
FAMILY THREADS
Ognuno di noi ha una storia da raccontare ed ogni storia, per essere ritenuta tale, è formata da tantissime piccole storie – proprio come un groviglio di fili colorati che, per essere ritenuto tale, è composto da centinaia di fili di lana. Storie di famiglia e fili di lana colorati trovano, nel cortometraggio di Holly Lilja Evans, un posto per potersi aggrovigliare con tenerezza. Una fattoria, un cumulo di ricordi e un intreccio di risate dolci e spontanee sono tutto ciò che serve per costruire il tessuto di un breve documentario autobiografico, narrato in islandese con l’utilizzo del voice over e presentato al pubblico con sincera genuinità. Quella genuinità che talvolta è stereotipo di luoghi incontaminati, ipernaturali e naturalistici, di popoli umili e di tradizioni antiche e che qui smette di essere stereotipo per essere rappresentazione oggettiva di una condizione, ma anche un valore raro, da coltivare con la stessa cura con cui si coltivano terra e rapporti disinteressati. Amore, condivisione, gratitudine per i piccoli lussi – come le arance e le mele da poter mangiare soltanto nel giorno di Natale – sono i fili che, mano a mano, vengono sciolti da quel groviglio confuso per fare ordine nella storia familiare della regista, ricucendo, un gomitolo alla volta, una trama (di tessuto e non solo) imbastita di calore ed eternità. Proprio come la lana.
FACE TO FACE
Una minuscola scatolina, scrigno di costante reperibilità e di gelose confessioni, è diventata l’oggetto malsano di un desiderio di cui non sapevamo di avere bisogno. Una compagnia tossica che ci accompagna fedelissima in ogni – ma proprio ogni – momento della giornata, che ha il magico potere di non farci sentire soli pure quando soli lo siamo eccome e che, subdola come poche, ci rassicura o ci fa impazzire, se non è con noi. Vogliamo liberarcene, detossificarci da questa droga del secolo: il cellulare; eppure, appena miracolosamente succede, veniamo assaliti da frustrazioni, insofferenze, accenni di aggressività. Insomma, una dipendenza reale che ci fa dimenticare del reale e lo impoverisce fino a farlo diventare insignificante, quando, in realtà – mai avverbio fu più giusto – è il regalo più prezioso che possiamo farci se ci abituassimo a viverlo. A dimostrarcelo è una donna di spugna, vestita di tutto punto e spogliata della sua protesi rassicurante, accidentalmente rimasta fuori dalla porta del bagno dove è costretta a passare il tempo: prima sbuffando, poi divertendosi. L’allontanamento obbligatorio dalla luce del display e dal suono delle notifiche diventa la condizione di un benessere rinnovato e ritrovato, grazie a cui la protagonista riattiva ciò che la tecnologia le – e ci – sta rubando: la creatività, la fantasia e l’autentica connessione con il nostro bambino interiore. Improvvisamente, la toilette si trasforma in un’infinità di altri luoghi o in un unico scenario davanti a cui poter essere le molteplici versioni di noi stessi che sogniamo. La donna riscopre sé stessa, si riflette nello specchio e finalmente si vede come nessuna fotocamera interna le consentirebbe di riconoscersi e quando il cellulare è ormai un’assenza piacevole, di cui può fare indubbiamente a meno, eccolo di nuovo di fianco a lei – a sottolineare come ciò che affannosamente vogliamo raggiungere, lo conquistiamo quando smettiamo di ossessionarcene. Concludendo, Face To Face dispiega in soli quattro minuti una semplice realtà: imparare a godere della nostra presenza, non diventare noi stessi i limiti che ci imponiamo ma trasformarci nell’opportunità che cerchiamo altrove.
FOR GIFTNESS
«Basta il pensiero». Una frase, tre parole e un universo intero di riconoscenza, cortesia e desiderio di essere semplicemente visti o ricordati per un istante. Invece, spesso, ciò che si riceve in cambio sono scatole confezionate a regola d’arte, che negli occhi creano luccichii a tempo determinato e che, una volta scoperchiate, contengono oggetti, giocattoli e fantasie tanto sbalorditivi quanto destinati alla dimenticanza. Si accumulano – questi pegni d’amore che profumano di plastica e tessuti sintetici – creano montagne alte centinaia di metri e i metri finiscono per diventare l’unità di misura usata per calcolare la distanza da chi, fuggendo continuamente, diviene irriconoscibile. Si finisce per detestare un dettaglio che un tempo era sinonimo di contentezza, un’attenzione che elevava e che ora fa sprofondare in un abisso fatto di solitudine, abbandono e assenze che si sa benissimo come potrebbero essere colmate – «basta il pensiero» – e si vorrebbe tornare indietro, per poter ricadere in un abbraccio o anche per fare scelte diverse. Nel frattempo, stanze gonfie di peluche e spiagge gremite di formine diventano i luoghi da cui si sceglie di cambiare direzione e, quindi, di ripagare con il perdono il valore di quegli oggetti che, per donare un po’ di presenza, straripavano tra le braccia, le stesse che, invece, avrebbero preferito stringere qualcuno. Si sgretola e si ricostruisce così il cortometraggio di Alison J. Forest, scritto a quattro mani con Tommaso Renzoni, Miguel Felício Magalhães e Mario Kreill Cirillo, che insieme decidono di raccontare con gentilezza e grinta cosa significa scegliere di esserci, di donarci all’altro, di perdonarci e di perdonare, in questo mondo fatto di pochi arrivi e di troppe partenze e in cui restare – anche se non si potrebbe – è una vera lezione di coraggio e altruismo.

