State a casa, recensione: un film che attraversa i generi e la pandemia

State a casa

Parlare di un film come State a casa (qui il trailer) non è facile, questo perché si tratta di un prodotto che nel panorama italiano, cosa più unica che rara, non offre mezzi di paragone con nessun altro film. Partendo da un genere che gli è congeniale come la commedia, Roan Johnson (Piuma, I delitti del BarLume) si prende il suo tempo per posizionare sul tavolo tutti gli elementi necessari a far ingranare la storia, per poi cominciare a modellare la struttura di partenza del film mettendo in scena una riuscitissima commistione di generi.

La storia parla di quattro amici, coinquilini in piena pandemia con problemi d’affitto e decisi a chiedere al padrone di casa uno sconto sul prezzo. Dopo la morte di quest’ultimo, e dopo essersi goduti un fin troppo breve momento di spensieratezza in seguito al ritrovamento di una grossa somma di denaro, per i quattro protagonisti comincerà una lenta discesa all’inferno.

Il film sfida il genere superando i paletti di sicurezza della commedia per addentrarsi nel drammatico, nel thriller, per poi arrivare fin quasi al soprannaturale, scardinando tutte le aspettative che il pubblico possa farsi. Per mettere in scena l’evolversi di questo attraversamento di generi Johnson punta su una regia che si sviluppa e narra la vicenda attraverso lunghi piani-sequenza («Una dichiarazione d’amore per gli attori») che permettono di assistere all’azione in divenire, nel suo svolgersi, utilizzando il taglio al montaggio solo quando è strettamente necessario, oppure nascondendolo quando serve.

Questa scelta ha permesso agli attori Giordana Faggiano, Lorenzo Frediani, Martina Sammarco, Dario Aita (La mafia uccide solo d’estate – la serie) e Tommaso Ragno (Il cattivo poeta), tutti di formazione teatrale, una maggiore immersione nella parte, e dà allo spettatore la possibilità di godere delle trasformazioni dei loro personaggi anche attraverso dei dettagli come una piccola variazione del tono di voce o un cambio d’espressione, infatti è molto frequente l’uso del primo piano.

In particolare, meritano un attenzione speciale le interpretazioni di Faggiano e Sammarco che presentano due personaggi femminili pienamente compiuti, completi, che non si limitano a essere delle spalle per i loro colleghi maschi ma che si presentano come personalità agenti, desideranti, che sanno quello che vogliono e lottano per ottenerlo: la prima ha delle caratteristiche che l’accomunano alla femme fatale, la seconda è resa come una presenza secondaria ma allo stesso tempo pienamente presente, empatica nonostante quella che a prima vista potrebbe sembrare una distanza che la rende quasi estranea rispetto al gruppo.

State a casa2

La sensazione che si ha guardando State a casa è quella di star assistendo ad un’opera che, tra gli altri fini, ha quello di attuare un’azione catartica – si direbbe un tentativo di esorcizzazione – verso l’ansia per il futuro provata durante il lockdown, in particolare, l’ansia verso il futuro della generazione dei ventenni (troppo giovani per essere considerati “grandi” ma non abbastanza per essere piccoli) e la loro (la nostra) situazione economica, sociale e psicologica.

La domanda alla base del progetto è “Se in una situazione che ci accomuna tutti come il lockdown prevalessero gli istinti peggiori delle persone dove potremmo arrivare?” Questa è l’ottica attraverso la quale bisogna considerare le pieghe che prendono i vari personaggi, chiusi in casa sotto la minaccia costante del virus; una presenza che, pur essendo fuori dalla storia, influenza profondamente la psiche dei quattro amici portandoli ad accentuare tutte le loro paure e convinzioni deformandole fino alle conseguenze più grottesche e deliranti.

Vengono alla mente le parole di Antonio Pietrangeli: «Se si considera che un film non è tanto l’espressione di opinioni individuali, quanto l’espressione di opinioni morali e politiche di un sistema, di una classe, di un popolo, si vedrà subito come un film che sembra sciocco, si carichi di significati “artistici” caratteristici di una mentalità, di un gusto collettivo». State a casa è figlio ed espressione di questo, delle opinioni, delle idee, dei pensieri che tutti durante la pandemia ci siamo posti (e continuiamo a porci) riguardo gli eventi e le persone che ci circondano, e che sono diventate parte del nostro bagaglio comune: come porsi rispetto agli altri?; come dovrei comportarmi?; cosa posso fare rispetto a ciò che mi circonda?

In questo senso è interessante una domanda posta ai produttori e al regista: «Fra dieci anni, come sarà visto questo film?» Forse riguardandolo sarà come mettersi davanti a uno specchio, e riusciremo a riconoscere dei tratti di noi che oggi siamo ancora incapaci di vedere o accettare. Magari ci ritroveremo in alcuni dei personaggi che per adesso ci sembrano, nonostante tutto, distanti da quelle che sono le nostre convinzioni e che agiscono in modi che ci sembrano assolutamente condannabili.

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