essa vivono una madre ed una figlia. Quest’ultima guarda ammaliata in televisione la pubblicità di un’arma giocattolo…
JUDY1964 di Marie-Hélène Van Thuyne è un piccolo corto d’animazione che ci offre un breve saggio sulla gun culture, in relazione a quella americana. Dal 2020 in poi, negli USA le armi da fuoco sono diventate la prima causa di morte tra bambini e adolescenti (1–19 anni). Sebbene il corto sia ambientato negli anni sessanta, lo sguardo è rivolto alla situazione sociale odierna: sempre più in crisi grazie alle politiche scellerate di una nazione nata dalla violenza e ora pregna della stessa. Ma il discorso, ovviamente, si fa più generale. Le convention sulle armi, ormai presenti in tutta Europa, e le varie leggi e proteste contro le loro limitazioni, si insinuano sempre maggiormente nel tessuto sociale e rischiano di compromettere la nostra definizione di sicurezza.
Judy guarda la pubblicità dell’arma giocattolo in televisione: imita i movimenti del fucile con le mani, fa finta, ingenuamente, di sparare dei colpi a vuoto. Il suo comportamente sembra innocuo: quello di una bambina innocente, quale è, in fissa con un giocattolo nuovo. Ma quando prende la pistola della madre il gioco diventa apoteosi della violenza. Il comportamento di Judy infatti è un replicare incessante di ciò che i media (la televisione) fanno passare per naturale, puro, estremamente reale, quando non è che, in realtà, pura propaganda. Il corto della Van Thuyne ci propone una semplice ed inquietante domanda: quando l’ingenuità, la bassa conoscenza, diventano strumenti di morte? L’educazione alla violenza infatti diventa una base critica sulla quale prefissare alcuni punti importanti della nostra società. Se la cultura diventa anche cultura della morte senza consapevolizzare, educare al quotidiano, allora la sottile linea tra conoscenza ed ignoranza continuerà irrimediabilmente ad assottigliarsi. E JUDY1964, in poco meno di tre minuti, ce ne regala uno splendido esempio..
Fonti:
https://www.nichd.nih.gov/about/org/od/directors_corner/prev_updates/gun-violence-July2022

